[Sulla legge del prestito. Art. II]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 223 del 16 settembre 1848

Il prestito forzato venne stabilito dal Ministero in modo da colpire le proprietà stabili, sieno esse case o fondi rustici, i capitali guarentiti da ipoteche, l’industria ed il commercio. La legge ha accordato un’assoluta esenzione ai proprietari ed ai capitalisti minori; solo sottopone all’obbligazione del prestito i possessori di uno stabile del valore di lire 10.000, o di un credito ipotecario di lire 8.000.

Oltre questi limiti, la quota proporzionale, a carico dei singoli contribuenti, cresce in ragione del valore degli stabili e dei crediti dal mezzo per cento sino al 2 pei primi, ed al 3 per cento per i secondi.

Il prestito viene operato mediante la creazione di nuove rendite del valore nominale del 5 per cento, che il Governo cede ai mutuanti al corso di 80 franchi; in modo che colui che è tassato ad 800 lire, riceve una rendita di cinquanta lire, e così proporzionalmente. Finalmente, per facilitare il pagamento dell’imprestito, esso è ripartito in cinque rate, distanti un mese l’una dall’altra, la prima di due sesti, e le altre di un sesto, in modo che si comincerà a versare un terzo dell’imprestito nei primi giorni d’ottobre, e se ne farà il saldo nel mese di febbraio.

I morosi, quelli cioè che non andando volontariamente a dichiarare l’ammontare della loro quota, e coloro che, a cagione di false dichiarazioni, costringeranno il fisco ad adoperare mezzi coercitivi, riceveranno le rendite al loro valore nominale, cioè una rendita di lire 50 per ogni lire 1000 sborsate, e così saranno sottoposti ad una multa del 20 per cento.

Nello stabilire le accennate condizioni del prestito forzato, il Ministero cercò di provveder ampiamente agli ingenti bisogni delle Finanze nel modo il meno oneroso pel paese, ed in guisa da non produrre una grave perturbazione nel suo sistema economico. Ciò nullameno esso va soggetto a molte e vivissime critiche per parte di alcuni che lo giudicano troppo favorevole ai contribuenti, e per parte d’altri che lo accusano di pesare soverchiamente sulle proprietà e sui capitali.

Noi riputiamo queste contrarie accuse prive egualmente di fondamento.

Rispondendo dapprima a coloro i quali pretendono che il Governo doveva mostrarsi men largo verso i contribuenti, e costringerli a pagare a titolo di gravezza od a titolo d’imprestito senza verun premio le somme necessarie allo Stato, diremo che una tale determinazione sarebbe stata ingiusta, impolitica, e fors’anche dannosa alle stesse Finanze.

Infatti, quando una nazione si accinge ad una impresa straordinaria, che deve tornare ad immenso beneficio non solo della generazione attuale, ma altresì delle generazioni future, è equo, è ragionevole il ripartirne il peso pecuniario sopra una lunga serie d’anni. Ora quale impresa può riputarsi più straordinaria, più grande, più benefica pei nostri posteri, di quella per cui combattiamo, per compiere la quale è necessario il sacrificare ingentissime somme? Se giungiamo a tramandare ai nostri figli, ai nostri nipoti, la libertà e l’indipendenza della patria, essi non potranno lagnarsi del glorioso retaggio, quantunque gravato di pesanti debiti. Essi non taccieranno d’ingiusti e d’improvvidi i mezzi finanzieri coi quali il Governo d’oggidì cerca di alleviare i sacrifici a cui il paese deve sottostare, né faranno certamente eco alle critiche che combattiamo. Essi le giudicheranno, come noi, insussistenti e sragionevoli.

La politica, non meno che la giustizia, si opponeva ai partiti soverchiamente gravosi. Una straordinaria gravezza (lo abbiamo già detto) non già degli 80 milioni necessari alle Finanze, ma della metà, del terzo, del quarto anche di questa somma, non avrebbe potuto essere riscossa senza porre in opera mezzi coercitivi violenti, o per dir meglio, misure rivoluzionarie, la prigione e forse peggio.

Noi sfidiamo il primo finanziere del mondo ad ideare una nuova imposta di 25 o 30 milioni, che non susciti tumulti e sedizioni, che non provochi resistenze tali da non potersi vincere se non colla forza, col rigore, e diciamolo pure, col terrore.

Se ciò è, e nessuno di buona fede potrà negarlo, una gravezza, pari ai bisogni del Tesoro, era impossibile a stabilirsi. Un ministro abbastanza inetto per proporla, sarebbe stato condannato dalla voce unanime dello Stato. Ed i più estremi dei nostri giornali, i giornali genovesi, sarebbero stati i primi a biasimare un atto che avrebbe gravemente colpito nei loro interessi i capitalisti loro concittadini.

Ma, concessa l’impossibilità d’imporre nuove gravezze, taluno sosterrà che l’imprestito forzato non doveva farsi a condizioni cosi onerose pel Tesoro; che bastava concedere un ragionevole interesse ai contribuenti; che la massima concessione da farsi loro era di pagare ad essi il 5 per cento; quindi, che col dare del 5 per cento ad 80, ciò che stabilisce il frutto del danaro al 6 ed un quarto, il Ministero ha sacrificato la causa delle finanze pubbliche agli interessi privati dei proprietari e dei capitalisti.

A queste ragioni che vestono un carattere specioso, opporremo alcune considerazioni che ci paiono irresistibili.

È cosa notoria che, allorquando il ministro Revel presentò nel mese di giugno alla Camera dei deputati le sue prime leggi di finanza, l’opinione pubblica ed il Parlamento si pronunziarono altamente in favore di un imprestito all’estero, da contrarsi alle migliori condizioni possibili ‘. Chi si ricorda dello stato economico dell’Europa a quell’epoca, riconoscerà che non si poteva sperar di ottenere danari a condizioni migliori del 5 per cento ad 80. P, dunque innegabile, che tutti erano disposti a pagare ai capitalisti forestieri il 6 ed un quarto. Da quell’epoca le condizioni finanziere dell’Europa non si sono migliorate, e la condizione nostra politica ha peggiorato d’assai. E se l’imprestito all’estero fosse possibile, non lo sarebbe certamente che a patti più onerosi di molto. Ciò essendo, perché non concedere a quelle classi di concittadini, che la legge sottopone all’imprestito, le stesse condizioni che in tempi pure più prosperi la nazione era disposta a consentire ai forestieri? Perché sostenere che i capitalisti ed i proprietari nazionali hanno da esser trattati più severamente dei banchieri esteri?

Ma, senza rispondere a quest’obbiezione, si aggiunge: “comunque sia, voi accordate un favore ai contribuenti; somministrate loro un mezzo di arricchirsi a spese dello Stato, di approfittare delle pubbliche sventure”.

Quest’obbiezione posa su di un gravissimo errore. Lo Stato non conferisce nessun favore ai partecipanti forzati all’imprestito, giacché tutti possono concorrervi. D’altronde, è molto probabile, quasi certo, che il nuovo fondo non si potrà negoziare al prezzo d’emissione e che si venderà al di sotto di lire 80. Speriamo ch’esso non scapiterà di molto; ma come crederlo, quando il 5 per cento francese si mantiene nelle vicinanze di 70, e che il nostro rimarrà ad 80?

Salvo il caso in cui piacesse alla Provvidenza di dileguare miracolosamente le fosche nubi che oscurano l’orizzonte politico, noi temiamo che il corso dei nostri fondi si pareggi con quello dei fondi francesi. Se ciò accadesse, i contribuenti sopporterebbero un sacrificio del 12 per cento sulle somme mutuate al Governo, poiché sarebbero costretti a pagare 80, ciò che in realtà vale 12 per cento di meno, ossia 70 solamente.

Queste irrecusabili cifre provano che, se il Governo si è dimostrato sollecito di non gravare soverchiamente i capitalisti ed i proprietari, non accordò loro nessun indebito favore.

Finalmente, in favore della larghezza del progetto ministeriale militano pure potenti considerazioni economiche e finanziarie.

Col rendere non troppo severe le condizioni del prestito forzato, coll’alleviare i sacrifici imposti ai contribuenti, si scansa una crisi economica, inevitabile in caso diverso. Ogniqualvolta i capitali impiegati nell’agricoltura, nell’industria e nel commercio, sono distolti dall’ordinaria loro destinazione per riceverne un’altra straordinaria, come quella di sovvenire ai bisogni del Tesoro, ne risulta una grave perturbazione nel grande fenomeno della produzione nazionale. Gli agricoltori, gl’industriali, i commercianti, con capitali menomati rimarranno incagliati nelle loro operazioni, e la massa dei prodotti ‘ da essi creati scemerà in una proporzione notevole in paragone dell’importanza reale dei sacrifici a cui dovettero soggiacere.

Onde evitare cosi funesti risultati, i finanzieri illuminati hanno sempre cercato di provvedere ai bisogni straordinari, attirando nelle casse dello Stato quelle masse di capitali circolanti, che in tutti i paesi ricchi sono di continuo disponibili, cercando impieghi stabili o temporari. Per mala sorte, questi capitali non possono farsi concorrere all’imprestito che in debolissima proporzione, sia perché è difficile l’accertarne l’esistenza, sia pure perché sarebbe ingiusto il far ricadere interamente, od in massima parte, su questa classe di cittadini l’obbligo di provvedere alle necessità del Tesoro.

Nei tempi di quiete e di prosperità questi capitali ricercano con alacrità gl’impieghi nei fondi pubblici, e riesce facile il riunirli per mezzo delle compagnie bancarie, e di negoziare quindi ad un tratto vistosissimi imprestiti.

Ma nei tempi di sfiducia, i possessori dei capitali circolanti, con mezzi menomati per le perdite sofferte, rifuggono dall’associarsi, e cercano individualmente d’impiegare il loro danaro nel miglior modo possibile. Non potranno quindi contrarre col Governo un imprestito di parecchi milioni; ma se vien stabilito un imprestito forzato, tratteranno volentieri con i contribuenti che sono sprovvisti dei fondi necessari per pagare le quote a cui sono tassati.

Se le condizioni dell’imprestito forzato sono tali, che i contribuenti non possano esonerarsene se non con gravi sacrifici, essi preferiranno vendere i loro stabili, alienare i loro crediti, e ritirare dall’industria o dal commercio i loro capitali circolanti, anziché consentire a perdere il 30 od il 40 per 100 sulle somme versate al Tesoro, ciò che produr deve quella funesta perturbazione già da noi accennata.

Se invece il sacrificio da farsi è lieve; se, per esempio, non supera il 5 ed anche il 10 per cento, i produttori vi si sottoporranno volentieri, anziché menomare i loro mezzi di produzione, e l’imprestito si distribuirà naturalmente tra i capitalisti, i di cui fondi liberi non avevano un preventivo impiego nell’industria o nell’agricoltura.

Tale sarà, lo speriamo almeno, la destinazione definitiva dell’imprestito forzato: epperciò riputiamo essere il sistema dal Ministero adottato, non solo conforme all’equità ed alla sana politica, ma ancora il più vantaggioso dal lato economico.

C. Cavour


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