Epilogo: dalla gloria alla morte improvvisa

di Pierangelo Gentile (Università di Torino)

Pochi giorni dopo aver proclamato l’Unità, il Conte, il 23 marzo, dava vita a un nuovo governo, il primo dell’Italia unita con rappresentanti del Nord, Centro e Sud: presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e della Marina, Camillo Benso conte di Cavour; ministro dell’Interno, Marco Minghetti; ministro della Giustizia, Giovanni Battista Cassinis; ministro della Guerra, Manfredo Fanti; ministro delle Finanze, Pietro Bastogi; ministro dell’Agricoltura, industria e commercio, Giuseppe Natoli; ministro dei Lavori pubblici, Ubaldino Peruzzi; ministro della Pubblica istruzione, Francesco De Sanctis; ministro senza portafoglio, Vincenzo Niutta. Prima che il destino si abbattesse sul Conte, ci fu tempo per ulteriore gloria, come nel discorso solenne del 25 marzo in cui tracciava la via ai suoi successori, proclamando Roma capitale. Ma venne anche il tempo dell’amarezza, per l’attacco durissimo sferrato da Garibaldi alla Camera, il 18 aprile, che incolpava il ministro di aver mosso l’esercito l’anno precedente allo scopo di provocare una guerra civile, e dei dubbi, per i mille problemi che attanagliavano il Paese: dal brigantaggio alle esauste finanze; dai rapporti tra Stato e Chiesa alle questioni territoriali irrisolte del Lazio e del Veneto.

Cavour rimase profondamente scosso dalla mole di lavoro. Cadde ammalato la sera del 29 maggio.

la visita di Vittorio Emanuele II a Cavour allettato per la malattia

Non si alzò più. Farini raccolse sul letto di morte le sue ultime parole: L’Italia è fatta, tutto è salvo! Dopo l’assoluzione impartitagli da fra’ Giacomo da Poirino (che fu punito da Pio IX con la sospensione a divinis), Cavour, stroncato da una malaria malcurata, spirò alle 6,45 del 6 giugno 1861 nella casa di Torino, all’età di 50 anni, 9 mesi e 26 giorni. Per il medico Alessandro Riberi a provocare la morte erano stati «afflussi di sangue alla testa, conseguenza delle troppe fatiche mentali, delle agitazioni di spirito, dei disgusti divorati in silenzio». Il 7 giugno si svolsero i funerali sotto una pioggia torrenziale. Il re offerse la cripta di Superga, sacello dei sovrani, ma Cavour aveva disposto diversamente per le proprie esequie: voleva essere sepolto a Santena, accanto al nipote caduto a Goito. Nel racconto di Artom, traspare la commozione per l’ultimo viaggio del Conte, lo statista dalla levatura europea che aveva cambiato i destini dell’Italia: «quel lugubre pellegrinaggio non m’uscirà mai dalla mente. Vedevo per la prima volta quei grandi alberi, quei giardini, quel castello di cui egli m’aveva spesso parlato […]. Benché tutti gli abitanti dei villaggi vicini fossero accorsi a Santena, quel funebre convoglio era umile e modesto; ma in tutto il corteggio, sul viso di tutti era scolpito un profondo dolore. Quando fummo nel sotterraneo ove sono i sepolcri di famiglia, si vide che la nicchia scavata nella parete nel luogo che Cavour stesso aveva indicato, era troppo piccola; fu d’uopo scavarla ancora. Quei colpi di martello mi risuonavano nel cuore: parevami sentire la fatalità che da tanti secoli imperversava contro l’Italia, infuriare con empio accanimento e demolire lo splendido edificio quasi compiuto dal grande Italiano!».

I funerali torinesi di Cavour, svoltisi sotto una pioggia battente, il 7 giugno 1861

Ma per il lutto, e specialmente per l’Italia non c’era tempo da perdere. Cavour avrebbe voluto così. Se ne era fatto interprete Minghetti, telegrafando lucidamente a Parigi nelle ore successive al decesso: «Il Conte è spirato questa mattina alle 7. I suoi ultimi momenti sono stati assai calmi: ha sempre parlato con immensa fede dell’avvenire dell’Italia […]. Ho riunito il consiglio, e credo che indicheremo Ricasoli come l’uomo della situazione per ricomporre il ministero. Rassicurate la Francia e l’Europa che la politica di Cavour sarà continuata, e che il governo non verrà a patti con la rivoluzione. Ecco l’obiettivo del momento».

Prima dell’oblio, tutto il Paese tributò onori al conte di Cavour. Ma resta il fatto che le più belle parole di commiato, parole con cui vogliamo concludere questa biografia, le pronunciò un avversario, Giuseppe Ferrari, alla Camera, il 26 giugno 1861: «No, voi non sentirete da me in questo recinto una parola contraria al conte di Cavour, che ha compiuto l’opera sua, che ci ha vinti, e la cui morte nella vittoria può essere augurata al migliore dei nostri amici. La terra potrebbe girare mille volte attorno al sole, il Conte di Cavour ci avrebbe vinti. Io considero come un onore della mia vita di essermi misurato con lui nello scontro di poche parole indelebili nella mia memoria. Ma egli ci ha superato, ci ha vinto. Qualunque cosa voi ora facciate, andare a Roma, penetrare a Venezia, sarà il Conte di Cavour che vi avrà condotti, preceduti, consigliati, illuminati; e qualunque calamità emerga, egli sarà sempre morto e sempre immortale come Alessandro».