[Tribolazioni del giornalismo]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 15 del 17 gennaio 1848

Vogliamo dir cosa nota, ma pur buona talora a ripetersi. La carriera del giornalismo è ripiena di molte e strane tribolazioni; chi vi s’avventura, debbe armarsi di tutto punto per essere apparecchiato ad ogni maniera di guerra. Se i fondatori del Risorgimento non fossero stati convinti della trista verità, prima d’entrare nel fortunoso arringo, una subita esperienza sarebbe tosto venuta a chiarirli delle liete sorti che li attendevano.

Nel loro primo numero i compilatori del Risorgimento si persuasero di far opera di buoni cittadini, raccomandando ai siciliani di tenersi uniti e forti, di non agognare ad una separazione, che sarebbe tornata funesta alla causa comune.

Si persuasero similmente che fosse buono ripetere a tutti gli italiani un consiglio non nuovo, ma da loro, creduto opportuno, di non voler affrettare i tempi con desideri improvvidi, ma starsi uniti intorno ai principi nazionali. Questo fu giudicato grave misfatto; e con nuovo senso di calda generosità, nella persona del bel primo loro numero, vennero arsi in non so quale ritrovo di Genova.

Poco di poi, mossi dall’ardente desiderio di veder entrare nella buona via de’ principi riformatori il re delle due Sicilie, fecero il reo pensiero di pubblicare una petizione, nella quale gli dicevano alla buona ch’egli era tempo di mutar sistema, ch’egli era tempo di confortar i sudditi con atti di buon principe, di buon italiano. Nuovo e più grave delitto del primo. Tale almeno il dimostrarono gli ardenti oratori del ritrovo genovese.

In frequentatissima assemblea i mal capitati fondatori del Risorgimento furono dichiarati rei convinti di piacenteria pel re di Napoli, e però banditi dal novero de’ buoni italiani.

Il solenne giudicio fu applaudito da non so qual giornale di Roma, più clamorosamente ancora riapplaudito dalla Rivista di Firenze con queste gentili e fraterne parole, inserte nel numero 3 gennaio.

«Costoro (gli uomini del Risorgimento) credono che l’anima di tutti possa curvarsi senza ribrezzo sotto i troni da cui … (qui seguono linee tali che siamo autorizzati a dichiarare non esserci permesso di ripeterle). Ma la Dio mercé, se le menti affogate nella melma dottrinaria e moderata son molte, sorgono anche in gran numero coloro, che ne hanno schifo e paura, e che sanno sotto quell’agro-dolce moderazione quali affetti tigellineschi si ascondono, e a qual bersaglio sia teso lo strale della dottrina e degli argomenti de’ nuovi Carneadi».

Queste dolcezze ci venivano di lontano; e forse gli spiritosi autori che ce le ammannivano erano ignari che non ne avevamo penuria pur da vicino.

Dopo essere stati arsi quai traditori in un ritrovo a Genova, dichiarati cortigiani a Roma, affogati nella melma dei tigellineschi affetti per opera dello strale delle dottrine e degli argomenti della buona Rivista di Firenze, a Torino siamo tacciati d’aristocratici, che ammantati di un falso patriotismo, vogliamo ad ogni costo affrettare i tempi, non mirando che a servire le tenebrose e cupide voglie dello straniero. Questa almeno è proprio un’orribile accusa: peggiore non la farebbe a Tigellino, se vivesse, l’istessa Rivista di Firenze. Noi non abbiamo mestieri di ribatterla.

In pochi giorni di vita, ecco quante tribolazioni: e non vogliamo pur dirle tutte. Queste ci paiono un buon saggio. Ma a queste eravamo apparecchiati; onde ripeteremo senza esitare che non ci diedero grande stupore.

Metteremo qui a modo di risposta: né l’auto da fe’ di Genova, né i vituperi del foglio fiorentino, né le insinuazioni fraternamente insidiose di Torino ci faranno per niuna guisa o allentare od affrettare il passo in quella via di largo e generoso progresso, di ordine, di forza e di nazionalità, nella quale siamo risolutamente entrati, e che risolutamente intendiamo correr tutta senza badare a dritta e sinistra, ad impazienze, a neri umori, intenti solo alla gran meta.

La Direzione


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