[Distribuzione del reddito e ripartizione delle imposte. Polemica col professore Matteo Pescatore] [2]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 492 del 31 luglio 1849

[2]

Il professore Matteo Pescatore, dopo di avere tentato stabilire con quell’esattezza che abbiamo posto in luce la parte della rendita di una famiglia di piccoli proprietari, che vien colpita dalle imposte dirette, passa a determinare in qual proporzione essa contribuisce alle imposte indirette, onde giungere a dimostrare la strana proposizione annunziata nel precedente articolo, che nell’attuale sistema finanziario il fisco toglie alle classi meno agiate e più faticanti i 15 vigesimi del loro reddito.

Senza tener dietro ai ragionamenti del dotto professore, si potrebbe rendere chiara l’erroneità di questa strana proposizione con un semplicissimo calcolo.

La somma delle rendite delle classi faticanti e meno agiate, massime se si acchiude in esse anche le famiglie proprietarie di quindici giornate di terreno, costituisce per lo meno i due terzi della rendita complessiva dello Stato; ma onde non dare il menomo appiglio alla contraddizione, supporremo con lo stesso sig. professore Pescatore, che non ne eccedano la sola metà. Ora il sig. Pescatore ha stabilito per base dei suoi calcoli che la rendita totale di tutte le classi della società sommava a 1400 milioni. La parte che spetta alle classi faticanti sarà adunque di 700 milioni. Se queste fossero condannate a pagare al fisco i 15 vigesimi dei loro redditi, questo ricaverebbe da esse sole niente meno di 525 milioni, cioè otto volte tanto il bilancio dello Stato.

Quantunque questa dimostrazione ad absurdum sia incontestabile per chiunque individuo di buona fede, crediamo pregio dell’opera il seguire il sig. professore Pescatore nei suoi calcoli, onde porre in piena luce la sorgente dell’errore madornale che lo ha condotto a sì strane conclusioni.

Dobbiamo premettere che siam lungi dal condannare in modo assoluto le critiche ch’egli dirige contro le imposte indirette tuttora esistenti, benché in queste pecchi talvolta di esagerazione. Anzi non dubitiamo di dichiarare che alcune di esse, come la gravezza del sale e la lotteria, sono radicalmente ingiuste ed immorali, e vogliono quindi essere quanto prima soppresse; e che alcune altre richieggono serie riforme.

Non negheremo nemmeno che le imposte indirette peccano tutte, qual più, qual meno contro il gran principio dell’uguale riparto delle gravezze. Le sole immense e forse insuperabili difficoltà che s’incontrano nel sostituire ad esse una tassa diretta sulle rendite, ne giustificano l’esistenza. Ove il dotto professore avesse trovato un mezzo attuabile per superarle e per vincerle, noi saremmo i primi ad unire i deboli nostri sforzi alla potente sua parola per operare una si desiderabile riforma finanziera.

Questa protesta basterà, speriamo, a dimostrare che, se siam costretti a porre in luce gli errori di calcolo che commette di continuo il professore Pescatore, non disconosciamo le rette intenzioni che lo animano.

Veniamo alle ciffre. Il sig. Pescatore stabilisce per base che le imposte indirette non colpiscono i cittadini in ragione dei loro redditi, ma ricadono quasi egualmente sopra ciascheduno di essi; le considera quindi come una specie di capitazione: cioè come una gravezza che sarebbe uniformemente ripartita per capi.

Quantunque quest’asserzione sia evidentemente esagerata, noi riterremo momentaneamente per vera quest’ipotesi, come pure quella che le gravezze indirette, considerate qual capitazione, sottraggono dai piccoli redditi una somma doppia di quella alla quale sarebbero tassati, ove tutti i pesi fossero in ragione matematica dell’ammontare dei redditi: per ora ci restringeremo all’esame dei calcoli del dotto professore.

Tornando all’esempio della famiglia che ritrae, mediante l’impiego delle proprie fatiche, da un fondo di quindici giornate un reddito annuo di lire 1000, ch’egli considera erroneamente dover concorrere all’imposta diretta per lire 100, istituisce il seguente calcolo.

Le imposte indirette fruttando alle finanze 57 milioni, mentre le dirette non ne producono che 13, cioè quattro volte tanto all’incirca, è forza che il reddito complessivo di tutti gli individui dello Stato sia colpito dalle tasse indirette quattro volte più che dalle tasse dirette.

Ciò posto: se le tasse fossero ripartite in ragione dei redditi, la nostra famiglia pagherebbe, per tasse indirette, quattro volte quanto paga per la tassa diretta, cioè gli otto vigesimi del suo reddito; ma siccome il professore Pescatore crede che nell’attuale sistema i piccoli redditi contribuiscano in ragione doppia di quanto toccherebbe loro nell’ipotesi sovra indicata, così ei conchiude che la nostra famiglia pagherà 16 vigesimi del suo reddito ai ricevitori delle tasse indirette, i quali giunti ai due vigesimi della fondiaria, stabiliscono la parte del fisco ai diciotto vigesimi del reddito, che il sig. Pescatore riduce ai quindici vigesimi per dar chiara prova dell’alta sua moderazione.

Onde queste deduzioni fossero esatte, converrebbe che l’intero peso delle tasse indirette ricadesse per intero sulla rendita fondiaria; mentre egli è evidente che esse colpiscono del pari tutti i redditi, qualunque ne sia la sorgente, a partire dal salario dell’artiere sino agl’interessi che spettano al capitalista.

Ciò essendo, l’errore del prof. Pescatore sta nell’avere fatto astrazione di tutti questi redditi che costituiscono l’immensa maggioranza della ricchezza pubblica.

A quanto ascende in fatti la rendita fondiaria? Il sig. Pescatore assevera che si cade già nell’esagerazione calcolando a dieci volte l’imposta diretta. Questa non giunge a tredici milioni. Possiamo, senza tema di essere smentiti dall’acuto nostro avversario, stabilire ch’essa non supera di certo i 130 milioni.

Ma il professore Pescatore valuta la rendita complessiva di tutti gli individui dello Stato a 1400 milioni Quindi ei deve confessare che la rendita dei latifondi non costituisce che l’undecima parte circa dei redditi che sono colpiti dalle tasse indirette.

In verità questa osservazione è talmente evidente, che duriamo fatica a concepire come sia sfuggita alla mente sagace del dotto professore.

Vediamo ora quai cambiamenti questa arreca nei calcoli suoi.

La famiglia proprietaria ch’egli toglie ad esempio dovrà assieme a tutti i proprietari concorrere all’undecima parte delle gravezze indirette.

Questa poi essendo quattro volte maggiore delle tasse dirette, avrebbe a pagare per esse i 4/11 di quanto paga di tributo regio, nell’ipotesi in cui le tasse fossero ripartite in ragione del reddito, e gli 8/11 quando si volesse ammettere l’ipotesi del sig. Pescatore, che i piccoli redditi pagano in proporzione una doppia tangente.

La nostra famiglia pagherà dunque, dietro i dati dello stesso sig. Pescatore, di cui abbiamo provato l’erroneità:

  • Per tributo diretto 2 vigesimi.
  • Per tributo indiretto, se fossero ripartiti proporzionalmente 4/11 x 2/20.
  • Se ripartiti per capo 8/11 di 2 vigesimi, ossia 16/11 di vigesimo.
  • Totale (2+16/11) vigesimi, un po’ meno di 3 vigesimi e mezzo; 2 vigesimi pel tributo diretto, 1 1/2 pel tributo indiretto.

Queste cifre, quantunque esageratissime, stante che il tributo diretto, come lo abbiamo dimostrato in un antecedente articolo, toglie alla nostra famiglia solo 1/25 invece di due vigesimi, è tuttavia ben lungi dal corrispondere ai risultati annunziati dal sig. Pescatore. Per dimostrare sempre più l’esattezza di questo nostro ragionamento, cerchiamo di determinare con un altro metodo qual sia il peso delle gravezze indirette nella ipotesi estrema stessa assunta dal sig. Pescatore.

Ei calcola queste gravezze a 57 milioni. Ove queste fossero, come ei lo pretende, una specie di capitazione, queste sarebbero ugualmente ripartite sui 4.500.000 individui che compongono la popolazione dello Stato, e ciascheduno pagherebbe circa lire 12,50.

Se la nostra famiglia è in una condizione media, sarà composta di quattro o cinque individui al più, e quindi pagherà a ragione del tributo indiretto dai 50 ai 60 franchi. Ora quando riducevamo il suo concorso in queste tasse ad un vigesimo e mezzo del suo reddito di lire 1000, supponevamo che pagasse lire 75, risultato che il precedente calcolo dimostra eccedere di molto il vero.

Ci pare di avere abbondantemente ed irrefragabilmente dimostrato che nel secondo articolo gli errori commessi dal professore Pescatore superano in gravità quelli che abbiamo notati nel primo.

In questo confondendo il prodotto totale che si ricava dalla terra colle rendite nette, egli esagera dei tre quinti il peso reale del tributo diretto.

Nell’articolo poi testé esaminato facendo ricadere l’intero peso delle gravezze indirette sulla rendita territoriale, che egli stesso riconosce non essere se non l’undecima parte della rendita complessiva dello Stato, ei giunge a decuplare il peso che a ragione delle tasse indirette le classi meno agiate debbono sopportare.

Gli errori da noi indicati bastano a far palese quanto riesca pericolosa la potenza logica quando è disgiunta da un retto criterio e dall’abitudine dei calcoli aritmetici. Esortiamo quindi il dotto professore, per il bene della santa causa che egli ha preso a patrocinare, e anche, ci sia lecito il dirlo, pel decoro dell’Università, di cui egli è membro così distinto, di consultare d’indi in poi uno dei suoi colleghi della facoltà di matematica, prima di proseguire nei calcoli finanzieri da lui intrapresi.


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