[Sulla legge del prestito. Art. IV. Il Banco di Genova]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 229 del 23 settembre 1848

Nello stesso mentre che il Governo imponeva ai possidenti ed ai capitalisti l’obbligo di un prestito forzato, stabiliva che la Banca di Genova avrebbe aperto al Tesoro un conto corrente di 20 milioni di lire, all’annua ragione del due per cento, dando temporariamente corso legale ai suoi biglietti; cosicché cessasse per la Banca l’obbligo di rimborsarli in contanti, e dando loro per tutte le transazioni, sì pubbliche che private, l’istesso valore della moneta.

Questa seconda parte del piano finanziario ministeriale fu acerrimamente criticata, e suscitò in Genova una viva opposizione. I giornalisti, i circoli e (ci duole pure doverlo dire) vari negozianti si lamentarono altamente, quasiché si fosse arrecato al commercio di quella fiorente città gravissima perturbazione, si fossero incagliate le sue operazioni, e posto in pericolo il saldissimo suo credito.

Si aggiunse inoltre che l’atto del Ministero, oltre all’essere impolitico, contrario ai sacri principi economici, peccava contro le leggi dell’equità e costituiva una flagrante ingiustizia a danno della Banca di Genova.

Noi riteniamo queste accuse come affatto prive di fondamento. Ben lungi dal considerare come biasimevole la disposizione ministeriale, teniamo per fermo che essa fu dettata da uno spirito di previdenza e di giustizia; e che, invece di tornare dannosa al commercio, tende a preservarlo da una crisi funesta, a cui sarebbe andato esposto, se il Governo non avesse avuto il coraggio di valersi nelle attuali gravissime circostanze dell’opera della Banco di Genova.

Pochi argomenti, crediamo, basteranno a provare la verità di questa nostra sentenza.

Certamente il pensiero di procurare al Tesoro un sussidio momentaneo di 20 milioni, senza accrescere i già gravissimi oneri che pesano sul pubblico, influì sul far adottare il progetto di prestito della Banca, ma questo non fu il principale motivo della determinazione ministeriale, giacché essa era consigliata da argomenti di importanza ben maggiore.

Infatti, conveniva provvedere alla circolazione straordinaria di numerario, a cui doveva dar luogo la riscossione del prestito forzato, sotto pena di vedere il commercio e l’industria gravemente incagliati nelle loro ordinarie transazioni. Ora non poteva ciò farsi in modo più opportuno, che col provocare l’emissione di biglietti di banca per una somma di grande considerazione.

E Governo in pochi mesi deve ritirare dalle casse dei privati, oltre i tributi soliti, dai quaranta ai cinquanta milioni e forse più. Come mai il pagamento di cosi ingente somma potrà operarsi, se l’agente della circolazione non viene aumentato per mezzo di carta che rappresenti la moneta? Senza questo sussidio il prestito forzato produrrebbe una delle due seguenti conseguenze; oppure entrambe in grado diverso. La ricerca di scudi pei pagamenti a farsi al Tesoro o diminuirebbe di molto la quantità che è disponibile per l’effettuazione delle transazioni commerciali fra i privati, o provocherebbe un’importazione dall’estero di numerario.

La prima ipotesi, che è la più probabile, realizzandosi, il commercio, l’industria, l’agricoltura avrebbero a soffrire immenso disagio, rimarrebbero incagliati in ogni loro operazione. Allora sì che i giornali, i circoli ed i negozianti genovesi leverebbero clamorosi lamenti, e ciò non senza ragione. Allora sì che essi potrebbero tacciare il Ministero d’imperizia e di poca previdenza.

Ma ci si dirà che la seconda ipotesi è la sola ragionevole, perché è cosa nota che il numerario tende sempre a porsi in equilibrio nel mondo economico; e che perciò, se è ricercato da noi oltre il consueto, crescerà di valore, e quindi se ne faranno straordinarie importazioni dall’estero.

Non vogliamo contestare questa massima, vera in tesi generale, quantunque soffra nella pratica non poche eccezioni: solo osserveremo che nell’applicazione il paese verrebbe a soffrire mali analoghi a quelli sovra indicati.

L’asseverare che il danaro crescerà di valore, torna lo stesso che dire che tutti gli oggetti d’interna produzione diminuiranno di prezzo. I danari che si vogliono importare dall’estero non potranno pagarsi se non con una straordinaria esportazione; la quale non può aver luogo senza produrre un minoramento nei prezzi dei nostri prodotti.

Quindi, nella seconda come nella prima ipotesi, una gravissima perturbazione nelle transazioni commerciali: tutte le classi produttrici sottoposte a gravissimi danni.

Se questi ragionamenti, come a noi pare, sono incontrastabili, ne consegue che nessun atto poteva tornare più utile al commercio ed all’industria che la tanto criticata misura, in virtù della quale la Banca di Genova sta per mettere in circolazione 20 milioni in biglietti.

I nostri avversari di buona fede converranno nella verità di questa sentenza; ma aggiungeranno che, quando le straordinarie facoltà concesse alla Banca producano non dubbi vantaggi, traggono seco funeste conseguenze di assai maggior rilievo: giacché la sospensione del rimborso in numerario dei biglietti costituisce una vera creazione di carta moneta, la quale, in ultima analisi, condurrà la Banca alla sua rovina, e precipiterà il paese in non calcolabili difficoltà economiche.

Queste asserzioni peccano per evidente e singolare esagerazione. Non abbiamo né il campo, né i mezzi per isvolgere la teoria della circolazione, sia metallica, sia di carta. Osserveremo solo che i biglietti di banca, a cui la legge dà un valore obbligatorio, si distinguono essenzialmente dalla carta moneta, se essi conservano i tre seguenti caratteri che loro sono propri:

  1. Di essere messi in giro da uno stabilimento privato, che possiede fondi propri, e ritiene nelle sue mani l’equivalente dei biglietti emessi.
  2. Di non eccedere di molto la somma che in tempi di calma tali stabilimenti potevano mantenere in circolazione con facilità.
  3. 3° Di provvedere alle necessità straordinarie di un tempo di crisi, passato il quale debba cessare la facoltà concessa alla Banca, di non rimborsare i suoi biglietti in numerario.

Sintantoché queste tre condizioni saranno rispettate, la circolazione obbligatoria dei biglietti di banca non produrrà alcuno degli inconvenienti della carta moneta.

Essi si manterranno all’istesso livello della moneta metallica; suppliranno ad ogni ufficio di questa, senza arrecare alcuna perturbazione economica nel paese; siccome lo provano l’esempio dell’Inghilterra, mentre ardeva la guerra della Rivoluzione, e quello attuale della Francia.

Ora le disposizioni stabilite per rendere possibile l’imprestito della Banca di Genova sono conformi alle indicate condizioni. La Banca, oltre il suo fondo capitale, è investita di un larghissimo credito ipotecario; la sua circolazione è ristretta a 30 milioni, somma che costituisce una piccola frazione della circolazione totale; finalmente il Governo ha dichiarato che, tostoché un imprestito all’estero sarà possibile, restituirà alla Banca i mezzi di rimborsare in argento i suoi biglietti. Ciò essendo incontrastabile, non dubitiamo d’asserire che il paese non avrà più a soffrire del privilegio accordato alla Banca di Genova, di quelli che la Francia e l’Inghilterra abbiano avuto a lamentare quello analogo, di cui godettero le loro banche pubbliche, per lungo spazio di tempo.

A convincere pienamente il lettore di questa verità, crediamo solo necessario di provare che la circolazione creata dal decreto ministeriale non è eccessiva.

Compito il prestito chiestole dal Governo, la Banca potrà avere al più in circolazione 32 milioni di biglietti. Ora questa somma è poca cosa in confronto della circolazione della carta bancaria in Inghilterra ed in Francia.

In quest’ultimo paese, di cui pure molte provincie non si prestarono a servirsi di biglietti prima della rivoluzione, quando le banche dovevano pagare in iscudi, la circolazione si calcolava dai 400 ai 450 milioni. Nella Gran Bretagna la circolazione dei biglietti delle banche pubbliche varia da 36 ai 40 milioni sterlini. Ora con una circolazione in carta 12 volte minore di quella della Francia, e 40 volte minore di quella dell’Inghilterra non si può dire che la proporzione dei biglietti al numerario sia eccessiva, né vi è da temere ch’essi possano a lungo soffrire un serio scapito.

È un grave errore economico il supporre che dei biglietti abbiano necessariamente a scapitare, perché non rimborsabili a volontà in numerario. I biglietti non perdono fintantoché non sono emessi in quantità maggiore di quanto si richiede dai bisogni della circolazione. I fatti constatati in Inghilterra ed in Francia alle già citate epoche confermano questa verità scientifica.

Sul finire dello spirato secolo, le difficoltà economiche create dalla terribile guerra colla Francia, e li disordini interni, avendo distrutta la fiducia pubblica e posta la Banca d’Inghilterra in circostanze estreme, il celebre Pitt, in allora Primo ministro, non esitò, nell’assenza del Parlamento, ad assumere la grave responsabilità di un atto, che dava ai biglietti di detta banca gli stessi privilegi ora accordati a quella di Genova.

Quest’atto coraggioso, che salvò il Regno Unito da una crisi spaventevole, e contribuì non poco a somministrare al Governo i mezzi di condurre a glorioso compimento la lotta a morte che durò tanti anni con l’eroe del secolo, quest’atto, diciamo, fu al suo apparire oggetto di critiche più severe, più amare di quelle che si scagliano ora contro i decreti del ministro Revel. I nemici di Pitt ripetevano che esso aveva distrutto il credito della Banca, rovinato il commercio e l’industria con impor loro l’obbligo di valersi di un agente di circolazione senza valore costante.

L’esperienza dimostrò l’ingiustizia di queste accuse, e giustificò pienamente l’atto dell’illustre uomo di Stato, non meno grande politico che abile finanziere.

La Banca, benché investita della facoltà di non rimborsare in oro i suoi biglietti, seppe usare con somma prudenza dell’ottenuto privilegio; non aumentò la sua circolazione se non in limiti ristrettissimi; la regolò dietro i bisogni economici della nazione, quindi i suoi biglietti si mantennero al pari; cioè essi continuarono, dopo la sospensione del rimborso, a cambiarsi sulla piazza di Londra contro l’istessa quantità d’oro che nell’epoca anteriore.

Dal 1797 al 1809, per ben dodici anni, la Banca essendo sempre rimasta fedele alle massime di una savia prudenza, i suoi biglietti non iscapitarono, e l’Inghilterra presentò il singolare fenomeno di una circolazione di carta, solida e regolare al pari di una circolazione metallica.

A partire dal 1809, la Banca, per provvedere ai bisogni di una tremenda carestia ed alle crescenti necessità della guerra continentale, cominciò ad aumentare la sua circolazione oltre gli antichi limiti, e quindi i biglietti cominciarono a scapitare. L’ammontare dei biglietti in giro si accrebbe da 12 milioni sterlini sino a 22 milioni e più; ma il valore reale dei biglietti scemò, cadde al di sotto del pari, e giunsero persino a perdere il 25 per cento.

La storia della Banca d’Inghilterra somministra una luminosa conferma delle massime scientifiche intorno alla circolazione dei biglietti, e prova che l’imprestito imposto ed i favori concessi alla Banca di Genova non possono tornare nocivi né a quello stabilimento né al pubblico, se non quando e l’uno e gli altri fossero spinti oltre i limiti saviamente determinati dal ministro Revel.

C. Cavour


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