[Dopo le elezioni]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 606 del 13 dicembre 1849

Quando il Governo si decise allo scioglimento della Camera ed alla riconvocazione dei collegi elettorali, noi approvammo quest’atto, ma gli mettemmo ad un tempo sotto gli occhi la risponsabilità gravissima cui egli andava incontro, ove all’energia delle parole non avesse corrisposta l’energia degli atti.

Come abbia risposto il paese è oramai chiaro a tutti, e il Governo può sin d’ora calcolare su di una ragionevole maggioranza. Avrà egli dunque a credersi assolto da quella risponsabilità che noi gli ricordavamo? No certo; la prima parte dell’impresa è compiuta, ma resta a compiersi quella che di gran lunga supera in difficoltà e pericoli la prima. Gli elettori hanno dato al Governo gli elementi richiestigli; sta ora a lui a coordinarli, ad aiutarli onde al vero bene del paese riesca il potente loro concorso.

Noi non rammenteremo qui gli argomenti, le insinuazioni, le accuse dell’Opposizione e dell’antica maggioranza; la logica, l’eloquenza dei fatti risponde loro con quella forza cui non avrebbe mai potuto aggiungere la nostra parola. Si paragoni il numero dei votanti in quest’ultima elezione con quello di tutte le anteriori, e la relativa maggioranza sarà tale da mostrare all’evidenza che questa è la piú larga espressione del voto popolare che siasi giammai raggiunta. Queste sono cifre, e desse non ammettono interpretazione. I brogli, le minaccie possono valere sui pochi: ma quando al risultato finale concorrono i quattro quinti del corpo elettorale, bisogna dire che la persuasione operò, non l’intimidazione, a meno che non si voglia accusare di viltà la maggioranza della nazione.

Ma a fronte di questo avvenimento, noi lo ripetiamo, il Governo, lungi dal credere diminuita la sua risponsabilità, deve anzi stimarla accresciuta. Il popolo ha risposto alle sue proteste di lealtà, di sincero liberalismo, di progressive riforme in tutti gli ordini civili e politici: a chi gli parlava con franchezza ed energia ha risposto con pari energia e franchezza: egli attende ora gli effetti dopo aver compreso le cause.

Guai a chi si illudesse sull’espressione di questi voti! Noi ci affrettiamo a dirlo, essi sono dettati alle masse da vero senso di liberalismo.

Guai a quel Governo che si addormentasse nella sua vittoria! Due maggioranze democratiche hanno perduto un ministero; ed una Camera democratica, una maggioranza di sette sessioni precipitò il governo di Luigi Filippo in quel fondo che chiamasi repubblica francese.

Le maggioranze sono un appoggio ad un governo, ma non suppliscono ai fatti, alle opere.

Lo stato dell’Europa, ritornata dopo due anni di tempestosa lotta sotto quella politica che accennava a riforme, ma stava salda su quei principi che regolavano i trattati internazionali del 1815, ci mostra quale è l’attitudine che ci è forza di prendere in faccia alle alte potenze.

Ma se dobbiamo riconoscere questi fatti, non è men vero che darebbe prova di poca previdenza e di poco criterio chi non scorgesse che il movimento europeo ha percorso in questi due anni uno stadio che noi non sapremmo forse meglio qualificare che col chiamarlo preparatorio.

Chi saprà vedere in esso le giuste aspirazioni dell’umanità, chi saprà distinguere le necessità reali dalle immaginarie, il possibile dall’impossibile, coll’animo disposto a quelle concessioni che sole possono assicurare l’avvenire, potrà meditare tranquillo sulla grande profezia napoleonica. Ma chi credesse arrestato a un tratto quel gran movimento sociale che informò le ultime rivoluzioni francesi, germaniche, e per rimbalzo colorí pure le italiane; chi credesse che la sola forza materiale potesse comprimere e soffocare quegli impeti che costarono fiumi di sangue, mostrerebbe che il prigioniero di Sant’Elena si fondava piú sulla cecità o sull’orgoglio umano, che sul corso normale della politica e della civiltà europea quando sclamava: Fra cinquant’anni l’Europa sarà o repubblicana, o cosacca.

Certamente noi nella piccolezza nostra non possiamo pretendere a porci tra i principali attori in questo gran dramma; ma a ciascuno è in esso destinata la sua parte, e concentrandoci in noi stessi, gettando su salde basi il nostro ordinamento politico-sociale, vengano i tempi tristi o felici, potremo con maggior speranza di successo resistere ai primi, e trar giusto profitto dai secondi.

Egli è perciò che se vediamo con sincera soddisfazione la prova di civile saviezza data dal paese in quest’ultima crisi che si fatale poteva volgersi per tutti; se proviamo una sentita fiducia in un popolo che si sollecito risponde all’appello di un Principe generoso e leale; noi diciamo che un governo che non sapesse trarre da questi elementi un’arra sicura di libertà, di sociali e civili perfezionamenti, di consolidamento del principio governativo a compimento dei destini della comune patria, non meriterebbe quelle sorti che sì propizie gli si schiudono davanti.

Il Piemonte ha provato di comprendere la vera sua situazione, senza che fosse d’uopo di uscire dagli stretti limiti della sua Costituzione; or qual è la prima conseguenza che noi dobbiamo trarre da questo fatto? Che il Piemonte sa apprezzare quanto valga lo attenersi lealmente alle leggi, alle istituzioni, il non menomarle e non alterarle quanto più esse sono tenere e circondate da pericoli. A molti potrà parere tal cosa naturalissima; ma guardino un momento all’Italia, guardino agli Stati germanici, paragonino le reciproche condizioni, i fatti corrispondenti, e poi dicano se gli elettori subalpini potessero meglio dimostrare qual fondamento possa farsi su di essi per l’integrità e l’avvenire delle libertà italiane.

Siaci dunque lecito di rallegrarci col paese, ma non siavi chi creda che noi possiamo mai dire che questo fu un successo di un partito. Questa fu vittoria del buon senso, di quella qualità che noi credemmo sempre il distintivo principale del carattere subalpino: qualità che poté essere traviata, illusa, affascinata dagli avvenimenti e dagli uomini, ma che risponderà sempre a chi sappia interrogarla e suscitarla coi fatti, più che colle parole.

Abbiamo combattuto con tutta l’energia delle nostre forze nel campo della polemica elettorale, poiché consideravamo questa lotta come suprema, non per noi ma per l’Italia: le nostre parole furono talora acerbe, ma ispirate sempre dall’intimo convincimento che l’energia e la franchezza erano le sole armi che potessero dar vinta quella causa che sarà bentosto riconosciuta a tutti comune – e con eguale energia ed indipendenza continueremo in quell’opera che da due anni abbiamo intrapresa, e che ben sappiamo come non solo le nostre forze possa esaurire, ma ben altre prima che possa dirsi compita.

Se avessimo intanto a trarre da queste elezioni un augurio, noi faremmo i più caldi voti ond’esse avessero ad essere il fondamento di quell’avvenire che non del Piemonte solo potesse dirsi, ma di quella patria cui egli unico rimane a speranza e conforto!


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