Cosa racconta la lapide della Contessa di Castiglione

18 Novembre 2022

FU PRELEVATA VENT’ANNI FA NEL CIMITERO DI PARIGI, GIACEVA DIMENTICATA IN UN MAGAZZINO AD ALPIGNANO, DAL 2021 È AL CASTELLO DI SANTENA PER FAR MEMORIA DI UNA PROTAGONISTA DEL RISORGIMENTO

Era un tiepido sabato invernale, a Parigi, l’11 dicembre 1999, nel campo 85 del cimitero Père-Lachaise, il più famoso della capitale, ultima dimora per centinaia di spiriti illustri: Molière, Chopin, Oscar Wilde, Yves Montand, Edith Piaf, per dire. Ogni anno questo cimitero accoglie tre milioni e mezzo di visitatori. Ma quel mattino fu la tomba appartata di un’italiana ad attirare il manipolo di scrittori e intellettuali, guidato da Alain Elkann e Daria Galateria, in atto di rendere un omaggio. Anche chi scrive era presente e ne ha dunque ricordo diretto.
Una corona di fiori venne deposta sulla pietra tombale, corrosa dal tempo e dai licheni, che reca incisa questa scritta: Virginia Aldoini/comtesse/ Verasis de Castiglione/decedée/ le 28 novembre 1899. Ahinoi, come non notare Lo svarione? Il cognome corretto è Oldoini, ma l’ignoto scalpellino francese aveva traslitterato a suo modo l’«Ol» iniziale. Anche il giorno della morte sembra impreciso: di fatto il decesso, da referto medico, avvenne nelle prime ore del mattino del 29, nel triste alloggetto al numero 14 di Rue Cambon, dove La Comtesse si era ritirata causa le ristrettezze finali di una vita sontuosa. Erano rimasti ad assisterla solo l’anziana domestica Luisa Corsi e i camerieri del sottostante restaurant Voisin, dove prendeva i pasti. Triste declino per una sfolgorante bellezza, celebre al suo tempo, alta, bionda, incarnato di magnolia e occhi di zaffiro, dominatrice dei salotti più esclusivi e agente segreto del Conte di Cavour a Parigi, in quella che venne definita con scarsa eleganza la «diplomazia delle lenzuola». Ma il raffinatissimo scrittore-dandy Robert de Montesquiou, amico di Proust e ritratto da Boldini, alimentò la leggenda della Contessa di Castiglione scii- vendo per lei La divine comtesse.

Donna del Risorgimento. Un’insopportabile ipocrisia ha tentato in tutti i modi di oscurare il ruolo politico che la Contessa di Castiglione ebbe nel Risorgimento, documentato dalla fitta corrispondenza intrattenuta con i sovrani di tutta Europa, Papa Pio IX compreso. Subito dopo la sua morte, da Roma giunse l’ordine all’ambasciatore italiano di apporre i sigilli nell’alloggio, e soprattutto di distruggere tutta la corrispondenza che vi si trovava, ovviamente con la collaborazione della polizia francese. Perché era appunto solo una donna, che si era permessa di giocare su troppi tavoli, contravvenendo ogni momento alla
morale borghese del tempo. Per le sue indubitabili e complesse relazioni
d’alcova, freddamente registrate nel ricchissimo epistolario, per la seduzione spericolata con la quale Virginia (mai etimologia di un nome fu tanto fallace…) aveva piegato i potenti, a partire notoriamente da Napoleone III, imperatore dei francesi, e da Vittorio Emanuele II, re d’Italia. 
Gli storici e i biografi hanno ampiamente dimostrato che in Virginia la bellezza e la sensualità si accompagnavano a un’intelligenza acuminata e una cultura internazionale che la sollevano nettamente dallo scipito ruolo di cocotte. Parlava quattro lingue e coltivava raffinati talenti estetici nella moda e nella nuova arte della fotografia, attraverso il prestigioso studio Mayer & Pierson, che le eseguì oltre 400 ritratti. Si potrebbe pensare che proprio il suo insopprimibile desiderio di libertà, coltivato senza mai curarsi del giudizio altrui, la spinse a schierarsi d’istinto per la causa dell’indipendenza italiana.

Fra Torino e Parigi. Nata a Firenze nel 1937 da nobile famiglia spezzina (suo padre fu deputato del Regno di Sardegna per due legislature, poi ambasciatore d’Italia in Russia nel 1862- 63), la Contessa trascorse a Parigi gran parte della vita, ma la sua vicenda personale e politica affonda le radici in Piemonte, a Torino e nelle colline astigiane. La riunione di quasi un quarto di secolo fa attorno alla tomba parigina rappresentò una sorta di pellegrinaggio piemontese alla sua memoria, organizzato, nel primo centenario dalla morte della Contessa, dal discusso Giuliano Soda, fondatore e animatore del Premio letterario Grinzane Cavour.
L’intento del pellegrinaggio era il recupero e il restauro della pietra tombale, in stato di palese abbandono e ormai quasi illeggibile. Diciamo subito che l’operazione riuscì: negli anni successivi, come spiegheremo, le autorità francesi permisero che la lastra venisse sostituita con una copia di granito grigio, trasferendo a Torino la pietra tombale originale.
Dopo la cerimonia al cimitero Père-Lachaise, il Grinzane organizzò un convegno all’Istituto Italiano di Cultura in Rue de Varenne, cui parteciparono tra gli altri Corrado Augias, Alberto Arbasino e Alain Decaux, Accademico di Francia, e autore nel1953 della prima biografia della Castiglione basata sulla corrispondenza e sui diari. Negli stessi giorni una straordinaria selezione di ritratti fotografici della Contessa fu esposta al Musée d’Orsay.

Il Conte e la Contessa. Prima di proseguire con il nostro racconto, bisogna intendere bene le ragioni delle iniziative promosse dal Grinzane nel 1999, legate specificamente alle radici piemontesi dell’inquieta Virginia.
La bellissima fanciulla fiorentina era sbocciata molto presto, e con pari precocità aveva cominciato ad attirare gli sguardi maschili. Già a quindici anni era definita «la più bella donna d’Europa». Secondo la rigida morale del tempo, c’erano troppi rischi a lasciarla correre per il mondo, attitudine cui pareva assai propensa: bisognava maritarla al più presto. Il 9 gennaio 1854, non ancora diciassettenne, pronubo Massimo d’Azeglio, la marchesina Oldoini sposò a Firenze nella chiesa della Ss. Annunziata un esponente della nobiltà piemontese di provincia, il ventottenne, ma già vedovo, Francesco Verasis Asinari, Conte di Castiglione Tinella e di Costigliole d’Asti. Divenuto presto orfano di entrambi i genitori, il Conte di Castiglione aveva avuto Cavour come tutore, ma non c’era alcuna parentela fra i due, non erano affatto cugini, come affermato da certe cronache frettolose. A Virginia non importava niente del marito, ma, considerato il cospicuo patrimonio del giovane nobiluomo, accettò di sposarlo acquisendone il titolo. Lo avvisò esplicitamente che non lo amava. Questa assenza di sentimenti ebbe un peso d’insanabile infelicità in Francesco Verasis, che era perdutamente innamorato della consorte; legittimò la neo-contessa di Castiglione a garantirsi la massima libertà personale, cui non intendeva rinunciare per nessun motivo.

Via Lagrange 29. Subito dopo le nozze fiorentine la coppia partì per Torino, facendo tappa a La Spezia, città d’origine degli Oldoini. A Torino li attendeva il Palazzo Verasis, già Lagrange, nell’omonima via, che allora si chiamava Contrada dei Conciatori. L’edificio si trovava, e si trova, subito dopo il Palazzo Cavour, al numero 29. Il padre di Francesco Verasis, Vittorio Luigi, aveva acquistato il palazzotto attorno al 1830, senza curarsene troppo. Il giovane Conte spese una fortuna per adeguarlo ai gusti sofisticati della moglie.
Da Torino il Conte di Cavour inviò Virginia a Parigi con la più o meno confessabile, ma esplicita, missione di sedurre l’Imperatore Napoleone III, onde conquistare l’alleanza francese indispensabile al Piemonte per dichiarare la Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria. Così avvenne, e così Virginia («Virginicchia» per i parenti, da cui «Nicchia», soprannome che le rimase), diventò una delle dame più invidiate e temute di Parigi, amica di tutti i potenti, compresi i Rothschild, con i quali scambiò informazioni politiche riservate e roventi effusioni, ricevendone in cambio prebende e soffiate sui titoli di borsa.

Villa Gloria. Oltre alla dimora di via Lagrange, un’altra residenza torinese fu abitata dalla Contessa di Castiglione. Nel 1859, rimasta vedova, costretta a lasciare provvisoriamente la Francia, comprò la settecentesca Villa Gloria sulla pre-collina di San Vito, di cui oggi non rimane più traccia, perché pesantemente rimaneggiata nel tempo.
Grazie alle indicazioni di un gruppo di amici on-line, siamo riusciti a ricostruire che la villa si trovava al numero 73 di viale Curreno, più o meno davanti all’Ospedale di San Vito, dove oggi sorge un’elegante palazzina di abitazione. In particolare dobbiamo alla cortesia di Roberto Finelli quattro mappe della zona, datate rispettivamente 1857, 1909, 1927, 1936, che descrivono la medesima area. Nella prima si legge chiaramente il nome Villa Gloria, in quelle successive la costruzione diventa Villa Priotti, Villa Gozzi, infine Ostello della Gioventù, e in quest’ultima funzione compare in una foto pubblicata sulla Stampa il 29 agosto 1951.
La Contessa abitò a Villa Gloria due anni scarsi con il figlio Giorgio, dai primi del 1859 all’autunno 1860. Poi tornò a Parigi, nell’ammezzato a pigione di Place Véndome 26, da cui fu sfrattata nel 1894, subentrando il grande gioielliere Boucheron, che ancora oggi opera allo stesso indirizzo. Nessuna iscrizione, né targa ricorda i luoghi torinesi o parigini, così legati alla Contessa, a sua volta così legata alla storia.

Il Castello di Costigliole. C’è una terza residenza densa di memorie, cui bisogna risalire per spiegare l’iniziativa del 1999 da parte del Premio Grinzane. È il Castello di Costigliole d’Asti, al confine del Monferrato astigiano con le Langhe, a sud del capoluogo, come Castiglione Tinella infeudato ai Verasis. Il maniero fu abitato da Virginia con il marito soprattutto nelle vacanze estive, e resta legato indissolubilmente al suo nome. Guarda caso Costigliole era anche il paese d’origine di Giuliano Soria, la cui madre Jole vi gestiva un negozio di alimentari.
Il Castello di Costigliole, appartenuto fin dall’XI secolo alla casata degli Asinari, che si erano poi uniti con i Verasis, ha subito nel tempo diversi passaggi di mano. Acquisito quasi interamente (una parte rimane di proprietà privata) dalla Regione Piemonte, è negli anni diventato sede di un’enoteca regionale, del Museo Nazionale del territorio, dell’ICIF – Italian Culinary Institute for Foreigners, scuola di cucina italiana per stranieri. Nel 1994, per iniziativa di Soria, è stato trasformato in sede del Parco Naturale del Premio Grinzane Cavour. Sarebbe stato il luogo d’elezione per accogliere la pietra tombale di Virginia Verasis: si era persino accarezzata l’idea di trasferirne qui anche il corpo. Ma non se n’è fatto nulla.

La lapide a Santena. Dopo lo scandalo giudiziario che nel 2009 colpì il Premio Grinzane e Giuliano Soria (morto nel 2019 agli arresti domiciliari in una casa di cura di Avigliana), il Castello di Costigliole oggi ospita solo più e il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. Nella parte privata – come spiega il sindaco Enrico Alessandro Cavallero – è conservata la stanza dell’alcova, dove dormiva la Contessa. Il sindaco avrebbe voluto che la pietra tombale della Contessa fosse trasferita qui, all’ombra del Castello.
Ma la pietra, rimasta per anni negli scantinati della sede torinese del Grinzane in via Montebello, all’epoca dello scandalo giudiziario del 2009, quando i beni del Premio vennero dispersi, fu trasferita ad Alpignano, in via Almese, una stretta strada di campagna che costeggia la Dora Riparia, nel deposito di un’impresa edile oggi non più in attività. Nessuno in quegli anni sembrava interessarsene.
Si è tornati a parlare della lapide solo quando la Fondazione Cavour di Santena, che negli archivi conserva molte lettere e carte della Contessa, ha assunto l’iniziativa di recuperarla e valorizzarla. Il direttore Marco Fasano, venuto a conoscenza della storia, dopo una paziente indagine, nel gennaio 2021 ha ritrovato la lapide dimenticata, l’ha presa in consegna e l’ha fatta collocare nel giardino del Castello di Santena, in bella evidenza, dove è tutt’ora visibile.

I cimeli della Contessa. Negli uffici della Fondazione Cavour sono conservati in piccole teche alcuni oggetti della Contessa di Castiglione, donati nel 1986 da Arrigo Olivetti, che li aveva acquistati sul mercato antiquario. Un ventaglio in avorio, carta e seta, di raffinata manifattura parigina del 1856, che reca scritti a mano alcuni versi di Edmond de Goncourt; una miniatura di Franz Xaver Winterhalter montata in bronzo; una scultura in marmo di Carrara della mano destra della Contessa; un sontuoso scrigno portagioielli d’argento sbalzato. Qui c’è un’altra leggenda da smentire, quella della camicia da notte di organza verde-acqua, indossata da Virginia nella notte fatale al Castello di Compiègne, quando sedusse Napoleone III. Fu Arrigo Petacco in un suo libro a mettere in giro la voce che il négligé fosse conservato a Santena, ma non è così («Purtroppo! – commenta schiettamente Marco Fasano pensate che richiamo potrebbe
esercitare…»). Non sappiamo in realtà dove si trovi, se non è andata distrutta, la storica chemise de nuit, che pure Virginia aveva chiesto di indossare nella bara. Sappiamo solo che il suo desiderio non venne rispettato, come non venne osservata neppure una delle sue pur
chiarissime volontà testamentarie.

Una proposta ai torinesi. Il problema della destinazione definitiva della pietra tombale è ancor oggi in sospeso. Il Presidente della Fondazione Cavour, Marco Boglione, vorrebbe concordare una soluzione con il Ministero della Cultura francese, che qualche diritto Lo potrebbe vantare. Ma in fondo, sembra un dubbio dettato più che altro da esigenze di correttezza formale. Come abbiamo scritto, la lapide parigina sulla tomba della Contessa è stata sostituita con una nuova pietra (e con il cognome corretto Oldoini): cosa gliene importa ai francesi – ci permettiamo di osservare – di riavere la vecchia pietra originale? Per metterla dove? Non è meglio che rimanga in Piemonte? Resta piuttosto da decidere se abbiano più titolo a conservarla la Fondazione Cavour di Santena o il Comune di Costigliole d’Asti, per il suo Castello. Ma questa è decisione spinosa, da lasciare ad altri. Ci sembra invece da auspicare fortemente l’apposizione di una lapide commemorativa sul Palazzo Lagrange/Verasis di Torino che restituisca alla Contessa di Castiglione il suo ruolo storico. La immaginiamo così:

IN QUESTA CASA TRA IL 1854 E IL 1856 VISSE VIRGINIA OLDOINI VERASIS CONTESSA DI CASTIGLIONE «NICCHIA» con intelletto pari alla bellezza fu ambasciatrice alla corte di Francia del Risorgimento italiano.



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