Cavour e la famiglia

di Pierangelo Gentile (Università di Torino)

Quando a Torino, il 10 agosto 1810, Camillo Cavour venne alla luce nel settecentesco Palazzo di famiglia, in Piemonte governavano i francesi. Si era all’apogeo dell’impero di Napoleone e il suo dominio si estendeva su gran parte dell’Europa. In poco più di due lustri, la Storia aveva cambiato il suo corso, in grande, come in piccolo. Facciamo un passo indietro, perché è importante capirne le dinamiche, al fine di collocare nel tempo un evento così importante come la nascita del Conte.

A fine Settecento la Francia nata dalla Rivoluzione, quella che aveva dato assalto alla Bastiglia e ghigliottinato Luigi XVI, si era lanciata in una guerra dalla portata continentale per esportare, in punta di baionetta, i suoi princìpi di libertà, uguaglianza e fratellanza e per difendersi dalla reazione delle grandi potenze sentitesi minacciate quali l’Austria, la Russia, e l’Inghilterra, inorridite dal berretto frigio, nefasto simbolo di quel caos. Al suon della Marsigliese molte monarchie assolute erano state abbattute; molti alberi della libertà innalzati nelle pubbliche piazze, a significare la fine della tirannia. Così era avvenuto anche in Piemonte, porta d’Italia, dove la secolare dinastia sabauda era stata umiliata a Cherasco (a una cinquantina di chilometri da Santena), da un ambiziosissimo generale originario della Corsica, di soli ventisei anni, destinato a un grande futuro, che di nome faceva Napoleone Bonaparte. I Savoia furono costretti a scendere a patti con il nemico; poi, a lasciare spazio a un governo provvisorio di giacobini, come erano chiamati i rivoluzionari: con il risultato che Carlo Emanuele IV, re di quello strano Regno di Sardegna, che prendeva il titolo dall’isola ma si estendeva sui due versanti delle Alpi occidentali, fu costretto a fuggire, di soppiatto, una nevosa sera di dicembre del 1798. A parte il Piemonte, nel resto d’Italia i diversi regni in cui era spezzettata la penisola tra 1796 e 1799 vennero trasformati ufficialmente in repubbliche “sorelle”; “sorelle” di chi? della “maggiore” repubblica francese ovviamente. Nonostante la forte dipendenza dall’occupante d’oltralpe (che non si risparmiò in violenze e saccheggi …), le repubbliche furono un importante laboratorio politico, che fece nascere tra i “patrioti” italiani la consapevolezza di essere nazione. Non a caso il tricolore fece la sua prima comparsa in quei tempi calamitosi il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, quale vessillo della Repubblica Cispadana. Stabilita la controffensiva antifrancese, le truppe austro-russe del generale Suvorov riuscirono nel 1799 ad avere la meglio su quelle effimere realtà statuali. Come un domino, caddero una dopo l’altra. Ma fu una parentesi. Chi non ha davanti agli occhi il celebre dipinto di David con Napoleone sul cavallo bianco che valica il San Bernardo? I francesi tornarono per una seconda volta in Italia, e vincendo a Marengo, poco lontano da Alessandria, il 14 giugno 1800, riuscirono ad assicurarsi l’egemonia sulla penisola per lungo tempo. Fu l’epoca dell’irresistibile ascesa di Napoleone: proclamato console a vita nel 1802, fu consacrato imperatore il 2 dicembre 1804.

A quell’Italia di inizio Ottocento fu imposto dunque un nuovo assetto politico: a nord-est e al centro venne creato un “Regno d’Italia” con capitale Milano, ma completamente assoggettato alla Francia; a sud un regno di Napoli nella mani prima di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, e poi di Gioacchino Murat, cognato dell’imperatore; altre zone vennero invece direttamente annesse alla Francia, come la Toscana, il Lazio e il Piemonte, che fino al 1814 fu la ventisettesima divisione militare dell’impero. Ecco il contesto storico in cui nacque Camillo Cavour. Non ci si fa mai caso, ma il primo ministro dell’Italia unita nacque cittadino francese e suddito di Napoleone Bonaparte. A lui venne persino imposto il nome di battesimo del governatore di Francia a Torino, il munifico principe Camillo Borghese – marito della bellissima Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore, immortalata nel marmo dal Canova – che onorò la famiglia presentando il neonato al fonte battesimale. Un dettaglio che la dice lunga di quanto i Cavour si fossero avvicinati all’aquila imperiale: nonostante per secoli si fossero distinti al servizio di Casa Savoia, Michele Cavour, padre di Camillo, rivestiva in quel momento la carica di primo ciambellano del principe Borghese. Non deve stupire questa “giravolta”. Al tempo, rifugiatisi i Savoia in Sardegna, molte famiglie aristocratiche piemontesi, nel timore di essere defraudate dei loro beni (il che voleva dire rovina certa) decisero di restare a Torino e di mettersi al servizio di un potere che, benché straniero, aveva perso molto della sua carica rivoluzionaria. Anzi, i francesi avevano cercato di avvicinare, favorire e coinvolgere nell’amministrazione le classi dirigenti locali. In fondo i Cavour avevano poco da rimproverarsi in fatto di fedeltà: Michele e un suo prozio di nome Uberto, meglio conosciuto come Franchino, militarono fino all’ultimo tra le fila dell’esercito sabaudo, per onorare la memoria degli avi distintisi in battaglia, come Goffredo, difensore della fortezza di Montmélian dagli assalti di Luigi XIII di Francia nel Seicento, o Michele Antonio, bisnonno di Camillo Cavour, zoppo a vita dopo la battaglia di Guastalla nel Settecento. Entrambi questi guerrieri si erano guadagnati l’ordine dell’Annunziata, la più prestigiosa onorificenza sabauda, che rendeva cugini del re. Quando nell’anno 1800 per i Savoia sconfitti non vi fu più nulla da fare, pur di non avere alcunché da spartire con i vincitori, zio e nipote Cavour, congedatisi, lasciarono l’Italia mettendosi in viaggio: tra le tante mete, approdarono a Ginevra, e fu lì che Michele conobbe la sua futura sposa, madre di Camillo, Adèle de Sellon, figlia di un ricco banchiere e negoziante infeudato della signoria d’Allaman, nel cantone di Vaud, che avrebbe impalmato il 17 aprile 1805. Servita la patria era bene pensare al proprio futuro, sempre ossequiosi alla massima dell’aristocrazia che agli interessi economici non si deve mai anteporre alcun sentimento. La dote all’epoca era fondamentale per la sopravvivenza delle famiglie; tanto più per un casato come quello dei Cavour, che aveva conosciuto nella sua lunga storia alterne fortune; prima i denari, con l’attività mercantile esercitata non solo in quel di Chieri, e la signoria su Santena, fin dal Cinquecento; poi, a metà Seicento, il marchesato pagato in moneta sonante in corrispondenza di una modesta vigna abbarbicata sulla rocca di Cavour, centro del pinerolese; infine i debiti, come a fine Settecento, quando per evitare il dissesto finanziario Giuseppe Filippo Cavour (nonno di Camillo) si era sposato l’agiata Filippina de Sales, originaria della Savoia, della famiglia di san Francesco de Sales. Fa specie pensarlo, ma nelle vene di Camillo Cavour, propugnatore della laicità dello Stato, scorreva lo stesso sangue di un campione della Controriforma cattolica!

il ritratto dei fratelli Gustavo e Camillo Benso di Cavour. Camillo è a sinistra

Comunque sia, a inizio Ottocento, convinti che fosse improbabile un ritorno dei Savoia, i Cavour, sempre gelosi del loro status, cominciarono a imborghesirsi e a muoversi con scaltrezza nella nuova realtà. Fecero affari, organizzando un’impresa, la Società pastorale della Mandria di Chivasso, che prevedeva l’allevamento di migliaia di pecore merinos, la cui lana doveva servire per confezionare le divise della Grande Armée; fecero salotto, frequentando le feste di Palazzo Chiablese, a Torino, sede della corte dei Borghese; fecero figli, garantendo una discendenza alla propria stirpe: il marchese Michele e la sua sposa, la ginevrina Adele, ebbero due eredi: Gustavo, il primogenito, nato il 27 giugno 1806; e il nostro Camillo, nato, il 10 agosto di quattro anni dopo. I fratelli vennero educati assieme, non a scuola però, bensì in famiglia, con insegnanti privati, come al tempo usavano le famiglie benestanti. Da subito emersero però caratteri profondamente diversi; il maggiore Gustavo era ubbidiente, riflessivo e studioso; il minore Camillo, già a tre anni definito dalla madre «bontempone, forte, chiassoso, sempre con la voglia di divertirsi». Con il risultato che, mentre Gustavo stava diligentemente composto alla scrivania a fare i compiti, Camillo, vivacissimo, ne aveva orrore, come candidamente protestava al precettore: «lo studio mi annoia, che volete che ci faccia, non è colpa mia». Preferiva conoscere il mondo dal vero: il primo viaggio, a Ginevra, lo fece a sei anni. Emergeva già in Camillo l’indole ribelle e refrattaria alle imposizioni, ma altresì l’ingegno vivace … e l’amore per Santena. Prendendo carta e penna per scrivere all’amata zia Victoire, sorella della madre, chiamata teneramente Sonchenote, dimostrava tutta l’affezione per quella villa di campagna, ritrovo della famiglia nella bella stagione. Ma in quell’11 maggio 1816 il contesto storico era nuovamente cambiato; Camillo Cavour non era più suddito di Napoleone il Grande, sconfitto a Waterloo ed esule a Sant’Elena; bensì di re Vittorio Emanuele I di Savoia, rientrato a Torino – come rievoca Massimo d’Azeglio nei suoi Ricordi – con quella faccia un po’ «da babbeo ma altrettanto di galantuomo».