Stampa, parlamento, guerra: l’ingresso di Cavour nella vita pubblica

di Pierangelo Gentile (Università di Torino)

Camillo Cavour fu protagonista di quella temperie storico-politica che gli aprì la via alla carriera pubblica. Ma è necessario fare un piccolo passo indietro per capire come il destino offrì al giovane aristocratico imprenditore una nuova possibilità per assecondare le sue passioni politiche, fino ad allora represse. Gli anni Quaranta da un punto di vista patriottico avevano lasciato un segno: da un lato, i tentativi insurrezionali di matrice repubblicana ispirati da Mazzini erano tutti tragicamente falliti; si pensi al solo caso dei fratelli Bandiera, disertori della marina austriaca che, sbarcati in Calabria, nel tentativo di sollevare la popolazione locale contro i Borbone, furono catturati e fucilati; dall’altro era venuto a consolidarsi un altro modo di pensare: ossia che per ottenere indipendenza e libertà fossero controproducenti le insurrezioni, che quasi mai guadagnavano il popolo e finivano puntualmente nel sangue, ma bisognasse puntare su una rivoluzione nazionale di ispirazione monarchico-costituzionale. Insomma, in poche parole per l’indipendenza dallo straniero erano necessarie due cose: un re che volesse porsi alla testa del movimento patriottico, magari con un buon esercito; e una costituzione, che sancisse uno stacco con il passato, garantendo riforme e libertà.

Nasceva, in opposizione all’idea democratica propugnata da Mazzini, l’idea moderata che tanto avrebbe influenzato negli anni a venire l’azione e il pensiero di Camillo Cavour. Se ne fecero portavoce il già citato Balbo, amico di Cavour, ma anche Massimo d’Azeglio, stanco di vedere i patrioti massacrati in Romagna, e Vincenzo Gioberti che teorizzò un modello politico chiamato “neoguelfismo”. Il significato? Ricorderete che nel medioevo si combattevano le fazioni dei guelfi e dei ghibellini, i primi a favore del papa, i secondi dell’imperatore. Ecco, Gioberti aveva pensato a un nuovo ruolo del pontefice. Non era l’Italia culla del cattolicesimo? Alla Chiesa toccava dunque un magistero speciale: ebbene che il papa si facesse super partes, presidente di una confederazione italiana difesa dalle armi del re di Sardegna. Un’idea ardita, ma che parve sul punto di realizzarsi quando sul soglio di San Pietro, nel 1846, salì il vescovo di Imola Giovanni Maria Mastai Ferretti, che prese il nome di Pio IX. Dopo l’epoca oscurantista di Gregorio XVI, l’elezione del prelato senigalliese parve aprire una nuova epoca: come primi atti del suo pontificato, Pio IX concesse un’amnistia ai detenuti politici e agli esiliati dello Stato della Chiesa; attenuò la censura; convocò una consulta con i rappresentanti delle province; creò una guardia civica. Aperture che, anche alla luce della provocatoria occupazione militare della Ferrara papalina da parte degli austriaci, vennero politicamente sovrainterpretate procurando un turbamento generale in tutta la penisola: l’opinione pubblica, esaltata dal mito del «papa liberale», spinse altri sovrani sulla via delle riforme. Tra questi Carlo Alberto, che nell’ottobre 1847 varò leggi speciali per allargare le libertà, specialmente in fatto di stampa. Finalmente i giornali avrebbero potuto affrontare argomenti di natura politica. Una conquista che noi oggi, abituati alla democrazia, in un’epoca dominata dai media, diamo per scontata; ma fino ad allora, limitandoci al Regno di Sardegna, la pluralità dell’informazione non esisteva: chi era autorizzato a trattare argomenti pubblici al di fuori della soffocante censura (l’organo che vagliava gli scritti riga per riga, pronunciando un sì o un no alla loro pubblicazione) era la sola “Gazzetta piemontese”, giornale ufficiale del governo.

Per Camillo Cavour giungeva dunque il momento tanto atteso. Scriveva ad un amico: «abbiamo passato il Rubicone, e siamo entrati nella via delle nuove idee. Il governo non può più tornare indietro dopo quello che ha fatto […]. Volente o nolente segue l’impulso che in pochi anni lo porterà a istituire il sistema rappresentativo tra noi». Camillo vedeva lungo. Euforico per la conquista, si diede subito a organizzare un suo giornale.

a testata del giornale “Il Risorgimento” - di cui Cavour fu cofondatore - il cui primo numero uscì nel dicembre 1847

Lo fece in compagnia dell’amico Cesare Balbo, del diplomatico Ludovico Sauli d’Igliano, del banchiere Luigi Bolmida, dell’avvocato Filippo Galvagno e del giornalista Costantino Reta. La testata si sarebbe intitolata “Il Risorgimento”: il vocabolo, che era preso a prestito dalla sfera del sacro e che avrebbe contraddistinto un’epoca, era lì ad evocare il “risorgere” della patria oppressa, dilaniata da secoli di invasioni straniere e lotte intestine. Il primo numero uscì il 15 dicembre 1847, con un articolo a firma di Balbo in cui era spiegata la linea del foglio: unione «tra prìncipi riformatori e popoli riformati» sulla strada dell’indipendenza, attraverso una «forte ed ordinata moderazione», lontana dalle violenze e dalle «eccessive pretese popolari». Con queste premesse (ricordate il juste milieu?), dopo essere stato uomo d’affari, Cavour cominciava una nuova carriera, quella da giornalista. L’opinione pubblica sembrava incidere sulla politica; i quotidiani la dirigevano, anche se non si può parlare certo di un fenomeno di massa: tenete conto che all’epoca i periodici erano sintetici, costituiti da sole quattro facciate, con tirature tra le 2000-3000 copie e un costo equivalente a un terzo di una giornata lavorativa di un operaio. Un fenomeno d’élite: ma era già gran cosa. Cavour aveva chiaro il potere della stampa: salito al potere avrebbe favorito una agenzia di informazione, la Stefani, dal nome del fondatore, l’esule veneziano Guglielmo Stefani, da cui deriva la nostra Agenzia Nazionale della Stampa Associata, l’ANSA.

Assunta la direzione del quotidiano “Il Risorgimento”, Cavour cominciò dalle sue colonne un’aspra battaglia politica, specialmente nei confronti dell’avversario, Lorenzo Valerio, che dalle pagine de “La Concordia”, espressione del liberalismo più radicale, lo tacciava di essere un “dottrinario”, cioè un uomo che peccava di eccesiva moderazione e di sfiducia nel popolo. Proprio quel popolo che ora si stava risvegliando, come in Sicilia, dove i palermitani insorgevano ottenendo dal re una costituzione, o a Firenze, dove le dimostrazioni di piazza costringevano il granduca a compiere lo stesso passo. A Torino non si stette alla finestra; e furono i direttori dei vari giornali ad assumere quasi le vesti di capi-partito. Si riunirono presso l’albergo Europa (situato all’angolo tra piazza Castello e via Roma) per discutere di quali altre riforme chiedere al sovrano. Fu un’assemblea concitata; ma proprio mentre nel consesso sembrava prevalere la posizione di chi voleva cacciare i gesuiti (l’ordine a cui si imputava la colpa di influenzare le monarchie) e istituire la “guardia civica” – un corpo che prevedendo la coscrizione della borghesia, doveva suscitare il concetto della “nazione in armi” a difesa della patria, tanto dai sediziosi quanto dagli austriaci – si fece sentire la voce di Cavour: lo Stato aveva bisogno non di riforme parziali; bensì di un’unica, grande, riforma: la costituzione. La proposta di Cavour spiazzò i presenti per l’ardire; ma nella testa del Conte la concessione da parte del re di una legge fondamentale dello Stato assumeva i contorni di un atto contenitivo del «moto progressivo delle passioni». Erano quelli i giorni in cui in Francia si consumava l’ennesima rivoluzione che abbatteva la monarchia per proclamare la repubblica. Carlo Alberto, tutt’altro che propenso alla costituzione, fu poco lieto di sapere dell’iniziativa del suo ex paggio: fu quasi sul punto di farlo arrestare! Ma alla fine, spinto anche dal suo consiglio di Conferenza (una sorta di consiglio dei ministri, ma di natura solo consultiva, in quanto il potere sovrano era assoluto) e da quei trentamila torinesi che erano scesi pacificamente nelle vie, coccarda tricolore al petto, il re di Sardegna il 4 marzo 1848 concesse lo Statuto. Il nome con cui veniva battezzata la costituzione era scelto per stemperare gli ardori popolari: “Costituzione” era termine pericoloso, che richiamava i testi “estremisti” della Rivoluzione francese, preludio all’abbattimento delle monarchie; Statuto invece era parola che si rifaceva alla tradizione sabauda: in fondo, il duca Amedeo VIII di Savoia già nel Quattrocento aveva emanato leggi che in latino suonavano Decreta seu Statuta. Con «lealtà di Re e affetto di padre», Carlo Alberto concedeva dunque quella costituzione di 84 articoli, che sarebbe diventata la legge fondamentale del Regno d’Italia nel 1861, rimanendo in vigore fino alla proclamazione della Repubblica nel 1946. Novità assoluta fu il Parlamento, con l’istituzione di una Camera dei Deputati a Palazzo Carignano e di un Senato a Palazzo Madama.

uno scorcio di Palazzo Carignano a Torino, che fu sede della prima Camera dei deputati del Regno di Sardegna
una seduta di Palazzo Madama, sede del Senato tratta da “Il mondo illustrato”

La Camera bassa era elettiva, sebbene l’elettorato, maschile, fosse solo l’1,7% della popolazione del regno (scelto tra coloro che pagavano una certa quota di tasse o erano istruiti, vale a dire poco più di 80.000 aventi diritto al voto su una popolazione di 4,8 milioni di abitanti); la Camera alta, invece, di esclusiva nomina regia, con senatori scelti all’interno di ventuno categorie.

Quelli del marzo 1848 erano i giorni in cui, sulle note del Canto degli Italiani composte da Michele Novaro su versi di Goffredo Mameli (il nostro Inno, scritto a Torino come ricorda una lapide in via XX settembre), i milanesi insorgevano contro Radetzki nelle celebri Cinque giornate (18-22 marzo), erigendo per la città migliaia di barricate, mentre i veneziani proclamavano la Repubblica di San Marco. Carlo Alberto vagheggiando una crociata contro l’austriaco che lo facesse campione dell’indipendenza – ma anche per evitare che in Lombardia si instaurasse un governo repubblicano che avrebbe stretto in una morsa il Regno di Sardegna, già confinante a ovest con la seconda repubblica francese – decise di dichiarare guerra agli Asburgo. Prese una fascia tricolore, e la agitò al balcone dell’Armeria Reale affacciato su una piazza Castello gremita di folla.

Era la sera del 23 marzo 1848: cominciava la prima guerra di indipendenza a guida sabauda con il sostegno degli altri sovrani della penisola, papa compreso. Quel giorno Cavour, “febbricitante” per la deliberazione sovrana, aveva pubblicato sul suo giornale un articolo destinato a entrare nella storia. Questo l’incipit: «L’ora suprema della monarchia sarda è suonata, l’ora delle forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono i fati degli imperi, le sorti dei popoli. In cospetto degli avvenimenti […] l’esitazione, il dubbio, gli indugi non sono più possibili; essi sarebbero la più funesta delle politiche. Uomini noi di mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non gl’impulsi del cuore, dopo di avere attentamente ponderata ogni nostra parola, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta alla nazione, per il Governo, per il Re. La guerra immediata, senza indugi!».

Di Francesco Gonin, il ritratto del giovane Augusto Cavour, nipote prediletto del Conte

In casa Cavour, il giovane rampollo di famiglia dallo sguardo fiero nella sua scintillante divisa da sottotenente del reggimento Guardie, il ventenne Augusto, prese alla lettera il patriottico invito dell’amato zio: di sentimenti «italianissimi», si immolò nella battaglia di Goito per difendere il duca di Savoia Vittorio Emanuele. Cavour fu sconvolto alla notizia della morte del nipote; ebbe solo la forza di scrivere una lettera a Giacinto Corio, il fidato collaboratore in fatto di agricoltura, perché facesse celebrare nella chiesa di Leri una messa in suffragio dell’anima di Augusto. Poi prese la divisa del nipote, sepolto a Santena, e la ripose religiosamente in una teca; la pallottola mortale la fece incastonare su un piccolo monumento da tavolo; al pittore Giacomelli commissionò la scena con gli ultimi istanti di Augusto; tre memento da cui non si sarebbe più separato. La vittoria in battaglia era costata ai Cavour «il più puro del […] sangue». Una afflizione che aveva anche il sapore del risentimento nei confronti di quegli avvocati che diffamavano l’aristocrazia «nei trivi e nei caffè», mentre questa pagava il suo tributo alla patria facendosi uccidere sui campi. Dalle parole di Cavour emergevano ancora le diffidenze sociali: da un lato i nobili che, assolutamente fedeli alla dinastia e ligi al dovere, erano partiti per il fronte; dall’altro i borghesi dell’intelletto, in maggioranza avvocati, di matrice radicale, che discutevano e criticavano l’operato del governo e dell’esercito non solo in piazza, ma anche alla Camera dei Deputati, la prima in assoluto, inaugurata l’8 maggio 1848. Uno scandalo che si consumava proprio in quel tempio del potere rappresentativo, costituito da 204 eletti, da cui Camillo (già membro della commissione per la legge elettorale) era stato sorprendentemente escluso, sconfitto in tre collegi (Vercelli, Cigliano, Monforte) da… tre avvocati: Ferraris, Stara e Sineo. Sconvolto per la morte del nipote, amareggiato per essere stato l’unico direttore di giornale a non venire eletto deputato nella prima storica legislatura, deluso da un re «debole e irresoluto», Cavour fu sul punto di tornare alla carriera «dell’agricoltore […] più grata e piacevole». Ma ormai era chiaro che molti lo riconoscevano quale leader della corrente liberal-moderata. Venne l’elezione suppletiva, il 26 giugno 1848, in cui fu eletto nel primo collegio di Torino; e venne anche il suo esordio come oratore, il 4 luglio, con un discorso critico sulla legge di fusione del Regno di Sardegna con la Lombardia e quattro province venete conquistate dai piemontesi: nutriva troppi timori nei confronti di una costituente che avrebbe potuto sconvolgere in senso democratico lo Statuto.

Quelli tra il 1848 e il 1849 furono mesi difficilissimi per il Regno di Sardegna: militarmente, venuto meno il sostegno degli altri sovrani – in primis Pio IX, spaventato dalle minacce di scisma del clero austriaco – Carlo Alberto si trovò a combattere da solo contro la colossale aquila bicipite: perse a Custoza, e fu costretto a subire l’onta di un armistizio che restituiva Milano agli Asburgo. Politicamente furono mesi instabili: cinque governi si succedettero nel giro di appena nove mesi (marzo-dicembre 1848); la prima legislatura naufragò dopo appena sette (maggio-dicembre). L’anno 1849 cominciò poi sotto i peggiori auspici: spinto dalla Sinistra al governo, ma deciso comunque a riprendere la guerra a tutti i costi, non fosse altro che per salvare l’onore, Carlo Alberto in soli tre giorni fu sonoramente sconfitto da Radetzki, a Novara, e costretto ad abdicare; Cavour, dal canto suo, sebbene eletto consigliere comunale di Torino, non era stato riconfermato deputato nelle votazioni di gennaio per la II legislatura. Non stette con le mani in mano: presiedette il comitato di soccorso ai bresciani massacrati dagli austriaci. Dal canto suo, aveva solo parole di disprezzo nei confronti del partito ultrademocratico che si era impadronito del potere; quel partito giudicato, senza tanti giri di parole, vile e imbecille, disorganizzato, che aveva fatto di tutto per perdere il Paese. Alla scrittrice parigina Mélanie Waldor, con cui aveva avuto una breve relazione, scriveva: «un eccessivo amor proprio mi può far sbagliare, ma ho la profonda convinzione che se si fossero ascoltati i miei consigli, se avessi avuto il potere, avrei salvato il paese senza colpi di genio e, a quest’ora, fatto sventolare la bandiera italiana sulle Alpi stiriane». Si era all’alba di una nuova epoca, “di preparazione” all’Unità, che sarebbe entrata nei libri di storia contraddistinta dal nome del suo artefice: si era alla vigilia del decennio cavouriano.