[Sulla legge del prestito. Art. V]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 234 del 29 settembre 1848

Nell’ultimo nostro articolo sulla legge del prestito abbiamo provato, coll’esempio incontrastabile dell’Inghilterra, che era possibile il dare ai biglietti di un banco corso obbligatorio, senza che questi scapitassero di valore. L’esempio attuale della Francia conferma questa nostra proposizione. Ognuno sa che pochi giorni dopo la rivoluzione di febbraio, il Governo provvisorio fece facoltà al Banco di Francia di sospendere il rimborso in numerario dei suoi biglietti, dando loro un valore legale.

Quest’atto aveva per iscopo non solo di porre in grado il Banco di sovvenire in parte ai bisogni del Tesoro, ma altresì di diminuire la carestia di numerario metallico, che si faceva in allora cotanto sentire, ed era una delle cagioni della crisi commerciale che affliggeva la Francia. Esso produsse in fatti un tale effetto, e si può dire non esservi stato negoziante che non sentisse un immediato vantaggio dal corso obbligatorio dato alla carta bancaria.

Ciò è talmente vero che fra gli atti finanziari extra-legali del Governo provvisorio, così aspramente e così a ragione criticati dagli uomini di pratica e di scienze, questo solo ottenne una quasi universale approvazione.

Nei primi giorni che seguirono la sospensione del rimborso dei biglietti, questi scapitarono alcun poco, e gli scudi ebbero un aggio dell’uno e, crediamo, persino del due per cento; ma, il Banco non avendo aumentate le sue emissioni, i biglietti riacquistarono quanto avevano perduto in valore, e salirono, di nuovo al pari. Dal mese di aprile al giorno d’oggi non soffrirono più veruno scapito di rilievo.

Quest’esempio della Francia, che a noi pare cotanto autorevole, verrà forse respinto come inconcludente dai nostri avversari, col dire, siccome già fece il Pensiero Italiano (per ciò che riflette l’esperienza inglese), nell’articolo sul Banco di Genova inserto nel n. 208, non essere le condizioni economiche e commerciali del nostro paese pari a quelle delle contrade da noi citate. A questo risponderemo che i principi generali che reggono i fenomeni della circolazione sono leggi costanti, che risultano dalla natura stessa delle società civili, le quali non variano dall’uno all’altro paese, o da un secolo all’altro, più di quanto variano le leggi che regolano la creazione e la distribuzione delle ricchezze. E quand’anche si volesse oppugnare questa verità coll’aggiungere che in Inghilterra le cose procedono altrimenti che da noi, credo non si possa di buona fede sostenere che le nostre condizioni economiche sieno dissimili da quelle della Francia.

Se prima d’ora la circolazione della carta bancaria rimase in limiti ristretti, non è già che questa fosse incompatibile con l’indole economica del paese, ma solo perché l’antico Governo, poco amante delle novità, impedì molti anni la creazione di stabilimenti di credito. Ma appena fondato il Banco di Genova, i suoi biglietti circolarono facilmente, non solo in quella città, ma anche in Torino: ed in quest’ultima città incontrarono tanto favore, che in varie circostanze essi conseguirono un piccolo aggio. Questi fatti provano che quando nel paese fossero state attivate le varie istituzioni bancarie, che erano progettate, la circolazione della carta avrebbe raggiunto senza difficoltà la somma di 24 ed anche 30 milioni, limite che non vien superato dalla legge di finanza. Quindi crediamo che l’esempio attuale della Francia, ed il confronto della circolazione dei biglietti di banco in quel paese e nel nostro, fatto nell’antecedente nostro articolo, sieno argomenti di gran valore, a dispetto delle critiche del Pensiero Italiano.

II giornale genovese assevera che i bisogni straordinari del Tesoro non avrebbero creato una straordinaria circolazione, giacché il Governo non impone tributi o prestiti per sotterrare il contante, ma solo onde sopperire alle spese dello Stato; dacché ne consegue ch’egli pone in giro da una mano i danari che riscuote dall’altra.

Ciò è verissimo; ma è vero altresì che questo riscuotere dagli uni per pagare ad altri, costituisce una vera circolazione, straordinaria, la quale non può effettuarsi se non mercé una quantità maggiore di numerario, o di una carta che lo, rappresenti, di quanto viene richiesto dalle transazioni ordinarie del Tesoro pubblico.

Se questo abbisogna in cinque mesi di un sussidio di 70.000.000, non è esagerato il dire che la riscossione e la distribuzione di questa somma richiederanno l’impiego dell’agente della circolazione, sia esso carta o moneta, per un valsente almeno di 20 milioni.

Ciò dato, come provvedere questi 20 milioni? Col sottrarli ai bisogni del commercio e dell’industria, o col farli venire dall’estero. Quest’ultimo mezzo è riputato facile dal giornale genovese. Noi invece crediamo che nelle attuali circostanze commerciali sarebbe stato assai difficile, se non del tutto impossibile l’adoperarlo. In fatti prima della pubblicazione della legge del 7 corrente, i cambi ci erano avversi. La carta su Parigi si pagava a Genova, se mal non ci apponiamo, 100 ½ e sino 100 ¾. Ciò che indica che la corrente del numerario versava verso la Francia. Per costringerla a seguire un corso contrario, egli è evidente che grandi sacrifizi sarebbero necessari. Bisognerebbe che il corso delle nuove cedole ribassasse al punto di tentare i capitalisti esteri; oppure fare straordinarie esportazioni, le quali non possono operarsi se non dietro un ribasso dei prodotti nostri.

Questi ragionamenti ci paiono talmente evidenti che non crediamo che, dopo averci pensato sopra, il nostro critico, genovese voglia seriamente contenderli.

Ma lasciati da un lato i ragionamenti teorici, si ripete che la sospensione del rimborso dei biglietti deve produrre i maggiori sconcerti commerciali; che il credito dei negozianti è rovinato; che a Marsiglia non si trova più a negoziare la carta sopra Genova; che il paese è minacciato da una crisi peggiore di quella che afflisse l’Inghilterra all’epoca del massimo scapito dei biglietti.

Vediamo ora se i fatti corrispondono a queste paurose asserzioni.

Al primo annunzio del decreto ministeriale, vi fu in Genova una specie di timore panico; i possessori di biglietti corsero dai cambisti, e gli scudi ottennero un aggio, che salì sino al 2 per cento. Ad un tempo vi furono alcuni capitalisti timorosi, che s’affrettarono di comprare cambiali all’estero per dar corso, ai loro biglietti, e quindi il cambio colle piazze estere si rialzò notevolmente. Le cambiali sopra Parigi si pagarono persino lire 102. Ma, la Dio mercé, questi sragionevoli timori tosto si quietarono.

Pochi giorni dopo l’aggio degli scudi venne ridotto a ½ per cento, ed i cambi ricaddero, quasi al corso primitivo. Se la carta sopra Parigi è cara, si è solo perché è rarissima. Ma quella sopra Marsiglia è ad assai miglior mercato; ed essa gode solo, di un aggio di ¼ per cento. Se le allegazioni del giornalista genovese fossero vere, se a Marsiglia le cambiali sopra Genova non fossero negoziabili, certamente a Genova il cambio con Marsiglia sarebbe molto più elevato.

I negozianti torinesi giudicarono sin dal principio assai più rettamente le conseguenze dei decreti finanzieri del Governo. Sulla nostra piazza i cambi non provarono gravi cambiamenti; e lo scapito dei biglietti si ridusse ad un picciolissimo aggio. Oggi i cambisti si contentano del 3 per mille per cambiare i biglietti in iscudi. E se si trattasse di un’operazione di qualche riguardo, si otterrebbero probabilmente condizioni migliori ancora.

Questi fatti, facilmente accertabili, danno una piena mentita alle profezie dei circoli e dei giornalisti genovesi.

Ma ciò che dimostra meglio ancora il modo col quale i capitalisti giudicano gli effetti degli atti relativi al Banco, si è che le sue azioni, lungi dallo scapitare, hanno provato un notevole aumento. Prima del 6 settembre si negoziavano con istento a lire 1200. Quest’oggi si vendono con facilità a lire 1250.

Ed, in verità, i capitalisti speculatori hanno cento volte ragione; giacché il prestito, imposto alla Banca le frutterà non lievi vantaggi. In primo luogo le assicura un benefizio netto di lire 400.000; il che corrisponde al 10 per cento del valore nominale delle azioni; in secondo luogo col dare temporariamente un valore legale ai biglietti, col promuoverne la circolazione in tutte le provincie dello Stato, avvezza il pubblico a servirsene, rende il loro uso famigliare ad ogni ceto di persone; epperciò, tornando lo stato normale, il Banco, si troverà avere una sfera d’azione molto allargata.

Questi benefizi i capitalisti e gli speculatori seppero apprezzarli immediatamente. Speriamo che il loro giudizio non verrà contrastato dal giornalista genovese, e ch’esso riconoscerà quindi che non andavamo, errati, quando, dicevamo che l’atto relativo al Banco era un vero favore fatto al commercio.

Prima di terminare questa già soverchia discussione noteremo solo, come nelle polemiche dei circoli e dei giornali genovesi il prestito col Banco sia ognora rappresentato quale un atto ostile ai capitalisti ed al commercio di Genova. Una tale accusa è affatto priva di fondamento, non solo perché in realtà questa operazione finanziaria è favorevole al Banco ed al commercio; ma ancora perché, cosa forse ignorata dai nostri avversari, la metà e forse più delle azioni del Banco sono possedute da capitalisti piemontesi. Se l’atto ministeriale dovesse tornare dannoso a quella grande istituzione di credito, le perdite ricadrebbero su Torino, più ancora che su Genova.

II Ministero, non dubitiamo proclamarlo altamente, non fu mosso da gretto spirito di municipalismo nel preparare i suoi piani di finanza, ed in ispecie l’atto relativo al Banco di Genova; ma bensì dal pensiero di rendere al paese gravosi il meno possibile i sacrifizi pecuniari, fatti inevitabili dalle necessità dei tempi. Noi speriamo che gli azionisti genovesi, illuminati dalla esperienza, renderanno giustizia a questa verità. Intanto ciò che sappiamo di certo si è che l’immensa maggiorità degli azionisti piemontesi hanno fatto plauso ai tanto criticati decreti del ministro Revel.

Quest’articolo, era già scritto quando ci venne fatto di leggere nel Corriere Mercantile una lunga risposta del deputato P. Farina al primo nostro ragionamento sul prestito del Banco. Non potremmo ribattere tutti gli argomenti e le insinuazioni ingiuriose dell’onorevole nostro collega senza abusare soverchiamente della sofferenza dei nostri lettori. Per altra parte crediamo aver risposto anticipatamente a quanto si trova di serio nel suo scritto.

Gli faremo solo osservare ch’egli è il primo economista, il quale abbia asserito che la circolazione dei biglietti di banca debba essere in proporzione del debito dello Stato e delle spese pubbliche. Secondo questa norma la circolazione della carta di credito in America dovrebbe essere minore che in Inghilterra ed in Francia; mentre essa è relativamente assai maggiore.

Ma dato anche per vero il teorema del deputato Farina, opporremo ai documenti relativi all’Inghilterra che si riferiscono all’anno 1815, coi quali egli prova che la circolazione creata dalla nuova legge di finanze eccede di un decimo la circolazione in allora reputata eccessiva del Banco di Londra, opporremo, diciamo, i fatti dell’anno scorso.

Alla fine del 1847 la circolazione di vari banchi della Gran Bretagna, sottoposti tutti all’obbligo del rimborso in numerario, ascendeva a lire sterline 40.954.591, laddove le spese dell’anno salirono a lire sterline 53.790.136. Quindi i biglietti stavano alla spesa pubblica circa come il 4 al 5. Ora, ritenute queste basi, le spese del nostro Stato superando i 70 milioni di lire, si potrebbe mettere in corso 56 milioni di biglietti, ciò una somma quasi doppia di quella stabilita dall’atto ministeriale.

Ciò basti a provare al sig. Farina, che se gli uomini inetti, da lui così aspramente attaccati, sono lontani dall’aver trovato la pietra filosofale, non sono gran fatto imbrogliati a dimostrare l’erroneità de’ suoi calcoli.

C. Cavour


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