[«Storia del Piemonte» dell’avv. Angelo Brofferio. Regno di Carlo Alberto][2]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 797 del 27 luglio 1850

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Impresa singolarmente malagevole si è quella di ricercare negli scritti dell’avvocato Brofferio un sistema preciso e costante di politica. Noi vediamo bensì leggendo la sua storia del Piemonte, ch’egli prova la più calda simpatia per i rivoluzionari d’ogni paese e d’ogni specie; che ogni congiura lo interessa, ogni movimento popolare eccita il suo entusiasmo. Ma ove mirino precisamente le manifestate simpatie, le espresse speranze, è ciò che per noi è impossibile a dirsi.

Gli eroi della sua storia sono bensì Mazzini e Cattaneo, i suoi classici Louis Blanc e Ledru-Rollin; ma se poi egli sia fautore dell’idea, o seguace delle dottrine del Lussemburgo; s’egli sia per la democrazia unitaria e pura, o per la democrazia temperata dal monarcato – è ciò che non ci avventureremo di dichiarare; è ciò che probabilmente nessuno è in grado di fare, nemmeno forse l’istesso avvocato Brofferio. Giacché, se dobbiamo dire l’intimo nostro pensiero, la lettura del suo libro ci ha lasciati convinti ch’esso pure nol sappia in modo molto sicuro.

Si trova, è vero, ad ogni passo una parola sonora, un’esclamazione passionata in lode della democrazia; ma l’avvocato Brofferio ci permetterà di osservargli che democrazia è voce molto elastica che si applica del pari a sistemi assai diversi, e che corrisponde a idee del tutto distinte quando è pronunciata da Gioberti o da Mazzini; da Louis Blanc o da un americano della scuola di Washington o di Jefferson.

Quindi finché egli non ci dica quali fra questi sistemi, quali fra queste idee sieno quelle a cui egli allude parlando di democrazia, ci sarà lecito il credere che mentre egli è molto deciso nelle affezioni pei rivoluzionari e per le rivoluzioni, rimanga tuttavia incerto, rispetto all’esito finale ch’esse debbono raggiungere.

Ciò essendo, non ci fa meraviglia che l’avvocato Brofferio si lasci ciecamente guidare per tutto ciò che riguarda la politica europea da Louis Blanc, il più rivoluzionario degli scrittori moderni; ch’egli ritenga come autorità incontrovertibile il suo libro: Histoire des dix ans. Quindi non ci mostreremo molto severi per le molte cose inesatte, e molti giudizi avventati od erronei ch’egli riferisce sulla fede del suo autore prediletto. Solo deploriamo ch’egli si sia lasciato trascinare da questa sino ad esprimere opinioni, a manifestare sentimenti, ch’egli certamente non professa, che sono, non ne dubitiamo, estranei all’animo suo. Infatti non possiamo credere ch’egli riflettesse a ciò che scriveva, quando, sulle orme di Louis Blanc, tracciava il panegirico di Alibaud e magnificava l’assassinio tentato sulla persona di Luigi Filippo, chiamandolo effetto di sdegno sublime.

A prima giunta nel leggere queste inique parole ci siamo sentiti compresi da un forte sdegno contro uno scrittore capace di bandire si esecrabili dottrine, macchiando il nome italiano, e crescendo efficacia alle accuse, da noi riputate calunniose, che ogni giorno la stampa ultra-reazionaria scaglia contro i nostri repubblicani, imputando loro di professare, nelle intime loro congreghe, la santità dell’assassinio politico.

Ma pensandoci sopra abbiamo assolto l’avvocato Brofferio da ogni rea intenzione, e siamo rimasti convinti non essere colpevole che di un inconsiderato entusiasmo per un autore, che sotto forme brillanti e fascinatrici per chi ha l’istinto rivoluzionario, cerca di propugnar massime che gli uomini onesti di tutti i partiti concordemente riprovano.

Epperciò noi ci facciamo lecito di manifestare la speranza che quando l’avvocato Brofferio pensi ad una nuova edizione della sua storia, egli emenderà quei passi che potrebbero far supporre a coloro che non conoscono, come noi, nessuna ferocia nell’animo suo, essere egli un terrorista moderno, od un fautore degli stiletti e dei veleni come, un cospiratore del medio evo.

La politica italiana dell’avvocato Brofferio riducendosi, come già lo notammo, ad esprimere una continua ammirazione per Giuseppe Mazzini ed i suoi seguaci, noi non prenderemo a discutere le non isvolte dottrine della Giovine Italia, e ci restringeremo ad esaminare se i fatti dal nostro autore riferiti confermino quell’alta idea ch’egli vorrebbe far concepire del grande apostolo della setta; se la sua passata condotta sia stata tale da farci salutare in lui l’ideale dei futuri rigeneratori della nostra patria.

Non ci faremo qui l’eco delle esagerate accuse di cui fu bersaglio Giuseppe Mazzini. Avversari decisi della sua politica, disposti a combatterla nei giornali, come nelle vie, onoriamo non di meno la sua onestà privata, il suo disinteresse; crediamo alla sua buona fede, alla sincerità del suo amore per la causa della libertà e dell’indipendenza; di più, non disconosciamo l’ingegno suo come scrittore, e la straordinaria sua abilità come orditore di trame e di congiure. Ma ciò che neghiamo assolutamente a Mazzini sono le qualità che precipuamente si richieggono in un capo di parte, quando le imprese a cui si accinge non sono ristrette entro i pacifici recinti delle aule parlamentari, ma hanno a compiersi sui campi di battaglia. Tali imprese richieggono i maggiori sforzi di cui un popolo sia capace. Ciò che manca a Mazzini per essere un sommo rivoluzionario, qual ce lo dipinge l’avvocato Brofferio, è il coraggio morale, l’intrepidità a fronte dei pericoli, il disprezzo della morte; virtù queste, senza le quali il più ardente tribuno cade al livello dei retori delle scuole, degli sterili declamatori dei circoli e delle piazze.

Se questa sentenza fosse reputata da taluno ingiusta o severa, noi non vorremmo a provarne la verità addurre, altre prove che i fatti che ci vengono riferiti da uno dei più ardenti ammiratori di Mazzini, lo stesso nostro autore.

L’accusa di essere costante sua abitudine di fuggire i pericoli, ai quali con tanta alacrità espone gl’incauti suoi seguaci, fu già più volte formolata contro Mazzini. Ma finora eravamo disposti a crederla, sino: ad un certo punto almeno, dettata da uno spirito di parte; anche ultimamente, quando, leggemmo in quell’aureo racconto delle vicende dei volontari e bersaglieri lombardi, scritto. con tanta sincerità d’affetti e nobiltà di pensieri da Emilio Dandolo, la seguente terribile imprecazione:

«- Oh Iddio perdoni a coloro che furono cagione di tanta inutile strage! Ed essi (Mazzini e suoi addetti) invero hanno tanto più bisogno del perdono di Dio, in quanto che, convinti di già dell’impossibilità d’ogni ulteriore difesa anche per attestazione dei più intrepidi militari, si ostinarono contro coscienza nella continuazione di essa, e solo per poter dire: noi non cedemmo! non ebbero ribrezzo di aumentare inutilmente il numero delle vittime. Eppure il volgo batte le mani e chiama gloria d’Italia chi (Mazzini) fuor di pericolo, in seggio tranquillo, e munito di salvacondotti, non arrischiava al più che di affrontare il consuéto agiatissimo esilio».

Anche allora, ripetiamo, ci parve potere riconoscere non poca esagerazione nelle parole dell’autore, cagionata dal dolore del perduto fratello e dalla morte degli eroici suoi amici Manara e Morosini. Ma ora, dopo i fatti ricordati con tanta pompa da Brofferio, ogni dubbio è scomparso dalla nostra mente, e ci è forza riconoscere che Dandolo e gli altri scrittori da noi accennati sono colpevoli di tutt’altro che di esagerata severità rispetto a Mazzini. Lo stesso accadrà, non ne dubitiamo, a qualunque imparziale lettore.

Brofferio in fatti narrando la malaugurata spedizione dei fuorusciti in Savoia nell’anno 1834, dopo averci mostrato Mazzini alla testa delle mal ordinate sue schiere, eccitando con aspre parole Ramorino ad andare in traccia del nemico, continua così:

«Mazzini fissava lo sguardo nel generale come persona che è in preda a mille contrari affetti, allorché si udivano improvvisi colpi di fuoco. Ramorino si alza precipitosamente, Mazzini impugna il moschetto e ringrazia Dio di avergli fatto incontrare il nemico. Ma quello era l’ultimo suo sforzo. La febbre gli sconvolgeva la mente. I suoi compagni gli apparivano come larve, il suolo gli traballava sotto i piedi, e privo di sensi cadeva».

«Quando riapriva gli occhi si trovava nella Svizzera, dove i suoi compagni lo avevano a gran pena trasportato. Le fucilate di Carra non erano che una falsa riscossa» (pag. 60).

Ah Brofferio, che cosa avete mai fatto. Senza avvedervene avete impresso sul carattere di Mazzini una macchia più crudele di quella prodotta dalle amare parole di Dandolo.

Un soldato che dopo avere spinti i compagni alla battaglia vien meno allo sparo del primo colpo di fucile; un uomo che nell’approssimarsi d’un immaginario pericolo chiude gli occhi, e non li riapre più se non quando vien messo in salvo in terra neutrale, sapete voi come viene qualificato da chiunque abbia in petto una scintilla di virtù militare? in qual conto sia tenuto da chi abbia senso d’onore? Troppo dure parole ci converrebbe pronunziare per rispondere a queste interrogazioni, che ognuno che abbia letto il vostro libro è in diritto di dirigervi.

Se il vostro racconto è vero, e chi potrebbe dubitarne conoscendo la vostra tenerezza per Mazzini? potrete ancora vantarci il suo sapere filosofico, la sua acutezza politica; ma non parlateci mai più delle sue virtù qual capo di parte, dei suoi titoli ad essere tenuto quale iniziatore del risorgimento italiano.

Voglia il cielo che quest’ingenua confessione di non sospetto autore torni utile alla nostra patria; voglia il cielo che una volta almeno gl’insegnamenti del passato non riescano sterili per l’avvenire. L’Italia non è risorta perché ha sempre dato ascolto a coloro che, audaci mentre stavano in sicuri ricoveri, vennero meno all’ora del pericolo; perché si è lasciata condurre da gente così nervosa, da non potere sopportare neanco l’odore della polvere.

L’Italia non risorgerà se non quando, lasciati in disparte gli uomini dalle pompose ma inutili parole, affiderà le sue sorti esclusivamente agli emuli di quei prodi che nei campi di Lombardia, sui baluardi di Roma, gli imitatori dei Perrone e dei Manara, quei grandi italiani estranei entrambi alla scuola mazziniana: se non quando avrà a condottieri uomini i di cui nervi siano siffattamente temprati, da venire esaltati dall’aspetto del pericolo, da sentirsi più forti al cospetto della morte.

Ove il libro dell’avvocato Brofferio valesse a rendere popolare questa suprema verità, quand’anche ciò fosse indipendente dalla volontà dell’autore, noi non esiteremmo a dichiararlo uno degli scritti i più pregevoli che sieno venuti alla luce da molti anni.


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