Due parole ai lettori del Risorgimento

«Il Risorgimento», Anno II, numero 579 del 12 novembre 1849

Or sono pochi giorni un ex-ministro pronunziava alla Camera queste parole: ho sempre combattuto gli estremi e ciò è tanto vero che io mi procacciai l’avversione e degli uni e degli altri. La verità di questo detto è antica, e pochi più giustamente di noi potrebbero apprezzarla; poiché, dopo due anni di continua lotta contro repubblicani e assolutisti, il Risorgimento può dire a sua volta di essersi tirato addosso tutti questi partiti egualmente nemici a quel principio costituzionale che esso prese per issopo di tutte le sue mire; abbiamo detto repubblicani ed assolutisti, ma sarebbe forse ancor meglio dire mazziniani e reazionari, ove si volesse indicare col vero nome i più tenaci nostri nemici.

Camminare fra questi due estremi, attenersi invariabilmente al principio monarchico costituzionale, ed alla vera idea italiana, tale fu il nostro fermo proposito, e in tanto urto di straordinari avvenimenti, in quell’impeto che trascinava popoli e governi verso le più esaltate teorie politiche, non era certo facile cosa. Non sta a noi il dire se ci siamo riesciti; ma ove ogni altro testimonio ci mancasse, come scrittori potremo sempre invocare quello irrefragabile del nostro foglio; ed è su questo (che non muterà per cangiare di tempi, di uomini e di cose), che prova per noi e contro noi con immutabile imparzialità, [che] vogliamo essere giudicati. Egli è con questo che noi possiamo dire, che siccome affrontammo la guerra dei repubblicani, l’odio dei mazziniani, con eguale fermezza e con nuova lena combatteremo ancora quel partito retrivo col quale si tentò invano, or con cieco, or con perfido consiglio, di confonderci, quando anche nella nuova lotta che per noi si apre avessimo a provare che l’avversione dei due estremi non è il peggio cui debba aspettarsi chi li combatte amendue con egual forza e costanza, a profitto di certi moderati.

Non fuvvi organo dell’opposizione, o della stampa democratica che non ci abbia gratificati del nome di ministeriali, e se si cessava dallo affibbiarci un tal titolo non era che per regalarci quello di reazionari. Ma siccome i tempi purtroppo sono giunti in cui la forza delle cose incoraggisce o sforza ciascuno a presentarsi sotto il vero suo aspetto, ne avviene che noi chiamati reazionari dalla stampa repubblicana e democratica, siamo ora chiamati repubblicani e quasi quasi demagogi da quel partito che vede nel Risorgimento un ostacolo al compimento delle mal celate sue mire. Questo partito finse di unirsi a noi quando il mazzinismo e la pseudo-democrazia innalzavano già quasi l’inno del trionfo; allora il Risorgimento, che sempre combatté in prima linea, era per esso il difensore della vera libertà, dell’ordine, della religione (e talvolta si sforzavano anche a dire del principio costituzionale), era lo scudo sotto il quale si riparavano dalla tempesta dei colpi che a loro si lanciavano da ogni lato; ma al primo volgersi degli avvenimenti contro la causa italiana, noi cominciammo a diventare per essi uomini dubbi, uomini sospetti. Pronunziatasi alfine quella crisi che mutò faccia non solo all’Italia, ma all’Europa, cessato in essi lo spavento della repubblica e del mazzinismo, noi siamo diventati a un tratto rivoluzionari, nemici dell’ordine, del Papa, e quasi fautori di anarchia e di irreligione! Abbiamo forse mutato tendenze o linguaggio? no certo; ma sono mutati i tempi, e per giungere allo scopo finale bisognerebbe trovar modo di sbarazzarsi di quegli uomini, cui non si perdonerà mai il delitto di avere fra i primi pubblicamente innalzata la bandiera costituzionale, di averla difesa contro ogni assalto, e che più sono decisi a combattere fino agli estremi, contro tutti e per tutti, questo santo e glorioso vessillo.

Né credasi che vogliamo accennare qui a certi organi di quella stampa, le cui tendenze non sono oramai più un mistero;noi non ci meraviglieremo mai di questi attacchi, poiché rispettiamo in essi la libertà della stampa e ne sopportiamo anche la licenza,ben sapendo come un eccesso in un senso ne chiami un altro in senso opposto, finché amendue si neutralizzino a vicenda. Noi vogliamo accennare ad una classe, ad un partito che ora ricomincia a mostrare quanto tenaci e profonde siano le radici ch’esso ha gettato nel nostro suolo, e come si mostrino ripullulanti quando credevansi se non estirpate, almeno disperse e inaridite. Gli esempi di Napoli, di Roma, di Milano (per tacere della Germania e dell’Ungheria) sono troppo attraenti, onde questo partito non comprenda, che fintanto che la Costituzione si appoggia o si contiene in Piemonte nei limiti della moderazione e della prudenza le loro speranze non saranno mai che vane lusinghe; quindi la necessità di mettersi attorno gettarsi addosso ai veri moderati, ai costituzionali, quand’anche, esausti tutti gli altri mezzi, dovessero dar mano ai più dichiarati loro nemici per compiere la santa e finale impresa.

Ma questa è una tattica che per nulla ci giunge improvvisa e contro cui da lungo tempo eravamo preparati. Crediamo per ora debito nostro svelarla al pubblico, e speriamo di non avere bisogno di soggiungere che né forza, né animo ci mancheranno, contro questi inveterati e logori campioni dell’assolutismo e dello straniero. Sarà però bene ripetere ancora una volta che se la repubblica ed il mazzinismo non poterono mai allignare in Piemonte, ciò devesi al principio costituzionale, francamente professato dal Principe e dal Governo; e che se si volesse che molti costituzionali (noi non potremmo però mai essere tra questi) avessero a finire per diventare repubblicani in fondo dell’animo, non si avrebbe a far altro che lasciar crescere questi semi di reazione, i quali minacciano non meno la dinastia che lo Statuto, ed una tal conversione sarebbe fatta a maggior gloria della democrazia mazziniana, vinta sì ma lungi dall’essere spenta in Italia ed in Europa.

Riportando il nostro sguardo sui due anni che sono oramai trascorsi, parci che il corso degli avvenimenti siasi arrestato a tal punto che sia purtroppo facile il riconoscerci. e giudicare il passato, e prevedere od interrogare l’avvenire. Chi possa considerare e ricordar questo passato senza farsi un rimprovero, noi non sapremmo dove vederlo, e non saremo certo fra coloro che vorranno darsi tal vanto; ma per nulla sfiduciati da sì dura esperienza possiamo dire altamente che provochiamo tutti i nostri avversari e nemici a provarci, col nostro foglio alla mano, che il Risorgimento abbia tradita la sua, professione di fede, a provare che gli uomini suoi abbiano avuto a disdirsi di un atto solo della loro vita politica. Senonché coloro, che si dicono ingannati da noi, dicono senza volerlo il vero; essi ci credevano annuenti o complici secreti delle tristi loro mire, credevano che il nostro liberalismo, la nostra fede nello Statuto, nei destini dell’Italia avessero a caderci dall’animo come una maschera che si strappa dal viso; essi hanno dunque ragione a dirci uomini sospetti, dubbi ed anche ingannatori; e noi ci onoriamo di tali rimproveri, di tali accuse, fatti da cotali, e speriamo provare che i loro disinganni sul conto nostro non sono ancora finiti.

Sappiasi intanto che la nostra fede nella Costituzione è inconcussa; fra i primi l’invocammo, e siccome la difendemmo dalle repubbliche, dalle Costituenti mazziniane, la difenderemo sempre con ogni nostra possa contro questi altri insensati o perfidi suoi nemici. L’idea vera italiana noi la coltivammo ognora, ma scevra di esagerazione, ed è perciò che ancor più sacra ci appare ora, che non forse nella pienezza della sua esaltazione.

Combatteremo sempre per la stessa causa con quelle armi che si addicono ad uomini d’onore, e qualunque sia l’avvenire che ci attende non abbiamo aspettato finora ad imparare che la calunnia, l’ingratitudine sono il premio che quasi sempre è riservato a chi difende la vera libertà, la vera causa del paese.


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