[Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire poderi-modelli in Piemonte]

«Gazzetta dell’Associazione Agraria», anno I, n° 22 del 30 agosto 1843, p. 186-194

La necessità di applicarsi con impegno al perfezionamento dell’agricoltura cresce ogni giorno vieppiù nel nostro paese. Gli uomini dabbene, gli animi guidati da retto pensare, tutti coloro insomma ne sono convinti, che hanno a cuore la vera prosperità nazionale, e così veggonsi tutte le loro idee, ed ogni loro azione verso questo scopo rivolte. Il sentimento di tale necessità si è diffuso in tutte le classi sociali, in oggi ognuno ne è persuaso, e ne fanno fede le vivissime dimostrazioni che universalmente echeggiarono di unanime desiderio di miglioramento e di progresso. La facilità e la prontezza, colla quale venne istituita l’Associazione Agraria, che in tutti gli Stati di S.M. si diffuse, sono una prova sensibile della propagazione e dell’intensità di quel modo di sentire. Bello era per verità il vedere migliaia di persone rispondere immediatamente all’appello degli amici più caldi e più periti dell’agricoltura, correre ad associarvisi colnobile scopo di dividere e sacrifizi pecuniari, e pene, e lavori individuali onde promuovere l’avanzamento dell’industria agraria.

Quest’ampia Associazione, che nel suo grembo riunisce uomini che reputansi tra noi fra i più distinti per merito scientifico, o per pratica abilità, è chiamata a mantenere negli animi l’eccitatovi salutare impulso ed a regolarne le mosse: ove essa adempia, siccome io spero, codest’importante missione, avrà recato benefizi immensi all’agricoltura, e la sua istituzione formerà epoca nei nostri annali. Non illudiamoci però, né da vane lusinghe animati ristiamo dal por mente alle difficoltà che l’Associazione incontrerà nel suo sviluppo. Saranno queste al certo più gravi, che generalmente pensar non si sappia.

L’agricoltura è un’arte nella quale il successo non sempre facilmente risponde all’intento. Le circostanze particolari di clima, di suolo, di località modificano e moltiplicano in mille modi le regole che soventi sembrano potersi stabilire coll’aiuto della scienza o dell’esperienza. Non v’ha dubbio che le leggi, le quali reggono la chimica e la fisiologia vegetale, sono costanti ed invariabili; ma nella loro applicazione tali leggi sono pure suscettibili di molte e molte modificazioni.

Perciò, se l’Associazione non vuol esporsi al pericolo di vedere un pronto e completo scoraggiamento succedere all’interesse ed all’animazione che la sua istituzione ha eccitato, bisogna ch’essa non esageri le sue mire, e che limiti i propri sforzi ad ottenere que’ risultati ai quali ragionevolmente essa può pretendere di arrivare. Non si lasci allucinare dai progressi ottenuti in alcuni paesi, poiché, quantunque l’agricoltura settentrionale dell’Europa siasi prodigiosamente migliorata, è questa l’opera di un secolo.

D’altronde, quando gli uomini illuminati, ai quali quel miglioramento fu dovuto, cominciarono ad occuparsi del perfezionamento dell’agricoltura nel nord, lo stato di quelle terre era di gran lunga inferiore a quello nel quale si trovano presentemente le belle campagne della ridente vallata del Po. Là si dovette cangiar ogni cosa, ogni cosa fu d’uopo creare, e tutti sanno che cent’anni fa l’agricoltura nella maggior parte dei paesi d’Europa era affatto barbaramente praticata: sprovvista di capitali, priva dei più necessari mezzi, rimanevasi tra le mani della classe più povera ed abbietta, abbandonata alla cieca pratica dell’idiota.

Tale non è oggigiorno la condizione sua in Piemonte. Da lungo tempo vistosi capitali stanno accumulandosi sui nostri terreni; abili ed intelligenti persone s’occupano della coltura di quelli, sicché, considerati complessivamente, dir si potrebbe senza presunzione ch’essi sono tanto ben coltivati, e tanto produttivi quanto i terreni de’ paesi più civilizzati d’Europa, eccettuinsi solamente una parte della Scozia e qualche distretto delle Fiandre.

L’Associazione, prima di stabilire un piano definitivo di operazioni e prima di decidersi a por in opera tutti i mezzi d’azione onde può disporre, deve accertare e studiare scrupolosamente le circostanze particolari del nostro paese. In vece di correr dietro servilmente all’esempio di quanto fu fatto nei paesi del settentrione, imitazione che la indurrebbe in dispiacevoli e gravi errori, non dimentichi invece che in fatto d’agricoltura non esistono leggi generali, e dirò meglio, che quasi tutte le regole generali sono soggette a tali e tante modificazioni per le circostanze locali, che ogni nuova applicazione richiede un nuovo studio, un lavoro novello.

La tendenza a seguire quegli esempi potrebbe trar dietro a sé funeste conseguenze; una fra queste, secondo il parer mio gravissima, già ci minaccia un grave pericolo. Mi accingo a dimostrarlo.

Tra i mezzi che in vari paesi vennero impiegati onde promuovere l’avanzamento dell’agricoltura, uno dei più efficaci e de’ più potenti si fu l’istituzione dei poderi-modelli. Buon numero di codesti stabilimenti salirono in grande rinomanza, a giusto titolo meritata pei cospicui servigi resi alla coltura di quei paesi ove furono creati. Ora questi fatti, sull’esistenza dei quali non cade dubbio veruno, sembrami aver colpito un gran numero di persone altrettanto illuminate quanto zelanti del progresso dell’agricoltura piemontese. E sia in grembo alla Società Agraria quanto al di fuori di essa, odonsi reiterate manifestazioni del desiderio di veder fondati tra noi, sotto il patrocinio dell’Associazione, de’ comizi provinciali, ovvero anche sotto la direzione esclusiva del Governo, numerosi poderi-modelli. Alcuni animati da zelo, che oso chiamare eccessivo, oltrepassando i limiti del desiderio, hanno già tentato di gettar le basi d’uno stabilimento di questo genere. Lo scopo ch’eglino si propongono è di tale e tanta utilità e bellezza, che quasi contagio si propagherebbe, ove i pericoli a’ quali s’espongono non fossero dimostrati. È cosa probabile che, ove nulla arrivi a cambiare codesta tendenza degli animi, si vedranno fra non molto uomini, decisi a consacrare i loro capitali ed il loro tempo al progresso dell’agricoltura, mettere ogni loro pensiero ed ogni loro sforzo nella creazione di poderi-modelli. Importantissimo è dunque che l’Associazione s’occupi, senza frappor dimora, di queste istituzioni, e che procuri di rendersi un esattissimo conto dell’influenza ch’esse possono esercitare sul progresso delle arti agrarie. Qualora dietro questo esame venisse ad accertarsi che i poderi-modelli possono effettivamente recare una porzione di quelle utilità che universalmente se ne aspettano, la Società non sarebbe mai troppo promuoverli. Suo dovere sarebbe di incoraggiarne la fondazione, o come istituzione particolare, o come pubblico stabilimento, per ogni mezzo a lei possibile, nel quale caso essa dovrebbe non solo prestar loro un appoggio morale, ma consacrarvi eziandio la maggior parte de’ suoi fondi.

All’incontro poi, se si venisse a scuoprire che, nelle circostanze attuali del Piemonte, i poderi-modelli non potessero contribuire efficacemente all’avanzamento dell’agricoltura in questo paese; se fosse provato che la loro istituzione tra noi presenta maggiori inconvenienti, che apportar non sappia positivi vantaggi, la Società dovrebbe rivolgere tutti i suoi sforzi ad impedire che persone piene di zelo e di vero attaccamento agli interessi agrari del paese tentassero malaugurate imprese, le quali infallibilmente li condurrebbero a infelicissimi risultati.

Pienamente persuaso di quanto dissi sui poderi-modelli, mi posi a studiare e ad esaminare il quesito di loro istituzione tra di noi, sotto tutti gli aspetti possibili, e credo far cosa non affatto inutile o discara ai miei consoci, loro sommettendo il risultato delle mie ricerche e del mio esame. In questo lavoro altra mira non ebbi fuorché quella di chiamare la loro attenzione sopra un oggetto della più alta importanza.

Il nome di podere-modello viene attribuito, nell’uso comune del linguaggio a varie specie di stabilimenti che differiscono gli uni dagli altri, sia nei principi della loro istituzione, sia nello scopo al quale ivi si tende.

Riesce pertanto essenziale, per troncare ogni equivoco, di determinare anzi tutto le varie significazioni di questo vocabolo, esaminando poscia successivamente la condizione degli stabilimenti di vario genere, ai quali questo nome può essere egualmente applicato.

Io credo che si possano stabilire tre distinte categorie, nelle quali comprendonsi tutte le specie di stabilimenti cui quest’appellazione può estendersi.

E primieramente prendendo quel nome nel suo senso il più letterale, dirò: che podere-modello si chiama quel tenimento, sul quale vien praticato un sistema di coltivazione tanto perfetto quanto lo stato delle cognizioni agrarie lo permettono. Questo tenimento è destinato a porre sott’occhio degli agricoltori guidati dalla cieca pratica una dimostrazione positiva ed evidente della superiorità di alcuni metodi, di alcuni procedimenti raccomandati e consigliati dagli agronomi più distinti del paese. In questo caso evvi dunque un vero modello che si propone al pubblico per imitazione.

Podere-modello si chiama altresì un tenimento destinato a prove ed esperimenti, sia rispetto a nuove applicazioni della scienza alle arti agrarie, sia pure riguardo a pratiche affatto nuove. Codesti tenimenti dovrebbero a tutto rigore chiamarsi poderi-sperimentali; il nome però di podere-modello vien loro generalmente applicato.

Podere-modello finalmente è soventi non altro che una scuola agraria, destinata a formare uomini capaci di dirigere un vasto stabilimento rurale, od a formare semplicemente buoni servi di campagna.

Può facilmente avvenire che in un medesimo stabilimento i fini, ond’io distintamente parlai, si uniscano e vicendevolmente si modifichino. Così egli è possibile che una scuola esista presso un podere-sperimentale, o che in un tenimento destinato specialmente a far conoscere i metodi di cui la superiorità non è più dubbiosa, venga consacrata una porzione di terra a nuovi esperimenti.

Non è necessario di esaminare partitamente tutte queste combinazioni più o meno ingegnose. Basta determinare positivamente il merito di ciascuna delle singole categorie da me più sopra distinte, onde facile riesca di stabilire con certezza il risultato che ottener si potrebbe dalle varie modificazioni, combinando tra di loro i vari fini sopra espressi.

Perché un tenimento destinato a servire di modello al paese eserciti una salutare influenza sulla sua agricoltura, bisogna che i metodi ivi praticati, gli attrezzi adoperati, i procedimenti industriali, siano tutti di gran lunga migliori di quelli generalmente in uso presso la massa dei coltivatori. Bisogna che questa superiorità sia molto apparente, e sia pure di facile imitazione, affinché possa essere presa dagli intelletti meno sviluppati. Bisogna che tra le pratiche dei coltivatori ordinari ed il sistema del podere esista una grande differenza, e che essa sia evidentissima. Allora, se questo sistema è realmente più proficuo, se, mediante l’applicazione di metodi perfezionati, si ottengono nell’istituto-modello risulta incontestabilmente vantaggiosi agli occhi del pubblico, codesta istituzione arrecherà immensi servigi, e per suo mezzo i dettati della scienza, come pure le lezioni dell’esperienza, saranno messe alla portata di tutto il mondo. Gli uomini più ostinati e più ciechi finiscono per darsi vinti ad una evidenza incessantemente ripetuta, ed a poco a poco giungono ad imitare i metodi, il di cui risultato in un terreno analogo a quello ch’eglino stessi coltivano è divenuto incontestabile.

Così Roville rendeva i più segnalati servigi all’agricoltura della Lorera, per non dire a quella di tutta la Francia settentrionale. Or son vent’anni, l’agricoltura di quel paese era talmente difettosa che dir non si poteva maggiore.

Altro non vi si conosceva che l’avvicendamento triennale, col solito maggese: meschini erano gli attrezzi rurali di cui servivansi quei coltivatori, e lo stato dell’agricoltura vi era rimasto, per così dire, stazionario sin dal Medio Evo. Il sig. Dombasle, fondando lo stabilimento in Roville, ha portato in quel paese, ancora tanto rimaso addietro, un sistema agrario assai perfezionato, sanzionato dall’esperienza acquistata in un suolo situato sotto l’influenza di circostanze assolutamente analoghe a quelle nelle quali si doveva trasportare. Egli vi introdusse un avvicendamento affatto diverso da quello usitato dapprima in Lorena; pose mano ad attrezzi di tutta perfezione, che poco tempo dopo fece costruire egli stesso; in una parola nel suo tenimento ei cambiò totalmente l’economia agraria del paese. Dopo alcuni anni i risultati vantaggiosi ch’egli otteneva divennero evidenti, ed i coltivatori lorenesi, che per lungo tempo non vollero prestarvi fede, finirono per non più rivocarli in dubbio, e si posero ad imitare un sistema di coltura che aumentava il prodotto di quelle terre alle quali applicavasi.

Chi mai mi dirà che l’esempio di Roville possa essere utilmente imitato in Piemonte? Perché ciò fosse possibile, perché tale progetto fosse ragionevole, bisognerebbe conoscere un sistema di coltura tanto superiore al sistema vigente nel nostro paese, quanto lo era il sistema di Dombasle rispettivamente a quello in uso presso i coltivatori della Lorena. Bisognerebbe poter introdurre nella Roville piemontese un avvicendamento affatto differente da quello generalmente usato da noi; bisognerebbe poter sostituire ai nostri attrezzi agrari comuni attrezzi positivamente migliori. Non saprei se fra i fautori più caldi dei poderi-modelli havvi chi creda potersi tutte queste condizioni riempire facilmente; per me io sono persuaso del contrario. Né qui ristò, anzi dichiaro apertamente nello stato attuale della scienza agraria non havvi un solo dei principi essenziali sui quali riposa il nostro sistema di coltivazione che possa essere radicalmente modificato senza gravi inconvenienti. Diffatti qual è per avventura l’agronomo italiano di qualche autorità, il quale, conoscendo perfettamente la Lombardia od il Piemonte, abbia fatto menzione ne’ suoi scritti d’un altro avvicendamento che in uso non sia in questi paesi?

Lungi dal pretendere che i nostri attrezzi, ed il nostro sistema di coltivazione siano perfetti, dirò invece che essi sono suscettibili di moltissimi miglioramenti; ma chi mai sin’ora pervenne a scoprire un mezzo col quale modificare essenzialmente le nostre pratiche agrarie? Chi pensò sin’ora ad introdurre un metodo evidentemente più vantaggioso?

Esistono certamente alcuni perfezionamenti di dettaglio, la di cui utilità è incontestabile, e che desiderar si dovrebbe fossero propagati nel nostro paese. Ma sono poi dessi di tale utilità, che applicati in un podere-modello produr possano una forte impressione sulla massa dei coltivatori pratici? No certamente, imperocché non si può negare che le persone le quali si occupano esclusivamente della pratica senza indagarne i principi scientifici, allora soltanto sono persuasi, che seguir si debbano le istituzioni proposte per modello, quando ampiamente e chiaramente sono convinti dai positivi risultati che altri ne hanno ottenuto.

Eglino ad altro non mirano che al risultato pecuniario, ed ove venisse ad accadere che i metodi nuovamente proposti non lo aumentassero, li respingono e li rifiutano con disprezzo. Perché un podere-modello diretto da un’Associazione, o da agenti immediati del Governo, produca risultati pecuniari tanto vantaggiosi, quanto un podere ordinario condotto da un fattore intelligente, non basta introdurvi alcuni perfezionamenti di dettaglio; bisogna potervi applicare un sistema di coltura perfezionatissimo, affinché la superiorità del metodo compensi quanto il governo economico del podere-modello deve necessariamente presentare di meno perfetto e di più costoso.

Probabilmente i partigiani dei poderi-modelli non si lascieranno scoraggiare dalle enunciate difficoltà; eglino crederanno di poterle superare; ed all’incontro svilupperanno l’opinione che in Italia non vi sia ancora niun sistema perfezionato d’agricoltura, mentre moltissimi invece ne esistono al di là delle Alpi, praticati con successo favorevole, e che per conseguenza d’altro non si tratta che d’introdurre in questo nostro bel paese le teorie ed i precetti riconosciuti siccome migliori dai popoli più colti d’Europa.

Ma dimenticano essi forse che le condizioni agrarie nelle quali si trova il Piemonte, o per dir meglio, tutta la valle del Po, sono per un’infinità di riguardi essenzialmente differenti da quelle speciali alle contrade nelle quali hanno scritto gli illustri autori, di cui seguir vorrebbero i consigli? L’agricoltura del nostro paese riposa sopra basi direttamente opposte a quelle dell’agricoltura settentrionale d’Europa. Noi non abbiamo che prati permanenti e regolarmente irrigati; la meliga poi è quasi l’unica nostra coltura sarchiata. Gli autori francesi, inglesi e tedeschi condannano ambedue queste pratiche. Ora qual è l’uomo, io chieggo, alquanto giudizioso, che ardirebbe indurre uno de’ nostri buoni coltivatori a rompere i suoi prati per seminarvi la medica, ed a rimpiazzare la meliga colla barbabietola o col napo? Qual è l’uomo di buona fede, il quale incaricato della direzione di un podere qualunque, sito in una delle parti meglio coltivate del Piemonte, per esempio nella provincia di Pinerolo, possa lusingarsi di trarre dal terreno, coll’aiuto eziandio di pratici stranieri sommamente abili, una rendita maggiore di quella ottenuta dai nostri più bravi agricoltori? Le teorie degli autori settentrionali sono eccellenti, ma inapplicabili nel nostro paese. E qui mi sia permesso di citare un fatto molto importante del quale posso guarentire l’esattezza.

Un ginevrino molto ricco e molto istrutto, essendo divenuto proprietario d’un magnifico podere sito nelle vicinanze di Bologna, credette di poteri accrescere le rendite ponendolo sotto la direzione d’uno tra i più celebri e illuminati agricoltori della Svizzera. A tale effetto confidò il suo podere al celebre traduttore di Thaër, il barone Crud, dandogli pieno potere ed ampi mezzi per operare tutti quei cambiamenti e tutti quei perfezionamenti, che esso avrebbe giudicati vantaggiosi. Il sig. Crud mise mano all’opera con uno zelo ed un disinteresse degni veramente d’ammirazione e di lode, ed occupandosi incessamente a modificare e a migliorare la coltura in uso nel Bolognese, abbandonò lepratiche antiche per sostituirvi quelle dettate dalla scienza. Quali furono i risultati ottenuti? Dopo ventidue anni egli non avea peranco potuto somministrare al proprietario un obolo di rendita, quantunque ne’ primi anni di sua amministrazione avesse ricevuto ragguardevoli anticipazioni. Alla fine di quel tempo il barone Crud si ritirò, ed il proprietario fu ben fortunato di trovare alcuni fittabili che si contentassero di pagargli lo stesso prezzo ch’egli ricavava dal suo podere prima che fosse stato perfezionato, dopo aver perduto ventidue anni rendita, perdita che ha sorpassato un milione.

Quello che addivenne al barone Crud, sulla di cui onoratezza e buona fede non v’ha dubbio veruno, succederebbe infallibilmente ad ognuno che volesse tentare in Piemonte l’applicazione dei sistemi agrari del nord d’Europa. Lo dicano gli allievi distinti di Grignon, che da qualche tempo stansi fra noi; lo dican essi, se le cognizioni acquistate delle speciali condizioni della nostra agricoltura non hanno grandemente modificate le opinioni ch’eglino seco portate avevano dalla Francia.

Dal sin qui detto mi pare evidentemente emergere che, nelle circostanze attuali dell’agricoltura del nostro paese, lo stabilimento di un podere destinato a servir di modello ai pratici coltivatori non sarebbe utile gran fatto, e che quel poco di utilità verrebbe probabilmente assorto dagli inconvenienti che risultar ne potrebbero. Diffatti temer si potrebbe che le spese di amministrazione, lusso degli impiegati, la mancanza di quelle cure minute e continuate che possono solo venir promosse dal personale interesse, cagione non fossero di gravi danni pecuniari. Tale inconveniente conosciuto dai pratici, non solo farebbe lor perdere ogni sorta di fiducia nel podere-modello, ma li allontanerebbe eziandio da ogni tentativo di miglioramento che venisse consigliato dagli amici del progresso.

Non è ch’io voglia assolutamente essere in opposizione al principio di stabilire poderi-modelli in Piemonte. Qualora i nostri sapienti agronomi pervenissero a scoprire un nuovo sistema di coltivazione; qualora io li vedessi adoperare attrezzi di gran lunga migliori dei nostri attuali; qualora eziandio soltanto coltivassero estesamente e con profitto una pianta non usitata tra noi e capace di modificare i nostri avvicendamenti, io pel primo mi leverei a chiedere istantemente la creazione d’uno stabilimento consacrato a dimostrare la superiorità ed il vantaggio dei loro sistemi; ma fintantoché siam ridotti a cercare a tentone i mezzi di perfezionamento, fintantoché potremo soltanto offrire individuali miglioramenti di dettaglio, mi si permetta il dirlo, io m’opporrò con tutte le mie forze allo stabilimento di un podere-modello, siccome ad una creazione più nocevole che vantaggiosa all’interesse reale dell’agricoltura piemontese.

Esaminiamo adesso se un’istituzione agrario-sperimentale possa rendere maggiori servigi al paese, di quello che noi faccia un podere destinato soltanto a servir di modello.

Prima di tutto bisogna distinguere gli sperimenti scientifici da quelli di pura applicazione, che chiamar si potrebbero empirici. Per le ricerche scientifiche non è necessario uno stabilimento agrario di molta estensione, che anzi loro è soventi nocivo. Se alcuni de’ nostri dotti, emuli di Liebig e di Dumas,fossero disposti ad applicarsi allo studio della chimica organica e della fisiologia vegetale, bisognerebbe affrettarci di mettere a loro disposizione tutti quei materiali di cui eglino potrebbero abbisognare nel corso delle loro osservazioni; si dovrebbe fornirli abbondantemente di animali, di vegetabili, di campi, di concimi, ecc.; ma por mente si dovrebbe eziandio di non affidar loro la direzione d’una instituzione agronoma, per quanto ristretta essa fosse: i vari e minuti dettagli che tale amministrazione esigerebbe, quand’anche non se ne occupassero che per quanto riesce indispensabile, li svierebbero dai loro lavori scientifici, e li impedirebbero di proseguirli con buon successo.

L’esperienza d’ogni tempo e d’ogni paese ci persuade che la scienza fu sempre coltivata con maggiore profitto nella tranquillità dei gabinetti e nel silenzio dei laboratori. Chaptal, Davy, Liebig, Dumas, Johnston, creatori illustri della chimica agraria, non si sono mai occupati della direzione di verun podere, né d’altri stabilimenti agrari. Dal fondo dei loro scientifici gabinetti usci quell’immensa luce, frutto di lavori ancora più immensi, a rischiarare le leggi, per lo innanzi sconosciute, le quali reggono i fenomeni del mondo vegetale.

Forse il desiderio che anima taluni per la istituzione di poderi-modelli è mosso non tanto dall’idea del progresso scientifico, quanto dal pensiero di potersi procurare con ciò un mezzo facile a pratici esperimenti. Qui pure io credo che vi sia qualche illusione. Imperocché in fatto d’agricoltura pratica non avvi esperimento concludente e veramente utile, se non viene eseguito sopra una scala molto estesa. Il merito di un nuovo metodo di coltura non può essere comprovato in modo sodisfacente e sicuro, se non quando è sperimentato sopra alcune giornate di terreno, e bisogna ch’esso sia stato applicato con profitti in campi di qualche estensione, prima di poterlo consigliare alla generalità de coltivatori pratici.

Se gli sperimenti vantaggiosi e proficui sono soltanto quelli fatti su grande estensione di terreno, si può comprendere facilmente che per quanto intenso sia l’ardore ond’è animato il direttore di un podere-modello, non potrà egli ma eseguirne gran numero ad un tempo medesimo: quindi ne segue, che siccome uno sperimento agrario dura per lo meno un anno, si avrà bisogno di molte tempo, prima di poter giungere a riunire in detto stabilimento-sperimentale una serie di fatti sufficienti a gettare le basi di un nuovo sistema di coltura. Come già dissi molte volte, per far progredire la nostra agricoltura, non si tratta di cercare i mezzi più convenienti ad introdurre nel paese sistemi belli e fatti, comprovati: dalla scienza e sanzionati dall’esperienza; sarebbe questa una cosa facilissima ed alla quale forse giunger si potrebbe con pochi esperimenti ben eseguiti: si tratta di aprirle una via affatto diversa da quella tracciata dai classici autori dell’Europa settentrionale; ciò esige, ognuno il vede, un numero infinito di sperimenti, di prove, di ricerche, alle quali un solo podere-sperimentale offre un campo troppo ristretto.

A mio parere il vero mezzo di promuovere l’avanzamento delle arti agrarie si è quello di eccitare lo zelo delle persone, molto più numerose che generalmente si crede, le quali s’occupano con intelligenza della coltivazione delle loro terre, e che senza esser schiave d’una cieca e limitata pratica, hanno acquistato una profonda ed estesa cognizione di tutti gli elementi che costituiscono i vari sistemi di coltura in uso presso di noi.

Se gli uomini dotti, se gli uomini assuefatti a pensare e ad agire, o colla loro diretta influenza, ovvero, il che sarebbe ancora meglio, servendosi della voce di questa nostra Associazione Agraria, richiamassero l’attenzione di questi abili pratici agricoltori sopra i vari punti che di urgenti miglioramenti abbisognano; se loro indicassero i nuovi metodi che maggiori pericoli presentano nella riuscita, se li eccitassero a tentar nuove prove, ulteriori sperimenti, e se li inducessero a mettere prudentemente in uso le teorie scientifiche, oserei promettere, che facile diverrebbe all’Associazione Agraria di riunire fra breve tempo una quantità considerevole di fatti, i quali diligentemente paragonati, coordinati e studiati, sarebbero sufficienti a stabilire un sistema completo e razionale d’agricoltura, perfettamente adattato alla natura del nostro suolo.

E per esser giusti verso la nostra patria, diciamolo pure a gloria del vero avvi buon numero di persone veramente zelanti che hanno il desiderio ed i mezzi eziandio di concorrere al progresso dell’agricoltura. Se un tal fatto abbisognasse di prove, ne troverei facilmente percorrendo la lista dei membri ond’è composta la nostr’Associazione: dessa mi fornirebbe a sufficienza nomi conosciuti a tutto il mondo per l’attaccamento al pubblico bene che li distingue e pei loro talenti Che l’Associazione s’indirizzi a questi zelanti agricoltori, e non già un solo podere-modello, eretto con gran pena e mediante spese infinite, ma cento poderi importanti si vedranno consacrati a mettere in pratica i consigli della scienza ed a sperimentare nuovi attrezzi, nuovi metodi, nuove colture. Che se tra questi pur uno vi fosse, il quale con pochi mezzi avesse intrapreso lavori degni di speciale incoraggiamento, la Società esitar non dovrebbe un istante a venire in suo soccorso, ed a sollecitare eziandio l’aiuto del Governo; così quell’ingegnoso, posto nel caso di poter continuare il corso di sperimenti quasi sempre costosi, giungerebbe forse a scoperte eminentemente proficue, senza incontrare pericolo di rimaner vittima dello zelo che gli avrebbe suggerito sforzi forse superiori ai suoi mezzi pecuniari.

L’Inghilterra ce ne fornisce un esempio nella persona del famoso Bakewell, cui venne fatto di ottenere quelle belle razze di montoni a lunga lana, che fanno la ricchezza delle sue più fertili contee. Due volte il Parlamento gli accordò una considerevole sovvenzione per indennizzarlo dei sacrifizi enormi e delle lunghe fatiche ch’ebbe a sostenere prima di poter pervenire ad effettuare quei prodigiosi miglioramenti, che hanno per così dire duplicato il valore dei principali animali domestici in Inghilterra. Grandissimo ed immediato direi quasi è l’effetto prodotto sulla massa dei coltivatori dalle prove tentate dai buoni pratici, allorquando esse sono coronate da vero successo, e producono soddisfacenti risultati pecuniari. Chi verrà ad introdurre novità utili con intelligenza e buon successo ne’ suoi sperimenti, non mancherà di trovar copia d’imitatori eziandio nel nostro paese. Si giunga alla scoperta di un mezzo onde accrescere i prodotti de’ nostri campi, e subito vedrannosi d’uno in altro propagare le loro novità, aumentando sensibilmente la ricchezza agraria di tutto il paese.

In appoggio delle opinioni da me emesse sui mezzi più convenienti per promuovere proficui sperimenti agrari, siami permesso di citare una volta ancora l’esempio dell’Inghilterra, alla quale sì di frequente appellansi coloro, alle cui idee faccio ora opposizione col mio dire. Colà le persone intelligenti ed istrutte che dalla metà dello scorso secolo si sono dedicate al progresso dell’agricoltura, non hanno punto promosso l’istituzione di poderi-modelli. Eglino si sono limitati ad eccitare lo zelo dei pratici procurando di illuminarli, e di dirigerli nella via dei miglioramenti, e prodigando loro tutti quegli incoraggiamenti onde poteano disporre. Dato il primo impulso, si sono messi ad esaminare minutamente, siccome scorgesi dalle opere d’Arthur Young, i risultati ottenuti dai coltivatori più intelligenti e più zelanti. Così facendo sono giunti a raccogliere un immenso numero di sperimenti, accertando fatti positivi sui quali fu poi creato quel corpo di dottrine agrarie, il quale, benché soggetto a modificazione nelle circostanze speciali ad ogni località, non è però meno stimato nel suo tutto dagli uomini dotti dell’Inghilterra.

Esaminiamo per ultimo i servigi che possono rendere i poderi-modelli considerati siccome scuole d’agricoltura. Caldissimo partitante dell’istruzione, mosso da ardentissimo desiderio di vederla propagare sotto tutte le forme, ed in tutte le classi della società, dichiaro, che se i poderi-modelli dovessero contribuirvi, io diverrei uno de’ loro più zelanti promotori, qualunque fosse l’opinione mia particolare sul loro merito agrario. Se io li combatto, se io mi vi oppongo, si è perché li ritengo come impropri a questo fine.

Acciocché una scuola agraria sia di una vera utilità, bisogna che mentre gli allievi vengono ammaestrati negli studi scientifici, lo siano eziandio nella pratica dei metodi di coltivazione più convenienti al paese. Ora io sostengo, che ove facile fosse di fondare in Piemonte un buon insegnamento agrario-teorico, egli è quasi impossibile di stabilirvi in una pubblica istituzione un buon insegnamento pratico. Diffatti i metodi razionali non avendo di molto oltrepassato pratici sistemi generalmente in uso, bisognerà necessariamente far eseguire agli allievi del podere-normale quei lavori che si fanno nei poderi meglio coltivati del paese. Ciò posto, io temo ch’eglino mediante tali istituti non possano divenire più abili, e più intelligenti di quello che sarebbero divenuti sotto il tetto paterno. La cosa cangierebbe d’aspetto ove le scuole si limitassero a formare semplici servi di campagna, oppure qualora fossero destinate ad istruire giovani: chiamati a dirigere vasti tenimenti agrari.

Se si trattasse d’introdurre nel paese un sistema nuovo di coltivazione ragionevol cosa sarebbe il voler educare in iscuole speciali un tal numero d’operai, onde capaci divenissero di mettere in pratica tutte le operazioni al detto sistema relative. Ma fintantoché si tratta d’insegnare i metodi usitati, il severe tirocinio al quale s’accostumano i giovanetti nelle nostre campagne presso i loro parenti, è infinitamente migliore per farne dei buoni servi di campagna, che atta non sia l’educazione meno pratica delle scuole. L’istruzione elementare che ivi loro verrebbe compartita sarebbe, non v’ha dubbio, vantaggiosissima, non però superiore a quella che loro dare si potrebbe nelle scuole elementari già esistenti. Sborsando pel miglioramento di codeste scuole il quarto della somma che deve necessariamente costare lo stabilimento d’un podere-modello, si otterranno risultati ben più estesi, e molto più importanti di quelli che sperar si possono dall’istituzione del podere suddetto.

Vi sono certamente alcune istituzioni agrarie, che si possono dirigere soltanto verso il sollievo delle classi più infelici della società; tale nobile fine io non saprei desiderare più ardentemente. Di siffatta guisa sono le scuole pei fanciulli abbandonati, e per gli orfani, come quella di Carra presso Ginevra, e quell’altra diretta con tanto successo nel cantone di Turgovia dal modesto e insieme illustre discepolo di Fellemberg, il sig. Wehrli, dopo queste vengono i penitenziari agrari fondati dal sig. Demetz a Mettray, dove egli ha già ottenuto risultati di gran lunga superiori a quelli che si speravano da una tal fondazione. In tutte queste istituzioni lo scopo principale fu di alleviare alcune fra le sciagure che affliggono l’umanità, e di promuovere l’interesse morale: siccome poi esse possono arrecare segnalati servigi all’agricoltura qualora si facciano da prima servire quali poderi sperimentali, e col tempo quai poderi-modelli, così la nostra Associazione deve promuoverne per ogni maniera possibile la fondazione. In quanto a me preveggo che i suoi sforzi non rimarranno lunga pezza infruttuosi: il paese possiede un grandissimo numero di persone affezionate e caritatevoli: il nostro Governo è troppo illuminato, e troppo a cuore egli tiene l’avanzamento religioso e morale di tutte le classi della società, perché un progetto destinato a portar sollievo alla miseria che più affligge, a guarire una delle piaghe più nauseanti della nostra vecchia società, quale si è la precoce corruzione delle giovani generazioni, non trovi ovunque una generosa simpatia, e non ottenga l’aiuto della carità privata, come pure l’appoggio del trono e del potere.

La medesima lacuna di cui parlai rispetto all’istruzione pratica nelle scuole agrarie elementari, esisterebbe eziandio nelle scuole d’ordine superiore, destinate a formare direttori di stabilimenti, diremo meglio, una specie di teorico-pratici. Per altro non v’ha dubbio che tale inconveniente vi esisterà in modo molto meno grave, e chi sa che non vi potesse essere contraccambiato dai vantaggi, il non riconoscere i quali sarebbe vera ingiustizia.

Di giorno in giorno più sensibile diviene la necessità di diffondere tra i nostri ricchi coltivatori i lumi dell’istruzione e di esatte nozioni scientifiche. Siccome ho detto, nel nostro paese l’agricoltura pratica è molto avanzata; dessa gareggia bensì colle prime d’Europa, ma l’agricoltura razionale, la sana teoria è tra noi vergine ancora, o, per dir meglio, non esiste affatto. Gli è innegabile che le scienze fisiche hanno prestato un aiuto efficacissimo alle arti industriali. L’agricoltura ne ha già ricavato immenso profitto; più di tutte l’altre arti, essa deve costantemente chiederne il potente concorso. I miglioramenti maggiori, le più feconde scoperte di là aspettarsi debbono, di là dipendono soltanto, ove l’applicazione intelligente si faccia de’ principi scientifici, ove in maggior numero si diffondano gli schiarimenti, che ogni anno vieppiù abbondantemente apportano la fisiologia, la meccanica, e soprattutto la chimica agraria.

Profondamente convinto delle verità enunciate, vedrei con piacere effettuarsi l’istituzione di qualche scuola agraria attaccata a poderi-modelli, s’io le stimassi il solo mezzo opportuno a diffondere nel paese le cognizioni elementari delle scienze fisiche. Ma, a mio credere, molt’altri ve n’hanno che scegliere si dovrebbero di preferenza, e comunque io non assuma di qui tutti enumerarli, mi permetterò d’indicare siccome utile eminentemente, in primo luogo la creazione di corsi di scienze applicate, ad esempio di quelli che si leggono nel Conservatorio delle arti e mestieri a Parigi, e in altre molte istituzioni per gli operai (Mechanic’s institutions) in Inghilterra; in secondo luogo lo stabilimento di collegi destinati ad un insegnamento speciale che abbracciasse i principi di tutte quelle scienze che applicar si possono all’agricoltura. In questi collegi potrebbonsi eziandio insegnare quei rami delle arti agrarie sottoposti a regole generali, la di cui verità fosse incontestabile, quali sono la coltivazione forestale e l’educazione dei bachi da seta. Vi si destinerebbero vari campi, nei quali i professori avessero mezzo di applicare la teoria alla pratica sotto gli occhi degli allievi, senza però incaricarli delle cure di vaste colture. Qui appunto consiste la differenza essenziale, esistente tra le istituzioni ch’io stimo utili pel mio paese, e quelle che taluni vorrebbero stabilire, ad esempio delle scuole straniere, e particolarmente di quella di Grignon. Nello stato attuale delle cognizioni agrarie in Piemonte, bisogna limitarsi a fornire alla gioventù che si dedica all’agricoltura nozioni esatte e complete sulle generali applicazioni delle scienze fisiche: noi non possiamo ancora, il ripeto, professare l’arte pratica in tutta la sua estensione senza esporci al pericolo di cadere ne’ più malaugurati errori.

Mi pare di aver chiamato ad esame tutti i punti della quistione che impresi a discutere: ora mi rimane di rispondere ad un’ultima obiezione. Alcune persone, quantunque convinte che il momento propizio alla creazione di poderi-modelli non è ancor giunto per noi, pretendono che bisogna istituirli, e per soddisfare da una parte il maggior numero dei membri della società partitanti dichiarati d’un tal sistema, e per mostrare al pubblico dall’altra che la missione dell’Associazione Agraria non si limita unicamente a pronunciare discorsi, e a stabilire congressi.

Deponendo dunque la penna, dirò ch’io desidero altamente che si abbia riguardo al voto emanato dal maggior numero de’ nostri soci, ma che per contentare alcuni spiriti impazienti, non è d’uopo esporre l’intiera Associazione ad un totale discredito, avviandola sur un cammino seminato di scogli e di errori. Amo l’attività, ma son persuaso che gli è meglio rimanere nell’inazione, piuttosto di esporsi a mal fare. D’altronde, perché il principio suenunciato trovi la sua sanzione, bisognerebbe che i poderi-modelli fossero l’unico mezzo d’azione per l’Associazione Agraria. Quest’è un errore in massima: altri mezzi esistono più ragionevoli e più sicuri. Egli è ciò che io mi propongo di dimostrare più tardi, qualora codesto mio primo lavoro venga giudicato di qualche utilità dai membri della nostra Associazione.

Conte C. di Cavour



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