[I mezzi rivoluzionari. Teoria del sig. Brofferio]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 274 del 16 novembre 1848

Noi abbiam trascurato finora di dichiararci, come lo siamo, nettamente avversi ad un principio che, alcuni giorni addietro, fu annunziato dalla tribuna, dopo essere stato probabilmente materia di vivo contrasto nel Comitato segreto, e che, per la sua indecisa portata, per la franchezza con cui fu espresso, e per gli applausi di cui fu coperto, ci sembra essere uno di quelli che ottengono una rapida celebrità perché niuno si cura di definirli.

Un deputato, alle opinioni del quale rare volte ci tocca aderire, un oratore di cui c’impone l’energia e ci commuove la voce, formolava in un nuovo modo le colpe del Ministero, riducendole tutte al non aver saputo o voluto giovare alla causa del risorgimento italiano con mezzi rivoluzionari, i soli, secondo lui, che sieno capaci di assicurarci un completo trionfo.

Il discorso, già noto, del deputato Scofferi, porse al sig. Brofferio l’opportunità di elevare questo nuovo sistema. Noi non vogliamo discutere se il vincolo tra le proposte Scofferi e il motivo con cui le appoggiava il Brofferio, sia poi strettissimo ed evidente. Egli non ci volle già dare un giudizio sul merito intrinseco della legge, che il suo collega era venuto a proporre, ma disse ben chiaro che intendeva di darle la sua non facile adesione, unicamente perché ci trovava il saggio, l’inizio di quei mezzi rivoluzionari, a’ quali era tempo ormai di venire, se non si volesse che il Ministero sia dichiarato per sempre incapace di salvare l’Italia.

Ora è appunto l’idea generica che noi vorremmo discutere e depurare; e cominceremo dal chiedere all’onorevole sig. Brofferio che ci ascolti e ci soffra con quello spirito di franchezza che noi troviamo nelle sue parole. Le nostre potranno non mutare per nulla le convinzioni della sua coscienza; ma egli è l’uno dei pochi, o forse il solo, a cui ci sentiamo il coraggio di dire francamente tutto il nostro pensiero, perché è il solo che francamente si spieghi, e non ci sembri apparecchiato a sfigurare le nostre tendenze, e darci del gesuita per poco che avremo ragione.

Vorremmo, in primo luogo, sapere che cosa s’intenda per mezzo rivoluzionario, e perché sia preferibile a tutti? Finora, il solo criterio col quale sapevamo giudicare della bontà di un mezzo qualunque, stava nell’efficacia, nell’attitudine a produrre un fine. Rivoluzionario o pacifico, popolare o realista, democratico o aristocratico, il mezzo non credevamo che avesse valore se non in quanto conducesse allo scopo.

Se per es. taluno falsamente credesse che la salute d’Italia dipenda dal configgere uno stile nel petto a Radetzky; se un altro invece sapesse che con qualche milione di franchi si possa comprare il dispaccio che imponga al generale austriaco di sgombrare della sua presenza il suolo d’Italia, avremmo due mezzi, de’ quali l’uno, eminentemente rivoluzionario, lascierebbe l’Italia nella schiavitù in cui geme, l’altro sarebbe pacifico, oscuro, prosaico, ma senza dubbio preferibile al primo, dato che fosse efficace all’intento.

Se prendessimo dunque in questo senso la prediletta parola del sig. Brofferio; se rivoluzionario volesse dire efficace, noi non sapremmo comprendere né in che consista la novità del sistema, né che cosa si ottenga a mutare il vocabolo, né come l’onorevole deputato abbia saputo partire da questo punto per trarne la conseguenza che il procedere accortamente, il calcolare gli eventi coi dettami della saggezza, fosse un metodo falso e pernicioso. Altrettanto varrebbe il dire, che per aprire una breccia convenga preferire le convulsioni di un pazzo ai colpi misurati di un artigliere.

Rinunziando a questo primo significato, potremmo abusar della frase, addebitandole tutto ciò che vi sia di più tristo fra i suoi sinonimi: gettare l’allarme nella società, e dire che nella teorica del sig. Brofferio si tratti di capovolgere, manomettere, scannare, bruciare. Ma sarebbe puerile calunnia, che l’onorevole deputato non si attende certamente da noi. Crediamo, in vece, aver colpito l’intimo senso della sua parola, allorquando la tradurremo in misure energiche, risolute, da parte di chi comanda, e sacrifizi insoliti e gravi di persone e di averi, da parte del popolo che ubbidisce. Non si potrebbe, ci pare, richiedere un’interpretazione più onesta da noi, ed al tempo medesimo più propizia all’assunto del nostro avversario. Se il suo pensiero contenesse qualche cosa di più smodato, noi gliene saremmo gratissimi, giacché non farebbe allora che rafforzare viemmeglio i nostri argomenti.

Or bene: in tutte le gradazioni per le quali il prediletto vocabolo del signor Brofferio possa trascorrere, dalla modesta petizione fino al vespro siciliano, una sola cosa di vero si troverà: o si parla di un mezzo ben calcolato, efficace; ed in tal caso rientra nella classe de’ mezzi ordinari, e la parola rivoluzionario non toglie né accresce la sua naturale bontà; o si prescinde dall’attitudine intrinseca, ed in tal caso il carattere rivoluzionario non può giustificarne o compensarne il difetto.

E tale è, in verità, il segreto concetto che le menti volgari si formano delle misure che chiamano energiche, o com’oggi è vezzo di dire, collocate all’altezza delle circostanze. Concepire uno scopo, appoggiarsi sopra un’ipotesi, procedere di pensiero in pensiero, formare una concatenazione di elementi prescelti, astrarli dalle realità che li circondano e li modificano, disprezzare gli ostacoli, irritarsi davanti a loro, abbatterli ed aprirsi un passaggio, ecco tutto il sistema nella sua nudità. É un mondo ideale, architettato nel silenzio del gabinetto sugli istinti buoni o perversi del nostro cuore; è un tratto dell’umana superbia, al quale la natura oppone costantemente o l’impossibilità momentanea, o la punizione del disinganno.

Gli uomini dalle misure energiche, gli uomini, davanti ai quali noi non siamo che miserabili moderati, non son già nuovi nel mondo: ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia c’insegna che non furon mai buoni, se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinare le cause più gravi dell’umanità. Quanto più disprezzano le vie segnate dalla natura, tanto meno riescono. Noi potremmo ripubblicare e spargere a milioni di copie le belle parole di Cormenin sull’indipendenza d’Italia, questo completo sistema d’insurrezione lombarda: ma finché nel mondo reale esistano le contrarie forze di cui l’illustre scrittore non tenne conto nella sfera ideale del suo progetto, egli avrà scritto due pagine di una sublimità inimitabile, ed il soldato tedesco seguirà a riposarsi tranquillo in Milano.

Quando poi non si tratti dell’impossibilità momentanea, si tratta sempre di un trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude, il saggio tace; l’evento sopravviene e giustifica le previdenze del saggio. Un momento vi paiono vittoriosi; l’indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni inerenti alla specie, sorgono gl’invincibili interessi della famiglia; sorgono tutti come un’ondata, ingoiano il mezzo rivoluzionario e lo scopo è fallito. Si direbbe che la natura li adeschi e li attenda, per poi beffarsi di loro ed avvezzarli a venerarne le leggi.

Infatti, chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e più giuste? La smania de’ mezzi rivoluzionari, gli uomini che pretesero rendersi indipendenti dalle leggi comuni e si credettero forti abbastanza per rifarle da capo.

Era fra le leggi della natura che, dove manchi ordine e pace, ivi il danaro si debba nascondere, e il credito debba sparire. La rivoluzione dell’89 si credette superiore a questo supremo decreto della Provvidenza, e creò gli assegnati. Era energica e risoluta misura, collocata all’altezza delle circostanze, ma le mancava pur non di meno di essere all’altezza della natura, e malgrado tutto il suo carattere essenzialmente rivoluzionario, doveva appunto aggravare que’ mali che intendeva di guarire.

L’assegnato tirò dietro a sé il corso forzoso; questo chiamò la legge del minimo, quindi i venditori si ascosero, quindi la guerra al fantasma del monopolio, quindi la fame: e al trar de’ conti, il mezzo rivoluzionario nacque, compì il suo corso, morì, lasciando dopo di sé il discredito, la penuria del numerario, la rovina delle fortune, i mali tutti che si volevano evitare con un sol tratto di penna ed a dispetto della natura.

La natura ha voluto che il cuore umano senta orrore del sangue, e si ribelli a colui che lo versi. Marat e Robespierre pretesero invece avere scoperto un gran mezzo rivoluzionario allorché concepirono il pensiero di seppellire nel sangue tutto ciò che venisse a rallentare il corso de’ loro ambiziosi progetti. Caddero migliaia di teste, ma che cosa ne raccolse la rivoluzione francese? Il direttorio, il consolato, l’impero.

La natura ha voluto che le nazioni conservino le loro autonomie speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sé e non sieno violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con uguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, si ride de’ sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l’industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non che lo splendore d’una meteora, trascorsa la quale, doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l’isola di S. Elena.

Una setta iniqua e ignorante si è or ora levata sopra un ipotetico desiderio, vecchio come la storia, e sucido come il più cieco egoismo. Trova contro di sé la scienza, l’affetto, l’individuo, la famiglia, ogni legge fondamentale dell’umana specie… che importa? Essa ha fede vivissima nel mezzo rivoluzionario, è sicura di trionfare, ed intraprende il 24 di giugno. Il sangue francese scorre a fiumi, la Francia all’orlo d’un abisso si desta, accorre, e sopprime la nuova follia. Che cosa è avvenuto? Cercavamo una repubblica democratica e sociale, avevamo in mano il germe di molte idee, che svolte pacificamente e con mezzi ordinari avrebbero probabilmente fruttato qualche nuovo progresso nella scienza; e invece abbiamo raccolto, a Parigi lo stato d’assedio, in Piemonte una mediazione lenta e dubbiosa, a Napoli una vergognosa amicizia tra l’inviato repubblicano e il tiranno borbonico… Attendiamo ancora un momento, e vedremo l’ultimo effetto del mezzo rivoluzionario, Luigi Napoleone sul trono!

Applicate codesta riflessione ogni dove, a Berlino, a Vienna, a Francfort, dappertutto una medesima conseguenza: il mezzo è buono se adatto, è pernicioso se disadatto. Il supporlo adatto per questo solo che abbia il carattere rivoluzionario, è un errore solennemente smentito da tutte le storie; errore in cui cadono gli intelletti non dirozzati o i cuori corrotti, e in cui non dovrebbe inciampare Brofferio.

Forse ancora, il solo criterio che possa divenire una guida sicura nelle grandi intraprese, è quello di partire dal punto opposto. Ritenete per dannevoli in massa i mezzi rivoluzionari; e quando, senza punto badare a questo carattere esterno, vi è dimostrata la loro evidente efficacia, adottateli pure, riusciranno perché son buoni, e solamente per ciò.

Nel calore della sua arringa il signor Brofferio citò la Sicilia, e noi la citeremo, noi pure, per confutarlo. Chi crede che un impeto cieco e istantaneo abbia determinato il movimento italiano, s’inganna. Trenta e più anni lo prepararono; trent’anni di inalterabile pazienza, e di sordo travaglio, occupati a ritardare, ad impedire ogni slancio improvviso, ad attendere il momento opportuno, in cui una sola voce bastasse, e non mancasse un sol uomo all’appello. Fino al novembre 1847, sa egli, il signor Brofferio, qual fosse il più rivoluzionario de’ mezzi da’ siciliani adoprato? Gettarsi in mezzo del popolo, temperarne l’ardore, impedire la rivoluzione immatura. Ed una volta lanciati nel movimento, potrebb’egli indicarci un sol atto, una sola di quelle misure che parrebbero inevitabili in un paese abbandonato a se stesso, senza forze materiali, affidato all’incerta politica del Gabinetto britannico, tradito da occulti maneggi degl’inviati francesi? Il più fermo proponimento di respingere, di combattere ogni mezzo rivoluzionario, di tenersi ai dettami della più fredda prudenza, ecco ciò che ha sostenuto per 10 mesi la rivoluzione siciliana, ciò che la farebbe ripullulare domani, quand’anche la politica delle grandi potenze scendesse alla viltà di tradirne le più giuste speranze!

Tornando agli interessi dell’alta Italia, noi comprenderemmo la logica del Brofferio se egli venisse a dimostrare l’efficacia di un mezzo qualunque, considerato in rapporto allo scopo; ma quando egli, indipendentemente dall’efficacia, si appiglia al carattere esterno; quando accenna alla spoliazione e l’approva, non perché giovi al Tesoro, non perché i bisogni della guerra lo vogliano, ma perché ci sente il sapore dell’energico, del violento e del rivoluzionario; quando un imprestito forzoso, una emissione fittizia permessa al Banco di Genova son da lui riprovati, non perché turbino il corso spontaneo de’ pubblici e privati interessi, ma invece perché l’han poco turbato, noi non possiamo riconoscere nella ragione del sig. Brofferio altro che una fatale aberrazione, la quale di passo in passo condurrebbe l’Italia ad un’eterna rovina.

Che egli adunque ci chiami sopra un terreno più degno, e ben volentieri lo seguiremo. Tutto siam pronti ad ammettere, e non ci è cosa che ci spaventi, quando ci si ponga la quistione nel suo vero punto. La spoliazione, la leva in massa, la propaganda, la cartamoneta, se volete anche il terrore, tutto siam disposti a discutere ed abbracciare, quando ci sarà chi si fidi di dimostrare che sieno mezzi efficaci a conseguire ed assicurare l’indipendenza e la libertà italiana. Ma finché ci si venga a proporli in grazia del demerito che li distingue, in grazia del loro carattere rivoluzionario, noi non sapremo che doppiamente abborrirli, perché iniqui in se stessi, e perché tradiscono il fine supremo delle nostre tendenze.

Mezzi rivoluzionari! Ecco una frase destinata a passare di bocca in bocca, di circolo in circolo, di giornale in giornale. La vedremo tra poco, compresa sotto mille diversi e contraddittori significati, convertirsi in una specie di cieca fede. Sarà probabilmente il compendio della prosperità italiana. Sarà l’ancora della nostra salute. Sarà un bel dono, che la democrazia piemontese potrà scambiare colla Costituente del Corriere Livornese; quest’altro fantasma che, trasportato dalla piazza al dicastero, si è trovato non essere che un’idea ben antica, ben nota ad ogni angolo più oscuro d’Italia, ma nota co’suoi difetti, o per dir meglio, colle sue tante difficoltà, contro le quali tutto l’ardore di Montanelli non ha speranza di trionfare, se non è colla pazienza e col tempo, che abbisognavano a noi, alla Società federativa, ai nostri ministri, ad ogni uomo di senno.

Eppure, noi saremmo contenti di potere augurare alla teoria del Brofferio la sorte che sappiamo vaticinare al programma del Montanelli. Una Costituente italiana sarà difficile, non è certo impossibile, è necessaria ed
utile, o presto o tardi si avrà; ma il sistema de’ mezzi rivoluzionari, è falso in se stesso, ed è direttamente nemico all’intento da cui il suo gagliardo sostenitore è partito”.

C. Cavour


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