[La rivoluzione parigina del giugno 1848]

p>«Il Risorgimento», Anno I, numero 157 del 30 giugno 1848

Dopo una lotta micidiale e terribile che non ha pari negli annali delle rivoluzioni moderne; dopo quattro giorni di continuo combattere col ferro e col fuoco, coi cannoni e colle baionette, il partito dell’ordine ha trionfato in Parigi degli operai levati a rivoluzione. Alla durata della lotta, all’accanimento dei combattenti, all’immensità dei mezzi spiegati per conseguire la vittoria, si può argomentare della suprema importanza della causa che le armi erano chiamate a decidere.

Si trattava, infatti, di salvare l’ordine sociale da una distruzione assoluta, di serbare intatti i sacrosanti principi della famiglia e della proprietà, minacciati dal socialismo e dall’anarchia; di preservare la civiltà moderna da una nuova invasione di barbari. E non si trattava della Francia sola, ma, si può dire, di gran parte del continente europeo, giacché se il comunismo vinceva a Parigi, difficilmente l’Italia e la Germania sarebbero giunte a tenerlo per lungo tempo lontano. Entrambe queste contrade sarebbero state sottoposte alla dura prova: entrambe sarebbero state straziate dagli insensati tentativi di coloro che credono di poter impunemente violare le grandi leggi della natura, sulle quali la civiltà ha innalzato l’edificio delle società moderne.

Universale adunque debb’essere la gioia destata dalla grande vittoria ottenuta in Parigi dagli amici dell’ordine. Ma questa gioia, mista di lagrime per l’immensa quantità di sangue sparso, non deve illuderci sulle cause che hanno trascinata la Francia all’orlo di un precipizio, entro il quale stette per cadere durante tre giorni consecutivi, ed impedirci di riflettere seriamente ai mezzi che siano atti ad impedire il ritorno di sì sanguinose catastrofi.

La classe operaia di Parigi, dominata più o meno dalle idee socialiste e comuniste che da più anni serpeggiavano fra essa, operò la rivoluzione di febbraio, approfittando della neutralità ostile della borghesia. Padrona di Parigi, essa depose il potere entro le mani di coloro ch’essa teneva come gli apostoli del comunismo e della democrazia pura, nelle mani cioè di Louis Blanc, di Albert, di Ledru-Rollin e di Lamartine.

Questi nuovi governanti, per convinzione o per necessità proclamarono, in un colla repubblica, l’immediata applicazione di alcuni principi socialisti riputati men difficili ad introdursi nell’attuale sistema economico della società; e fra questi la guarentigia del lavoro e la sua riorganizzazione sopra basi favorevoli alla classe operaia.

Ma l’applicazione di questi principi rimase sterile e senza effetto. Invano il Governo provvisorio istituì con pompa solenne nel palazzo del Lussemburgo una specie di tribunale supremo, rivestito d’illimitati poteri, per riordinare le relazioni dei braccianti e dei capitalisti; invano Ledru-Rollin e Louis Blanc proclamarono in mille diverse guise la compiuta emancipazione del lavoro e la sconfitta del capitale; invano i decreti in favore degli operai si succedevano senza posa.

La fiducia essendo scomparsa ed il credito ucciso, l’edifizio economico crollò da ogni lato, e la Francia si coperse di rovine industriali.

Mentre Louis Blanc ed i suoi emuli Cabet, Proudhon, Considérant, Pierre Leroux ed altri molti vaticinavano ai proletari un avvenire scevro di disagi e ricolmo di felicità, le officine si chiudevano, il lavoro cessava, la miseria si estendeva a tutta la classe operaia parigina. Terribile contrasto tra la realtà ogni giorno più amara, e le ridenti promesse e le ingannatrici speranze, che si ripetevano senza fine alle orecchie di un popolo deluso!

Alla miseria degli operai il Governo provvisorio non seppe altrimenti provvedere che colla creazione di pubbliche officine (ateliers nationaux), in cui tutti coloro che erano rimasti senza occupazione ricevevano una tenue mercede per un lavoro più tenue ancora.

Quanta amarezza dovettero sentire i generosi operai di Parigi quando, invece di veder sollevate le loro, sorti a condizioni migliori, furono costretti ad abbandonare le arti eleganti ed ingegnose che loro procacciavano un abbondante salario, per lavorare quai semplici braccianti a 25 soldi al giorno!

Per qualche tempo si trovò modo di far loro tollerare un sì crudele disinganno, mercé una frase che sarebbe stata sublime se non fosse stata inventata per coprire un maggior disinganno o più funesti pensieri: «Gli operai, si disse, hanno tre mesi di miseria al servizio della repubblica democratica»; e gli operai ripeterono con confidenza: «Si, soffriremo tre mesi per conseguire i beni che ci promettono i nostri capi, i nostri governanti».

Ma i tre mesi trascorrevano, e la condizione degli operai, lungi dal migliorarsi, peggiorava ogni giorno. Il numero dei mestieranti occupati ai pubblici lavoratoi cresceva di continuo; e lungi dall’aumentare il lieve soldo che loro si accordava, il Governo fu costretto a ricusare l’accesso nelle officine al nuovi postulanti. E cosi in Parigi, sede delle industrie le meglio retribuite, e patria degli artieri più abili, i più ingegnosi, l’ottenere, più a titolo di carità che di onorata mercede, 25 soldi al giorno, divenne un invidiabile privilegio!

L’irritazione degli operai andava crescendo. La rimembranza della passata relativa agiatezza, il pungolo delle crescenti angustie, l’ira pei sofferti inganni e per le tradite speranze, spingevano gli animi di quei miseri a dar ascolto ai più disperati consigli, alle risoluzioni le più avventate. Da un mese le cose erano giunte a tal segno, che essi costituivano un vero esercito pronto a combattere sotto qualunque bandiera d’insurrezione, che si spiegasse nemica all’ordine sociale.

L’Assemblea vedeva il pericolo che minacciava Parigi, e sollecitava il potere esecutivo a porvi efficace riparo con isciogliere le squadre dei pubblici operai.

Ma, incerto, debole e diviso, il potere esecutivo cercava invano di applicare inefficaci palliativi ad un male che richiedeva eroici rimedi. Il rimandare tutti gli individui mantenuti a spese del pubblico, prima che l’industria privata avesse riaperte le sue officine, pareva una determinazione pericolosa ed inumana.

Ma in qual modo queste officine potevano mai riaprirsi, mentre, il Governo si abbandonava a tendenze apertamente socialiste e violava il diritto di proprietà, unica base dell’industria privata, colle sue, strane proposizioni sulle strade ferrate, e mentre rovinava le compagnie d’assicurazione? L’Assemblea e la Commissione esecutiva si avvolgevano in un circolo fatale, dal quale la guerra civile ebbe solo la forza di farle uscire.

Gli operai, perduta ogni speranza, si apparecchiarono alla lotta sotto la direzione di capi passionati, ma esperti nell’arte delle rivoluzioni. Socialisti per convinzione, anarchisti per istinto, uomini amanti degli sconvolgimenti, come di drammi commoventi e sublimi, poteva ognuno in questo stato degli animi ripetere coi generale Thomas: «a domani la grande battaglia».

Questa, annunziata il giorno dell’elezione di Luigi Bonaparte, e ritardata per ignoti motivi, scoppiò tremenda il 23, sotto pretesto di una risposta ingiuriosa fatta dal quinqueviro Marie ad una deputazione di operai.

La battaglia è vinta, ma a prezzo d’immensi sacrifizi, d’innumerevoli vittime. Sarà ella veramente proficua alla causa dell’ordine, della libertà e del vero progresso sociale, oppure deve essa rimanere uno sterile trionfo della forza? La condotta dell’Assemblea risponderà a quest’ardua quistione.

La vittoria riuscirà certamente inutile, se il socialismo, debellato nelle contrade, continua ad informare lo spirito di chi governa; se il potere, dopo di aver fatto rispettare dagli operai i diritti di proprietà, li conculca apertamente co’ suoi decreti e colle sue leggi. Rimarrà sterile se l’Assemblea, dopo d’aver vinti i soldati dell’anarchia, non osa colpire i capi di essa, i socialisti cioè, che ne sono i veri fautori. Ma l’umanità non potrà rallegrarsene, se, ristabilito l’ordine materiale, non si ristabilisce l’ordine morale. Ricordinsi le classi vincitrici che gli sciagurati operai sono assai più degni di pietà che di sdegno, e che è loro dovere, come pure loro interesse, di provvedere con ogni mezzo possibile, non già all’attuazione dello stolto programma della rivoluzione di febbraio, ma al miglioramento stabile, reale e continuo delle condizioni fisiche e morali delle classi meno agiate e più numerose; e ciò secondo i dettami della vera scienza economica, vale a dire entro i limiti del possibile.

C. Cavour


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