[Sulla condotta della guerra]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 133 del 31 maggio 1848

Le sorti della guerra preoccupano in sommo grado il paese. La Camera, interprete di questo sentimento, interpellava il Ministero sulle cause vere o supposte del mal esito di alcune fazioni, sulle cause per le quali i vantaggi sinora ottenuti sui nemici non furono adeguati all’impareggiabile valore dei soldati e dei loro capi immediati. Il presidente del Consiglio rispondeva rassicuranti parole, e giungeva a calmare gli spiriti con tecniche spiegazioni, con fatti parziali, e specialmente col promettere numerosi cambiamenti nello Stato maggiore dell’esercito. Queste spiegazioni furono bastevoli a soddisfare la Camera, ed a farle abbandonare ogni pensiero d’ulteriori deliberazioni sulle cose relative all’esercito.

Ma, quantunque sieno trascorsi oltre quindici giorni dall’epoca delle citate interpellanze, le fatte promesse non si sono effettuate. Voci generalmente sparse, e con giubilo accolte, fecero sperare che Collegno e Perrone fossero per essere chiamati al campo. Ma queste voci erano fallaci: Collegno e Perrone non si muovono da Milano, e rimangono al campo tutti coloro che sono indicati come gli autori dei non compiuti successi ottenuti nei vari scontri e delle perdite toccate a Santa Lucia.

Al cospetto di tali fatti non possiamo né dobbiamo tacere; è nostro stretto dovere di alzare nuovamente la voce per ricordare al Ministero e le sue promesse e la terribile risponsabilità ch’egli si è assunta. A ciò fare siamo mossi, non solo dalla nostra coscienza, ma ancora dai continui richiami che ci giungono dal campo: la nostra lealtà si rivolge alla stampa, ella che seppe rimaner scevra da ogni ministeriale influenza, onde ridestare la sollecitudine del Governo e delle Camere sulle cause che rendono meno efficace e proficua l’eroica condotta dell’esercito quasi intero.

Queste nostre querele ecciteranno forse di nuovo contro di noi i clamori del pubblico, che ama, a guisa di tutti i sovrani, dei quali ora a buon diritto può riputarsi eguale, ad essere adulato. Oltre a più acerbo accesso di quello sdegno ministeriale, a cui siamo al giorno d’oggi avvezzi, avremo ancora a sopportare i rimproveri di leali, ma di soverchi prudenti amici, i quali non vorrebbero che si facessero pubbliche le verità poco gradite. Ma ciò non conta; a qualunque costo dobbiamo farci interpreti delle universali lagnanze di que’ prodi che versano il loro sangue per la patria e per noi, mentre ministri e deputati stanno occupandosi in vane discussioni di parole.

C. Cavour


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