Quando Cavour portò i piemontesi a combattere in Crimea

15 Aprile 2022

L’obelisco torinese di corso Fiume ricorda la spedizione contro la Russia nel 1855. il Piemonte scese in guerra a fianco di Francia e Inghilterra. Il Regno di Sardegna pianse oltre 2 mila caduti, quasi tutti per il colera

C’è un pezzo di Piemonte nella storia della Crimea, il territorio conteso nel sanguinoso conflitto fra l’Ucraina e la Russia di Vladimir Putin. L’obelisco di corso Fiume, a Torino, ci ricorda che nel 1855 l’esercito di Vittorio Emanuele II finì a combattere proprio in Crimea, sul lontano Mar Nero, spinto dalle ambizioni internazionali del conte di Cavour. Sono celebri le illustrazioni che ritraggono i nostri Bersaglieri sul campo di battaglia in riva al fiume Cernaia, un piccolo corso d’acqua della Crimea, di cui fa memoria l’omonima via Cernaia nel centro di Torino. I soldati piemontesi si spinsero fin là, alleati di Francia e Inghilterra contro la Russia per il possesso della penisola di Crimea, piccolo ma strategico fazzoletto di terra sul mare.

Dal tempo del matrimonio dello Zar Ivan III (1440-1505) con Sofia Paleologa, la Russia riteneva di essere investita di una grande «missione»: difendere i cristiani d’Oriente dalla minaccia musulmana. Era ovviamente un’affermazione politica, più che religiosa, ma veniva tirata fuori dal cilindro di tanto in tanto per ribadire la supremazia della Russia sul Medio Oriente. Possedere la Crimea, sul crocevia fra oriente e occidente, era un’ossessione degli Zar russi, che l’avevano annessa nel 1783.

A metà dell’Ottocento gli interessi della Russia andarono a scontrarsi con le strategie geopolitiche della Francia e dell’Inghilterra. La questione dei cristiani orientali divenne oggetto di scontro diplomatico con la Francia di Napoleone III, perché anche Parigi intendeva farsi portavoce delle istanze degli armeni e dei cristiani ortodossi nell’impero turco. Il fatto è che i turchi, tra la vicina Russia e la lontana Francia, scelsero di schierarsi con la Francia. E la Russia si irritò.

Fallita la fase diplomatica, lo Zar Nicola I di Russia ordinò al suo esercito di occupare i deboli principati danubiani (nelle attuali Romania e Moldavia), che erano vassalli dei turchi. Ieri come oggi, l’iniziativa della Russia mise in allarme gli europei: fin dove si sarebbe spinto Nicola? E quanto era potente il suo esercito, considerata la sterminata vastità e le immense risorse dell’impero russo? I turchi, spalleggiati da Francia e Inghilterra, dichiararono guerra ai Russi nell’ottobre 1853. E fu così che nel conflitto entrarono anche le potenze occidentali inviando soldati nelle regioni del Danubio e in Crimea.

La forza militare dei turchi, degli inglesi e dei francesi era superiore al pur numeroso esercito zarista. La guerra, si diceva nelle capitali d’Europa, sarebbe durata poco: giusto il tempo di dare una bastonata allo Zar. Si pensava che le armi sarebbero state deposte in fretta e che sarebbe stata convocata presto una «conferenza di pace», per ridefinire gli equilibri politici e i giochi di forza fra Europa e Medio Oriente.

Il conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, pensava che la conferenza di pace avrebbe offerto una buona occasione per ragionare, non solo sul Medio Oriente, ma sul futuro dell’Europa e dell’Italia, la penisola divisa, che i Savoia volevano unificare. Il problema era trovare il modo di sedersi al tavolo delle trattative. Si poteva fare? Sì, bastava partecipare alla guerra dalla parte dei vincitori. Cavour non aveva dubbi: i russi sarebbero stati sconfitti. Bisognava mettere in conto qualche morto e Cavour decise che ne valeva la pena: un pugno di morti fra i soldati piemontesi era il prezzo da pagare per sedersi al tavolo dei vincitori.

Prima dell’avventura in Crimea, i russi e i piemontesi si erano già incrociati su altri campi di battaglia. Nel 1799 il generale Aleksandr Vasil’evic Suvorov, grande ufficiale dell’esercito zarista, aveva cacciato i francesi dal Piemonte. Poi tanti giovani piemontesi avevano servito Napoleone, loro malgrado, partecipando alla disastrosa campagna di Russia nel 1812-1813.

Nel 1853, allo scoppio della guerra di Crimea, il ricordo della Russia in Piemonte era piuttosto fresco. A un certo punto sembrò imminente l’ingresso in guerra dell’Austria e fu allora che Cavour scese in campo. Riteneva pericolosissima una eventuale iniziativa dell’acerrima nemica: se si fosse alleata con la Francia, al piccolo Piemonte, stretto in mezzo alle due potenze, sarebbero state tarpate le ali e i sogni di una espansione sabauda nel Nord Italia sarebbero stati vanificati.

Nel gennaio 1855 Vittorio Emanuele II firmò l’accordo per inviare in Oriente un corpo di spedizione piemontese, che partì nel mese di aprile, prevalentemente su navi britanniche. Sulla pirofregata Governolo salpò il protagonista della missione sabauda, il generale Alessandro La Marmora. Si rivolse ai soldati con parole diffuse a mezzo stampa, parlando di «guerra nobile e generosa».

La partenza del contingente sabaudo avvenne in piena crisi politica. Il ministro degli Esteri Giuseppe Dabormida era contrario a un’azione militare senza garanzie per il Regno di Sardegna e si dimise in quello stesso gennaio 1855. Mentre i soldati salpavano da Genova, anche Cavour rassegnò le dimissioni da primo ministro per via della cosiddetta crisi Calabiana (un durissimo scontro tra progressisti e cattolici), ma nel giro di pochi giorni tornò al potere guidando il suo terzo Governo.

Fuori dalla retorica risorgimentale, occorre osservare che il contingente militare spedito da Cavour in Crimea era molto limitato e la spedizione venne funestata da avvenimenti luttuosi e ingloriosi. Degno di nota fu il contingente dei bersaglieri piemontesi, che si segnalò nelle poche azioni belliche: poche perché l’esercito dei Savoia si dimostrò inadeguato e per lo più i 18 mila uomini (3 mila in più di quanti richiesti dall’accordo con gli alleati) inviati da Cavour rimasero «in panchina». I subalpini non furono impiegati nemmeno nel lungo e sanguinoso assedio di Sebastopoli. Dunque, una spedizione poco dolorosa? Macché: alla fine il bilancio in termini di vite umane fu elevato, in rapporto al contingente spedito al fronte. I piemontesi piansero oltre 2 mila caduti, quasi tutti per il colera.

Al tavolo delle trattative di pace, apertosi a Parigi il 25 febbraio 1856, sedettero le potenze vincitrici e la Russia sconfitta. Tra i vincitori, anche il piccolo Piemonte sabaudo, rappresentato dal conte di Cavour. Re Vittorio Emanuele, galvanizzato per la vittoria, reclamava delle acquisizioni territoriali. Napoleone III sembrava favorevole a ricompensare il Piemonte con il Ducato di Parma, ma non se ne fece nulla, anche perché, per non spiacere all’Austria, il piccolo Regno di Sardegna finì in un angolo anche nelle trattative.

Sulla guerra in Crimea, Cavour si era giocato la reputazione: doveva per forza portare a casa qualcosa dal congresso di Parigi. Qualsiasi cosa. A Parigi venne messo in discussione l’ordine europeo stabilito con il Congresso di Vienna e Cavour ebbe la soddisfazione di mettere sul tavolo anche l’Italia. Una «tornata» venne dedicata proprio al «caso Italia»: si discusse di come stabilire un nuovo equilibrio nella nostra penisola. Il Piemonte si legava sempre più alla Francia e alla Gran Bretagna gettando le basi per gli avvenimenti bellici degli anni a venire: le guerre che avrebbero portato all’unificazione nazionale.

A Torino, la partecipazione alla guerra della lontana Crimea fu celebrata con intitolazioni e monumenti, come quello di piazza Crimea al fondo di corso Fiume, l’obelisco eretto nel 1892 in gusto umbertino su disegno di Luigi Belli. L’intero quartiere attorno all’obelisco ricorda la guerra del 1855: è il Borgo Crimea, nel quale la toponomastica celebra un gran numero di battaglie risorgimentali. Corso Sebastopoli celebra la città-simbolo del conflitto, assediata per un anno dall’ottobre 1854 al settembre 1855. Ma c’è soprattutto via Cernaia, una delle vie più importanti del centro storico: ricorda la battaglia combattuta su un fiumiciattolo della Crimea, lungo 34 chilometri. Un piccolo fiume passato alla storia.



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