[Sulla legge del prestito. Art. III]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 224 del 18 settembre 1848

Se il prestito forzato non può condannarsi come gravoso al Tesoro, meno ancora gli si può rimproverare di esserlo soverchiamente ai privati.

Se si concede, come fatto incontrastabile, la necessità di procacciare al Tesoro un’ingente somma senza il sussidio de’ prestiti fatti all’estero, non crediamo fosse possibile ideare un piano finanziario che tornasse più accetto ai contribuenti. Il Governo non si vale della facoltà di decretare nuove gravezze, ma si contenta di un prestito. E questo non lo impone già a duri patti; ma bensì a condizioni tali, da non recare gravi sacrifizi a coloro i quali, per adempiere le prescritte obbligazioni, debbono ricorrere ai fondi altrui.

Ed, infatti, nissuno di buona fede accusa il Ministero di troppa severità; ma pure alcuni fanno al suo sistema due critiche; l’una perché non colpisce tutte le persone ricche ed agiate; l’altra perché, dopo aver stabilito per base l’aumento progressivo della quota contributiva per gli stabili non eccedenti le 100.000 ed i crediti non eccedenti le 150.000, abbia, giunto a questi limiti, fissata una quota uniforme, qualunque sia il valore dello stabile o del credito sottoposto al prestito.

Esaminiamo brevemente se queste accuse sieno ragionevoli.

La prima, non si può negare, ha un aspetto di giustizia. Pare infatti, a prima giunta, poco equo che i possidenti di stabili e di crediti sieno i soli a contribuire al prestito forzato, mentre i possessori di crediti chirografici, di capitali circolanti, di capitali immateriali, quelli cioè che traggono larghi proventi dalle professioni da essi esercitate, vadano del tutto esenti dall’onere di concorrere a sopperire ai bisogni del Tesoro.

Una sola risposta è possibile a quest’obbiezione, ma è tale da distruggerla affatto. Ed è la somma difficoltà, per non dire l’impossibilità, di colpire questi capitali senza aprir l’adito ad un arbitrario [sic] odioso e nocivo ai veri interessi dello Stato.

Come mai accertare i crediti chirografici; come mai costringere chi lì possiede a soddisfare ad una legge che li colpisca? Non vi è altro mezzo se non quello di eccitare i debitori a denunziare i creditori, accordando un premio alla delazione. Ma questo mezzo è talmente immorale, talmente contrario all’indole delle libere istituzioni, che nessun finanziere onorato ardirebbe consigliarlo, quand’anche fossero per tornarne in favore dell’erario non lievi vantaggi.

Il troppo celebre Proudhon ebbe il tristo coraggio di proporlo all’Assemblea nazionale francese. Ma la sua proposizione fu accolta con universale disapprovazione, a cui fecero eco anche i deputati i più estremi. Nissuno da noi vorrà certamente accostarsi alle funeste idee del più eccentrico dei socialisti, il sig. Proudhon, e mostrarsi meno scrupoloso dei nuovi montagnards francesi.

Eguale, se non maggiore difficoltà s’incontrerebbe nell’impresa di raggiungere i capitali circolanti, quelli cioè che cercano impieghi temporari, sia in speculazione sopra ogni maniera di mercanzia, sia collo scontare carte pubbliche o private. I titoli da cui risultano sono di tal fatta da sfuggire alle più minute ricerche dei più abili agenti del fisco.

Sarà forza per colpirli ricorrere all’arbitrario, e tassare i supposti possessori di capitali circolanti secondo la voce pubblica. Ma ciò produrrebbe pessime conseguenze economiche. I capitalisti sono per natura timidi e paurosi; l’arbitrario, le minaccie gli pongono in fuga, e li fanno sparire come per incantesimo. Impauriti da un’imposta non fondata su basi precise, i capitalisti cesserebbero le loro operazioni, nasconderebbero i loro fondi, o li farebbero passare all’estero, a dispetto, di qualunque contraria disposizione governativa. Ciò accadrebbe senza fallo a Genova, sola città del regno in cui questa classe di capitalisti sia numerosa e potente; e ciò con gravissimo danno del commercio di quell’operosissimo porto, che trova importanti sussidi nei fondi disponibili di un gran numero di persone che non esercitano alcuna professione.

Siamo quindi convinti che il solo tentativo, di far contribuire al prestito forzato i capitali circolanti, cagionerebbe al paese una perdita molto maggiore della somma, che potrebbe ricavarne il fisco nel più favorevole supposto.

Per ciò che riguarda le persone che ritraggono da una, lucrosa professione larghi redditi, non riputiamo equo e conveniente il farli partecipare al prestito. Possono bensì, secondo i canoni delle scienze, considerarsi come posseditori di un capitale immateriale; ma questo capitale, capace di produrre larghi frutti, non può essere immediatamente realizzato, trasformato in numerario, né in tutto, né in parte: quindi non si può costringere chi n’è posseditore a cederne una porzione al Governo, anche a titolo oneroso.

Quando, in circostanze men agitate, il Ministero promuoverà la riforma del nostro sistema fiscale, e proporrà un’imposta sui redditi, ed allora non dubitiamo che esso, ad esempio dell’Inghilterra, non chiami a concorrere alle spese dello Stato tutti coloro che ricavano pingui entrate dall’esercizio di una professione intellettuale, sieno essi avvocati, medici e scrittori, ecc. Ma, trattandosi di una specie di tassa sui capitali, non è equo il sottoporvi coloro che non posseggono capitali negoziabili, ma solo facoltà personali, preziose bensì, ma che il menomo accidente può distruggere o rendere improfittevoli.

Noi crediamo con queste osservazioni avere bastantemente risposto a coloro che rimproverano alle misure finanziarie del Ministero, di non colpire egualmente tutti coloro che potrebbero contribuire alle pubbliche spese. Vediamo la seconda accusa, quella relativa al non essersi stabilita una quota progressiva oltre certi limiti.

L’idea di accrescere progressivamente la quota dei cittadini ai pubblici pesi in proporzione dell’aumentarsi dei loro averi, fu più e più volte posta in campo, ed applicata in vari modi.

L’esperienza tuttavia fu sempre ad essa contraria, e le discussioni cui diede luogo provarono evidentemente che conduceva alle più fatali conseguenze.

Non vogliamo qui trattare pienamente il sistema dell’imposta progressiva; ci ristringeremo ad un’avvertenza particolare al caso nostro che si sarebbe voluto applicare, e ad un argomento generale che ci pare senza replica. L’ammontare delle quote del prestito forzato, essendo stabilite in ragione dei capitali posseduti e non del reddito che se ne ritrae, è per ciò solo proporzionalmente più grave pei grossi che pei medi proprietari. È cosa nota che l’entrata netta non cresce in ragione esatta dei valori dei fondi; non si può dire, per esempio, parlando in generale, che il possessore di una tenuta del valore di 500.000 lire, abbia un reddito netto cinque volte maggiore di chi possiede solo un podere di 100.000 lire. La legge, non badando a questa differenza, pesa perciò in proporzione degli averi più gravemente sui più larghi patrimoni. E siamo di ciò tanto convinti che non dubitiamo, asserire che, in comune, non saranno i possessori di tenimenti di un valore medio i più impacciati ad obbedire alla legge.

Ciò premesso, ripeteremo solo l’argomento che dissuase dall’applicare il sistema progressivo alle imposte tutti i finanzieri i più democratici, non tocchi però dalla lebbra del socialismo.

Le società moderne, figlie del lavoro, non possono prosperare, non possono migliorare le condizioni delle varie classi de’ cittadini che le compongono, se non colla formazione continua di nuovi capitali, se non coll’accrescersi dei mezzi di riproduzione.

Questa è una legge assoluta, che vien da tutti riconosciuta: dai seguaci di Smith, come dai discepoli di Fourier e dalla stessa scuola del Lussemburgo. Ne consegue quindi che un governo deve astenersi dal fare alcun atto, dal manifestar alcuna tendenza, che abbia per effetto di rallentare le cause in virtù delle quali si formano i nuovi capitali.

Ora l’imposta progressiva ha certamente questo effetto, quando cessa, dall’essere un favore per le classi meno agiate, come l’esenzione in Inghilterra dal tributo sulle rendite, per coloro che non posseggono che lire sterline 150 annue; come le facilità concesse dalla presente legge ai possessori di fondi e di crediti minori di 100 mila e di 150 mila lire; ma vuolsi applicare dietro norme generali, poiché essa è in certo modo una multa decretata contro l’economia ed il risparmio, ed in certi casi un ostacolo, assoluto all’accumulazione e l’accrescimento dei capitali.

Gli uomini intraprendenti, i fabbricatori, i commercianti, giunti ad un certo segno di ricchezza, cesseranno dall’accrescere i loro mezzi di produzione, di estendere i loro traffici, se le loro operazioni, ove riescano favorevoli, debbono avere per effetto di accrescere la quota del contributo che pesa già sulle acquistate sostanze. Parimente il ricco possessore cesserà dall’economizzare, dal migliorare i suoi fondi, se, coll’accrescere il loro valore, accresce in proporzione molto maggiore le gravezze che debbono gravarli.

Badisi ancora che l’imposta progressiva oppone non solo un ostacolo materiale all’accrescersi dei capitali, ma lo combatte altresì col gettare una specie di discredito su coloro, che aumentano le loro sostanze.

In un paese ove le fortune fossero condannate alla immobilità, mercé de’ fidecommessi e delle sostituzioni, l’imposta progressiva potrebbe introdursi senza gravi sconcerti economici. Ma in una società industriosa e libera, in cui le proprietà come i capitali sono in circolazione continua, essa impedirebbe ogni rapido progresso, ogni notevole sviluppo della ricchezza pubblica.

Queste verità sono talmente evidenti per tutti coloro che non sono affatto digiuni delle scienze economiche, che le vediamo accolte come massime incontrastabili dai popoli in mezzo ai quali le sane idee economiche sono maggiormente diffuse, i popoli di razza anglo-sassone. Essi infatti ripudiano egualmente ogni sistema d’imposta progressiva, sia che conservino, come gli inglesi, una certa tenerezza per le forme aristocratiche, sia che professino, come gli americani degli Stati Uniti, le più larghe massime democratiche.

Gli uomini logici che si sono dichiarati pel sistema delle imposte progressive, non negano i danni immensi ch’esso cagionerebbe alle società come sono attualmente costituite, ma sostengono che può a questi rimediarsi, col fare in modo che i capitali sieno riprodotti ed accresciuti non più in virtù dell’opera dei singoli cittadini, ma mercé di quella del Governo, delle società in complesso rappresentate da un potere centrale.

Non ci faremo a ribattere ora quest’obbiezione, la sola che possa mettersi incontro agli argomenti da noi posti in campo. Osserveremo solo che non si può ammettere senza dare causa vinta ai socialisti, giacché la idea che domina tutte le loro dottrine, il principio dal quale derivano tutte le loro teorie, si è quello di far del potere, che rappresenta la società, il principale, anzi quasi il solo agente della produzione. Ammettete che questo potere possa direttamente accrescere i capitali nazionali, ed una logica irresistibile vi costringerà pure ad ammettere, sotto una od altre forme, tutte le idee socialiste.

Crediamo che ciò basti a dimostrare chiaramente avere il Ministero operato con molta saviezza, seguendo le severe norme dell’economia politica, e mantenendo il suo piano finanziero scevro da ogni menoma influenza delle fatali dottrine, che cagionarono nella vicina Francia cosi spaventevoli rovine.

Terminato l’esame della parte dei progetti ministeriali che riguardano il prestito forzato, tratteremo in un altro articolo il prestito del Banco di Genova, cosi ingiustamente criticato da alcuni giornali.

C. Cavour


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