[Sulla legge del prestito. Art. I]

««Il Risorgimento», Anno I, numero 220 del 13 settembre 1848

Il Ministero ha pubblicato il suo piano finanziero. Tre decreti reali, emanati lo stesso giorno, contengono una serie di disposizioni che debbono procurare al regio erario, nel breve spazio di cinque mesi, straordinarie risorse, che egli calcola a 55 milioni, ma che noi riputiamo dover ascendere ad una somma maggiore di questa, non minore di 70 milioni.

Con tali atti il Ministero risponde vittoriosamente alle ingiuste accuse, alle calunniose imputazioni, che fogli d’ogni dimensione e circoli più o meno patriottici, gareggiando per ottenere la palma della popolarità, gli scaglian contro di continuo. Esso ha per tal modo chiaramente dimostrato, che, fedele al pubblicato programma, saprà adoperare i mezzi i più energici per provvedere, sia alle necessità della guerra, ove le negoziazioni diplomatiche non abbiano esito felice, sia ai sacrifizi pecuniari che la pace trarrà seco.

Giustamente convinto il ministro delle Finanze, che, dopo i disastri sofferti in mezzo a negoziazioni guerresche, ogni tentativo per contrarre all’estero un vistoso prestito, adeguato ai bisogni delle finanze, sarebbe tornato vano, si determinò a valersi unicamente delle risorse interne del paese.

La somma che era necessaria procacciarsi era tale, che sarebbe stato quasi impossibile il ritrarla mercé nuove o maggiori gravezze. È verità economica incontrastata che le imposte, spinte oltre certi limiti, cessano dall’essere produttive, od almeno non possono riscuotersi senza produrre tali e sì gravi perturbazioni da cagionare in fin dei conti al pubblico erario più danno che utile. L’esempio attuale della Francia conferma questa asserzione.

Dopo la rivoluzione di febbraio il Governo provvisorio, per provvedere alle spese straordinarie cagionate dagli sconvolgimenti politici, decretò una sovratassa di 45 centesimi sulle quattro contribuzioni dirette, e ne ordinò il pronto pagamento. Dopo sei mesi, a dispetto dei mezzi di rigore i più energici, le Finanze non hanno ottenuto se non la metà delle somme che tale gravezza doveva produrre immediatamente; ed ogni nuovo tentativo per costringere i dipartimenti renitenti a pagare, è cagione di gravi e deplorabili tumulti popolari.

Se il Ministero avesse adottato il sistema del Governo provvisorio e colpita la proprietà di una sovratassa del 50 per cento, non avrebbe certamente ottenuto risultati più felici, e dopo sei mesi od un anno, si sarebbe procurati sette od otto milioni; ma Dio sa a costo di quante difficoltà e di quanti contrasti, per non dire di quante sediziose opposizioni.

Meno ancora che dall’imposta diretta si può, nei tempi difficili, ritrarre mezzi straordinari dalle tasse indirette. È noto che per, quelle che colpiscono oggetti di consumazione popolare, le sole veramente produttive, l’aumentarne l’importo produce sovente una diminuzione d’entrata; ciò è vero specialmente per quanto riflette le nostre dogane, rette da una tariffa che mira a proteggere certe industrie privilegiate, più che a procurare il maggior vantaggio del Tesoro. Da una riforma di questa si può sperare un aumento d’entrata, ma che si manifesterà solo gradatamente dopo un periodo di tempo più o men lungo.

La gravezza del sale non vuolsi toccare. La sua diminuzione fu un atto di giustizia, un omaggio reso al popolo, che non si può modificare senza andare incontro alle più gravi difficoltà. L’imposta sul tabacco, in via di continuo progresso, è combinata in modo da dare un prodotto massimo. Le gabelle sono accensate per più anni, e quindi non suscettibili d’essere aumentate. Si potrebbe bensì, anzi si dovrebbe estendere la tassa gabellaria ad alcune provincie che ne furono finora esenti; ma da una tale misura, la cui giustizia è incontestabile, non si può aspettare che un sussidio ben lieve in confronto degli ingenti ed incalzanti bisogni del tesoro nazionale.

Riconosciuta l’inefficacia nelle attuali circostanze dei vari sistemi di gravezze, consigliati dalla scienza economica, vi sarà forse taluno che suggerito avrebbe l’impiego di mezzi violenti, straordinari, rivoluzionari, nel senso letterale di questa parola, come sarebbero un’imposta arbitraria su certe classi della società, una tassa rapidamente progressiva ed altri espedienti, che sapessero più o meno della confisca.

Ma tali mezzi non solo sono riprovati dalla giustizia e dalla sana politica, ma inoltre hanno il grande inconveniente di produrre risultati finanziari affatto opposti all’aspettativa di chi gli adopera. Invece di aumentare le risorse del Tesoro, essi lo conducono a sicura rovina. Infatti, non possono porsi in pratica senza produrre una perturbazione economica, tale da arenare compiutamente l’industria ed il commercio: ciò che cagiona immediatamente un’immensa diminuzione su tutti i prodotti indiretti, che non può essere compensata dalle entrate ottenute con ingiuste spogliazioni.

La storia finanziaria della prima rivoluzione francese conferma queste salutari verità. Più che ogni altro governo, la Convenzione nazionale adoperò mezzi rivoluzionari, giacché confiscò la metà, se non i due terzi, dei beni del paese. Più oltre ci pare difficile che si potesse procedere. Eppure questi mezzi iniqui non valsero a sopperire alle necessità del Tesoro della repubblica. Oltre la confisca fu necessario ricorrere alla carta monetata e precipitare il paese nella maggiore delle crisi finanziarie che ricordi la storia, seguita da una bancarotta di 43 milioni (che a tale spaventevole somma ascesero gli assignats emessi e non pagati dalla Convenzione).

Quest’esempio tremendo, non che le disastrose e funeste conseguenze prodotte dalle velleità rivoluzionarie manifestate dagli uomini di finanza del cessato Governo provvisorio della repubblica francese, dovrebbero convincere tutti gli uomini di buona fede che i mezzi violenti, predicati da alcuni oratori o giornalisti estremi, se possono lusingare certe passioni antisociali, non valgono a provvedere i fondi straordinari, che si richieggono nelle grandi commozioni politiche.

L’aumentare le gravezze già esistenti, come pure l’imporne delle nuove, essendo mezzi riconosciuti non adeguati alle necessità dei tempi, non rimanevano al ministro che due vie a seguire: o ricorrere all’imprestito, od emettere della carta moneta.

Attenendosi ai sani principi economici, egli prescelse il primo partito, rigettando il seducente ma funesto ripiego di battere moneta con una semplice tavola di rame.

L’emissione di buoni del Tesoro, di biglietti nazionali pel valsente di 70 od 80 milioni, avrebbe cagionato nel paese una straordinaria perturbazione economica; avrebbe provocato pel commercio e per l’industria una crisi, di cui sarebbe impossibile il calcolare la gravità.

Infatti, anche nella supposizione che il pubblico accettasse questi nuovi biglietti con intera fiducia, ciò che non è probabile, nullameno essi dovrebbero necessariamente scapitare. La moneta, sia essa metallica o di carta, non ha altro uffizio che di servire di agente alla circolazione, col somministrare un mezzo comodo e sicuro per l’effettuazione dei negozi e dei cambi che di continuo vanno operandosi nello Stato. La quantità quindi che se ne può impiegare con massimo vantaggio nello Stato, sta in una data ragione coll’ammontare totale delle transazioni che si operano, e colla rapidità della circolazione. Questi due dati rimanendo costanti, la massa totale della moneta non può aumentare senza che il suo valore, la sua utilità intrinseca non scemino altrettanto.

La ricchezza nazionale non sarà alterata; le medesime transazioni economiche si opereranno mercé una maggior quantità di monete. In definitiva la moneta diminuirà di valore in proporzione di tutti gli altri prodotti. Se questa è di carta, scapiterà nella stessa ragione; se essa è metallica, verrà esportata in parte finché l’antico equilibrio venga ristabilito. Ed è ciò che accadrebbe da noi, se si aumentasse l’attuale circolazione de’70 od 80 milioni di biglietti. Ma, dopo una tale esportazione, saremmo ridotti ad una circolazione quasi esclusivamente di carta; l’argento e l’oro, indispensabili per le transazioni coll’estero, cesserebbero dal fare l’ufficio di moneta per le interne transazioni, e diventerebbero una vera mercanzia, che sarebbe impossibile il procacciarsi, se non con sacrifici e con premi. Il valore dei biglietti non corrispondendo più a quello della moneta metallica, essi soffrirebbero un grave scapito, sarebbero perdenti ed avviliti.

Le conseguenze economiche della depressione della moneta legale sono incalcolabili; la più funesta ne è la distruzione del credito. Nessuno potendo prevedere le variazioni nel corso che può subire una moneta depressa, nessuno accorderà delle more ai propri debitori, nessuno venderà altrimenti che per contanti. In una parola, non vi sarà più credito; e senza credito il commercio e l’industria sono affatto impotenti.

Da ciò ne consegue che la carta monetata è l’ultima delle risorse a cui deve appigliarsi un Governo prudente e illuminato. Questa verità è talmente evidente che gli avventatissimi finanzieri del Governo provvisorio francese, i signori Garnier-Pagès e Duclerc, dopo aver impiegati senza esitazione mezzi in certo modo rivoluzionari e consigliate misure che sapevano di socialismo; dopo avere tentato di stabilire un’imposta progressiva, di confiscare le strade ferrate, le compagnie d’assicurazione e, sino ad un certo punto, fino le banche pubbliche; quando venne loro proposto di creare della carta monetata, essi rigettarono con indegnazione questo funesto suggerimento, dichiarando non volere assolutamente ricorrere ad un ripiego, che avrebbe infallibilmente strascinato la Francia nell’abisso del fallimento e nella rovina estrema.

Il Ministero adunque è da commendarsi per avere resistito all’idea di creare biglietti del tesoro, che gli veniva da taluni proposta. Fedele ai retti canoni dell’economia politica, preferì ricorrere al provato patriottismo dei suoi concittadini, provvedendo alle urgenze della cosa pubblica con un vistoso imprevisto forzato.

In un altro articolo vedremo come questo prestito venne combinato in modo da farvi contribuire tutti i possessori di capitali facilmente accertabili, senza straordinariamente gravarli; e come seppe il Governo volgere in aiuto del Tesoro i potenti mezzi di cui può disporre la sola grande istituzione di credito del paese; e ciò senza recare grave perturbazione sensibile nella circolazione monetaria.

C. Cavour


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