Sulla legge di fusione delle provincie lombardo-venete (1/5)

Carica rivestita da Cavour: Deputato

Luogo: Camera

CAVOUR (dalla tribuna): Mi duole di esordire nella mia carriera parlamentare, inesperto qual sono nell’arte del parlare, col prendere a combattere una Commissione che conta nel suo seno vari dei membri i più distinti della Camera, ed ha a relatore uno de suoi più esperti e valenti oratori. Non avrei ardito intraprendere lotta cotanto ineguale, se nelle gravi circostanze in cui trovasi il paese io non fossi convinto essere stretto dovere d’ogni buono e leale deputato il consultare, più che le proprie forze, l’impulso della coscienza.
      Io non intendo sin d’ora contestare il merito intrinseco delle proposizioni che la Commissione vi ha sottoposto; il mio unico scopo si è di mostrare alla Camera che il sistema da essa adottato presenta in alcune delle sue parti tali e tante lacune, che non potrebbe essere accolto come base dei suoi lavori senza andare incontro a gravissime difficoltà, e correre il rischio di sanzionare una legge che mal corrisponderebbe all’altezza dell’argomento che abbiamo a trattare.
      La legge attuale ha due fini talmente distinti, da non avere fra loro nessuna necessaria relazione. I sei primi articoli sono diretti a regolare il reggimento e l’amministrazione della Lombardia e delle province Venete. I due ultimi hanno per iscopo di stabilire le basi organiche della legge elettorale per la Costituente.
      Senza approvare pienamente il progetto della Commissione relativo alla prima parte, non esitiamo a dichiarare ch’esso si presenta assai compiuto e corredato da varie e solide ragioni, e ch’esso può quindi essere oggetto d’immediata discussione.
      Non così certamente della seconda parte del progetto. La Commissione, seguendo in ciò il poco (a parer mio) lodevole esempio del Ministero, invece di presentare un progetto compiuto di legge elettorale, si restrinse a proporvi l’adozione di alcuni principii ch’essa dice costituirne le basi essenziali.
      Questo sistema, contrario a tutti gli usi parlamentari, in opposizione forse collo stretto dovere che c’impone il mandato che abbiamo ricevuto, potrebbe tuttavia, sino a un certo punto, giustificarsi, se infatti la Commissione, stabiliti tutti i punti essenziali della legge, sciolte tutte le difficoltà che in casa potessero presentarsi, avesse solo lasciato al Ministero la cura di determinare con regi brevetti le parti veramente regolamentarie, come a cagion d’esempio, la compilazione delle liste e la disciplina interna dei collegi elettorali.
      Ma il più rapido esame del progetto e della relazione che lo precede bastano a dimostrare che la Commissione, lungi dal provvedere a tutti gli articoli organici, non ha nemmeno creduto necessario d’indicare quali fossero gli argomenti, i motivi che determinalo avevano l’adozione dei pochi principii ch’essa propone alla Camera di sancire.
      Poche parole basteranno a provare la giustizia di questa critica.
      Non accenno qui al principio del voto universale: questo faceva parte integrante del voto lombardo: esso era stato sancito dalle Camere, quindi non poteva nè doveva il relatore farne argomento di discussione.
      Ma egli ci propone di sostituire al voto per distretto, come fu finora praticato, il voto per provincia. Ma questa sua proposizione, che verte sopra uno dei punti i più importanti della legge, egli non credette doverla avvalorare con altra ragione, se non colla seguente: così fanno i Lombardi. Qualunque sia la confidenza che m’inspira il senno politico dei Lombardi, giacché non posso dire la pratica, una tal ragione non mi par bastevole per determinare l’opinione della Camera sopra una questione che tiene divisi i pubblicisti e gli statisti i più distinti come i popoli i più civili.
      Era stretto dovere del relatore l’indicare i motivi della sua proposizione. Gli era facile citare in appoggio di essa l’esempio della Francia repubblicana, e di valersi dell’autorità del celebre Ledru-Rollin che ne fu il redattore. A questi si sarebbe potuto contrapporre, se non l’esempio dell’Inghilterra, come sospetto d’aristocrazia, quello delle liberissime e affatto democratiche repubbliche americane.
      E se avesse fatto appello alle lezioni dell’esperienza, gli avremmo ricordato come l’ultima applicazione di quel sistema ebbe per effetto di fare uscire dalla medesima urna elettorale in Parigi i socialisti i più estremi, Pierre Leroux e Proudhon, ed i più determinati conservatori, il generale Changarnier, Thiers e Victor Hugo.
      Ma lasciamo la critica della relazione e prendiamo ad esaminare il progetto per ricercare quali sono le basi organiche, i punti essenziali stati ommessi dalla Commissione.
      Il progetto, stabilito il voto universale e per provincia, dichiara che le elezioni si faranno alla maggiorità relativa, ma dimentica di fissare il numero minimum de’ voti che il candidato dovrà conseguire onde venire proclamato deputato. Mercé una tale omissione, potrebbe accadere che, i voti dividendosi sopra un gran numero di candidati, l’eletto non ne avesse ottenuto che pochissimi: 30, 20, e forse meno.
      La legge francese tolta a modello provvedeva a un sì grave inconveniente collo stabilire che ad essere eletto si richiedessero per lo meno 2000 suffragi. Se la Commissione ci avesse riflettuto, certo non si sarebbe esposta al rimprovero che gli si può a questo riguardo dirigere.
      Determinate le condizioni richieste per esercitare i diritti elettorali, il progetto decide che saranno eleggibili tutti gli elettori di anni 27. Questa età di 27 anni si scosta da quanto si pratica in Francia, in Inghilterra ed in America. Ma il relatore, per giustificare la sua proposta, crede bastevole il solito suo argomento: cosi si fa in Lombardia.
      A proposito degli eleggibili osserveremo che il progetto non fa parola dell’incompatibilità. Forse la Commissione ha creduto non essere il caso di seguire i principii della nostra legge elettorale. In ciò non faremo argomento di rimprovero, giacché concorriamo nel credere che per un’Assemblea costituente non occorra stabilire alcune od al più si possano ammettere pochissime incompatibilità. Ma una questione sì grave, che tanto preoccupò l’opinione pubblica, non è di quelle che possano risolversi col silenzio; e quindi ci sia lecito esprimere la nostra sorpresa che il relatore non ne abbia punto fatto parola nel suo rapporto.
      Nel progetto parimente non abbiamo trovato menzione dell’esercito. Una tale lacuna pare inconcepibile. Non vogliamo credere che la Commissione abbia voluto privare del diritto di concorrere all’elezione dell’Assemblea costituente, come già furono impediti dal partecipare all’elezione delle Camere, quegli 80.000 prodi che combattono per l’indipendenza italiana. Sappiamo tutti che agli sforzi di quei valorosi dobbiamo il libero esercizio dei nostri diritti politici, sicché essi quanto noi, e più di noi, hanno ragione di richiedere di non venirne spogliati in seguito ad una trascuranza legislativa.
      Non essendo mia intenzione di discutere le basi tutte di una legge elettorale, non proseguirò più oltre l’enumerazione delle lacune del progetto della Commissione, ravvisando le già fatte osservazioni bastevoli a provare la verità delle critiche dirette al progetto della Commissione ed al lavoro del suo relatore.
      Ma senza negare le indicate lacune si potrebbe cercare di scusarle cori due argomenti: 1°, col dire essere necessario di affrettare l’adozione dell’attuale legge per non ritardare la riunione della Costituente, ed in secondo luogo col porre in campo la fede che l’abilità legislativa del Ministero deve inspirare.
      Il primo argomento avrebbe un qualche valore, se la legge attuale fosse l’ultima che si avesse a deliberare durante questa sessione: ma sgraziatamente tale non è il caso. Oltre alla legge d’unione vi sarebbero a discutere sei leggi di finanze, la legge sulla mobilizzazione della guardia nazionale, e forse alcune delle molte ed importanti proposizioni individuali che vi furono presentate. Quindi si poteva svolgere un po’ meglio il progetto di legge elettorale, senza allungare d’alcunché lo spazio durante il quale dovrà ancora sedere il Parlamento.
      Quanto al secondo argomento, io provo qualche imbarazzo a rispondervi, trattandosi di una questione di persone. Tuttavia, quantunque sia per me penoso, credo dover dichiarare che questa fede sulla capacità legislativa del Ministero io non la divido né punto né poco.
      Forse questa schietta dichiarazione potrà valermi la taccia di scetticismo: ma confido che la Camera, esaminando attentamente la condotta del Ministero per ciò appunto che riflette questa legge, essa dovrà meco convenire nel riconoscere che se in queste circostanze esso fece prova di uno specchiato patriottismo, di una lodevole disposizione a riconoscere i suoi falli ed a cercare di emendarli, ed anche di una singolare facilità ad abbandonare le proprie proposizioni per accostarsi a quelle di un partito influente in quest’Assemblea, il quale più degli altri ottiene l’approvazione della parte più clamorosa del pubblico, esso non ha dimostrato gran fatto senno politico ed abilità legislativa.
      Se questi argomenti vengono favorevolmente accolti dalla Camera, non le rimarrebbero che due sistemi da adottare: ristretta la discussione attuale sopra i sei primi articoli della legge d’unione, rimandare i due ultimi sia al Ministero, sia alla Commissione che già fa su di essa un rapporto.
      Il primo sistema sarebbe il più logico, il più legale: ma trarrebbe seco una gran perdita di tempo, inconveniente che, a parer mio, non sarebbe bastantemente compensato dalla speranza di veder uscire dal seno del Gabinetto una legge così perfetta da riunire unanime approvazione. Rimane il secondo, che è quello che io propongo all’adozione della Camera, pregandola di ordinare che la sua Commissione abbia a preparare nel più breve spazio di tempo un progetto che racchiuda tutti i punti essenziali di una legge elettorale, invitandola a farlo precedere da una matura discussione, e di corredare le sue proposizioni di tutti quei migliori argomenti che pongano in grado la Camera di deliberare non dietro semplici asserzioni, ma su validi ragionamenti e ben ponderati motivi.
      Tanto egli propone, e formolata per iscritto la sua proposizione, la depone sulla tavola della presidenza.


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