Assemblea generale degli azionisti della Banca di Torino

«Il Risorgimento», Anno II, numero 499 del 8 agosto 1849

Discorso del sig. Felice Nigra, presidente del Consiglio di reggenza.

Signori!
La Banca di Torino autorizzata con regie patenti del 16 ottobre 1847 avrebbe potuto essere posta in attività da lungo tempo, se gli evenimenti politici, che sconvolsero il credito pubblico, e produssero una si grave crisi economica europea, non avessero determinato il Consiglio di reggenza ad aspettare tempi più propizi.

Quando si poté con qualche fondamento giudicare essere questi prossimi a giungere, il Consiglio deliberò di non più oltre rimandare l’apertura di uno stabilimento, la cui necessità si fa ogni giorno maggiore. Fissando quindi il 15 settembre prossimo l’epoca della costituzione definitiva della Banca, si affrettò di convocare l’adunanza generale degli azionisti a tenore dell’articolo 69 del nostro statuto, onde sottoporre al suo giudicio i suoi atti, ed ottenere la sanzione delle importanti misure ch’egli ha concertate, onde assicurare la prospera riuscita dell’impresa alle sue cure affidata.

Noi ci lusinghiamo che sarete per approvare questo prudente procedere del Consiglio di reggenza, conforme all’incontrastabile principio economico. Che se nei tempi di crisi e di difficoltà commerciali gli antichi stabilimenti di credito dotati di solide radici sono chiamati a rendere segnalati servizi senza assumere una soverchia responsabilità, le nuove istituzioni non possono sorgere senza correre il rischio di compro mettere per sempre la loro esistenza.

D’altronde le difficoltà che incontrò lo stabilimento della nostra Banca, non derivavano solo dallo stato del mondo finanziere, forse le maggiori furono prodotte dall’atto, col quale il potere legislativo creò una moneta legale di carta, dando un corso coattivo ai biglietti della Banca di Genova. Quest’atto, che siamo lungi dal volere fare oggetto di critica, ci riduceva in una critica condizione.

Infatti come mai sperare d’introdurre nella circolazione una carta a corso facoltativo, in concorrenza di un’altra fatta moneta legale, mediante il corso coattivo?

Il tentarlo non solo sarebbe tornato vano, ma avrebbe esposto la nostra nascente istituzione a severe e non dubbie perdite.

In una tale condizione di cose, volendosi attivare la banca, era forza l’appigliarsi ad uno dei tre seguenti partiti:

  1. Lo stabilirsi, non come banca di circolazione, ma solo, come banca di deposito e di sconto.
  2. Il richiedere dal legislatore in nome della giustizia un eguale trattamento di quello accordato alla Banca di Genova, e di non costituirsi se non dopo che fosse stato concesso il corso coattivo ai nostri biglietti.
  3. Il cercare di fondere la Banca di Torino con quella di Genova, onde mantenere in circolazione una sola specie di carta, e costituire una grande istituzione di credito, che estendendosi alle parti principali dello Stato, riunisse i veri caratteri di una banca nazionale.

Il primo partito avrebbe ridotto in limiti talmente ristretti le operazioni della banca, e così in ragione delle spese ch’essa deve necessariamente sopportare, che probabilmente nessun utile ne sarebbe risultato per gli azionisti.

La seconda alternativa, ove avesse potuto avere effetto, sarebbe senza dubbio tornata vantaggiosa d’assai agli azionisti, ma, non esitiamo a dirlo, con danno del paese.

La creazione d’una nuova carta avente pur essa corso coattivo avrebbe aumentato singolarmente la perturbazione, che già si faceva sentire negli agenti di circolazione, e prodotto uno sconcerto, di cui il commercio avrebbe avuto a soffrire.

D’altronde un tale favore non era sperabile, se non col consentire, a condizioni identiche a quelle imposte alla Banca di Genova. D’onde ne sarebbe risultato un ammontare di carta eccedente d’assai i bisogni del paese, e destinata quindi a soffrire di un enorme e crescente scapito.

Rimaneva il terzo partito, che il Consiglio ravvisò il più confacente agli interessi degli azionisti, come pure il più conforme ai veri interessi economici dello Stato.

Epperò sin dagli ultimi mesi dello scorso anno il Consiglio di reggenza si dirigeva all’amministrazione della Banca di Genova, onde gettare le prime basi di un contratto di fusione.

Non è meraviglia, che una negoziazione che abbracciar doveva molti punti rilevanti e delicati, fatta più ardua ancora dalle condizioni dei tempi, non potesse procedere rapidamente. Ad onta dei sentimenti di conciliazione, di cui i due Consigli di reggenza si mostrarono sempre animati, si dovette a questa per qualche tempo soprassedere, e già il vostro Consiglio si era determinato a costituire la Banca di Torino in modo indipendente, come avrete potuto scorgere dalla sua circolare del 18 giugno scorso, quando in alcune conferenze avute col direttore della Banca di Genova, di passaggio a Torino reduce da Parigi, si venne a riconoscere che le insorte difficoltà potevano venir superate.

Rannodate quindi le interrotte trattative dopo lo scambio di alcune lettere, il Consiglio di reggenza della Banca di Genova riduceva a quattro i punti, che esso stimava dover formar oggetto di seria discussione, ed erano i seguenti:

  1. Sull’ammontare delle spese di primo stabilimento.
  2. Sul numero delle azioni da emettersi immediatamente dalla Banca di Torino.
  3. Sul compenso, da accordarsi agli azionisti della Banca di Genova.
  4. Sul sistema da adottare per l’amministrazione delle banche unite.

Il primo punto cessò tosto di essere in discussione, avendo riconosciuto la Banca di Genova, che se l’indugio arrecato dalle circostanze politiche alla attivazione della Banca di Torino, aveva cagionato qualche aumento nelle spese di primo stabilimento, queste tuttavia rimanevano in limite moderato da non poter menomamente influire sulle condizioni future della nostra istituzione.

Sul secondo punto il Consiglio di reggenza della Banca di Genova insisteva sull’opportunità di restringere per ora a due mila il numero delle azioni della Banca di Torino.

Quantunque tale opinione trovasse appoggio dapprima nella supposta difficoltà di radunare in questi tempi ingenti capitali, il vostro Consiglio non poteva acconsentire ad una condizione, che avrebbe assegnato alla nostra istituzione una parte affatto secondaria.

Il Consiglio di reggenza della Banca di Genova si acquetò alle sue osservazioni, e si dimostrò tosto convinto, che per uno stabilimento chiamato a cooperare alle operazioni finanziere dello Stato, e che aspirava al titolo di Nazionale, un capitale di otto milioni non era soperchio. Onde rimase inteso, che l’ammontare ed il numero delle azioni della Banca di Torino rimarrebbero quali vennero dallo statuto determinati.

Riusciva alquanto, più difficile l’andare intesi sull’ammontare ed il modo di compenso da corrispondersi agli azionisti della Banca di Genova. Da un lato si ponevano in campo vantaggi di un prospero avviamento, i benefici già realizzati, e gli utili assicurati in virtù del prestito consentito al Governo. Si contrapponevano dall’altro le fondate speranze di prospero successo desunte dalle favorevoli condizioni di una banca come la nostra, la quale era chiamata ad operare in una città, centro di un vastissimo e ricco commercio, e di un’industria ognor crescente, e teatro di estesissime operazioni sui fondi pubblici. Si aggiungeva poi doversi tenere a calcolo la responsabilità che andrebbe a ricadere sugli azionisti di Torino a ragione del prestito fatto al Governo.

Queste varie considerazioni maturamente discusse condussero le due amministrazioni a stabilire di comune accordo, siccome conforme alla ragione ed alla giustizia, il compenso da accordarsi agli azionisti genovesi nella somma di lire 250 per azione, da pagarsi mediante la creazione di apposite obbligazioni, fruttanti interessi al 4 per 100, e da estinguersi al pari ripartitamente nel periodo di tempo pel quale l’esistenza delle banche unite verrà assicurata.

Noi siamo convinti, che non ravviserete eccessiva tale condizione, e ciò massime se terrete a calcolo, che l’amministrazione di Genova consentì a che il pagamento delle nostre azioni venisse effettuato in biglietti di banca, e che il sacrificio per l’incetta del numerario richiesto dalle future operazioni delle banche unite ricadesse a loro carico.

In ultimo per ciò che riflette l’amministrazione delle banche unite, il Consiglio credette dover prescindere da ogni considerazione di pretto amor proprio; e quindi a consentire a che la sede centrale dell’amministrazione delle banche unite rimanesse in Genova. Ma nel mentre faceva tale concessione, si statuiva, che il Consiglio di reggenza sedente in Torino, fosse investito di facoltà ad un dipresso eguali a quelle del Consiglio di reggenza di Genova, e che il suo concorso fosse necessario per tutte le operazioni di maggior momento.

Tali sono, o signori, le basi della progettata unione, già state definitivamente approvate dall’adunanza generale degli azionisti della Banca di Genova, e che il vostro Consiglio di reggenza vi sottopone, eccitandovi ad accoglierle con un voto favorevole.

Ove ciò sia, rimarrà tuttavia onde portare a compimento l’opera intrapresa:

    1. A regolare vari punti secondari del contratto di fusione.
    2. A concertare il regolamento interno delle banche unite da sottoporsi all’approvazione ministeriale.
    3. A promuovere dal potere legislativo un atto, che sanzioni un nuovo statuto, che serva in vece dei due statuti attuali di legge fondamentale alla nuova istituzione nazionale.

Per tutto ciò che riflette questi tre articoli, voi giudicherete forse opportuno di seguire l’esempio dell’adunanza generale della Banca di Genova, coll’investire il vostro Consiglio di reggenza di un mandato di fiducia. Se questo ci vien accordato, ci lusinghiamo di giungere a fare quanto si richiede per essere in grado di dare principio alle operazioni bancarie nel prossimo ottobre.

Dopo di avere deliberato sull’importantissima questione, che ho avuto l’onore di esporvi, poco vi rimarrà a fare.

Avrete a procedere, a tenore dell’articolo. 69 dello statuto, all’elezione dei due reggenti e tre censori in vece dei signori Roberto Soldati, Felice Rignon, Giuseppe Luigi Duprè, Bartolomeo Chiarini ed Andrea Stallo, stati nominati in via provvisoria. Credo soverchio il ricordarvi, che essi tutti sono rieleggibili.

Mercé i voti che siete per dare, la nostra banca potrà considerarsi come definitivamente costituita, e così sarà portata a felice compimento un’impresa che fu attraversata da straordinarie e non lievi difficoltà.

Nelle sorti future di questa istituzione di credito che stiamo per fondare, noi abbiamo una fede intera. Le speranze di coloro che concorsero a stabilirla non saranno deluse; oltre l’utile diretto che ne ricaveranno come azionisti, essi avranno la non meno viva soddisfazione di avere procacciato al commercio ed all’industria della loro patria un mezzo potente per svolgere con successo gli inesauribili elementi di prosperità ch’essa racchiude.


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