[«Storia del Piemonte» dell’avv. Angelo Brofferio. Regno di Carlo Alberto][1]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 796 del 26 luglio 1850

[1]

Aspettavamo con una certa impazienza il terzo volume della Storia del Piemonte dell’avvocato Brofferio testé uscito alla luce, il quale tratta del regno di Carlo Alberto, sino all’epoca delle riforme.

Se nei due primi volumi di quell’opera avevamo potuto lamentare poca accuratezza, e nessuna novità nel racconto dei fatti, e spesso mancanza di filosofico criterio, ci pareva potere sperare, che quando l’autore fosse giunto alla storia contemporanea, in cui ebbe parte non solo come spettatore, ma talvolta altresì come attore, la sua narrazione sarebbe diventata più istruttiva, sia col rivelare fatti ignoti, sia collo svelare le cause arcane degli eventi già conosciuti, sia finalmente col rendere palesi le vere basi sulle quali poggia quel sistema politico, di cui egli è l’eloquente, benché unico propugnatore nell’arena parlamentare.

Ma, con rammarico dobbiamo confessarlo, questa nostra speranza andò pienamente delusa. Il terzo volume della storia del Piemonte è tale, da indurre il pubblico, non a modificare, ma a pienamente confermare il giudizio portato sui due primi. In esso si rinvengono le medesime qualità, gli stessi difetti che distinguono le opere letterarie dell’avvocato Brofferio. Le gesta di Carlo Alberto non vi sono altrimenti narrate di quanto lo furono quelle di Vittorio Emanuele e di Carlo Felice. Lo stile corre facile e animato; sempre brioso e vivace, esso non di rado s’innalza all’eloquenza, quando l’autore si costituisce l’interprete dei veri sentimenti nazionali, oppure prende a narrare fatti realmente pietosi; quantunque in esso abbondino de’ frizzi brillanti e mordaci epigrammi, vi è sempre serbato quel rispetto per la vita privata degli uomini politici, e quei riguardi per le persone, che non sono uno dei minori pregi del nostro grande atleta parlamentare. In fine è innegabile che la lettura ne riesca piacevole assai, e produca effetti identici a quelli che si provavano dalla lettura degli articoli del Messaggiere, i quali se di rado persuadevano, lasciavano sempre i lettori convinti dello spirito e dell’ingegno di chi li scriveva.

Ma se, lasciata la forma, scendiamo all’esame del merito intrinseco dell’opera, siamo costretti a riconoscervi quella stessa frivolità di giudizio, quel costante difetto di larghe vedute filosofiche e politiche, che criticato abbiamo nelle prime parti della sua storia.

Abbiamo cercato attentamente in tutta l’opera qualche evento che non fosse ancora stato reso pubblico, e non ci venne fatto di rinvenirne che un solo, che ci affrettiamo di notare, non solo per la sua peregrinità, ma altresì perché è relativo al nostro autore.

Tutti ricordano le difficoltà che, circondarono i primi passi del Messaggiere, gli ostacoli ch’egli ebbe a superare per conquistare un posto stabile tra la stampa censurata e privilegiata dei tempi dell’assolutismo. Ma ciò che forse è da quasi tutto il mondo ignorato, si è che quel giornale deve la sua esistenza alla speciale benevolenza di Carlo Alberto pel suo estensore e pel diletto che quel principe provava alla lettura di esso.

Se ciò parrà strano a taluno, dovrà crederlo tuttavia, poiché è lo stesso avvocato Brofferio che lo assevera nel modo il più esplicito nel seguente passo:

«Egli (Carlo Alberto) vide con soddisfazione i primi articoli del Messaggiere perché il festivo epigramma gli andava a sangue, e perché stanco delle incessanti sollecitazioni de’ suoi letterati di corte, non mai satolli di pensioni e di nastri, godeva di scorgerli umiliati in disuguale conflitto. Come nella politica si collocava in mezzo a Villamarina e Della Margherita, si poneva, nella letteratura in mezzo, a Romani e Brofferio (pag. 87)».

In verità che alla lettura di questo passo siamo stati sul punto di ritrarre l’accusa per noi diretta all’autore del non avere narrate cose nuove; giacché niente poteva riuscirci più nuovo ed inaspettato che l’udire essere stato il Brofferio il Villamarina letterario di Carlo Alberto.

Se poco istruttiva, a nostro credere, è la parte narrativa dell’opera, non maggior frutto riputiamo doversi ricavare dalla parte critica. L’autore, restringendo i suoi elogi a pochi rivoluzionari più estremi, si mostra prodigo di censure e per gli uomini e per gli atti del regno di Carlo Alberto. A sentirlo non si sarebbe operato né dal Governo, né da’ privati cittadini alcuna cosa di bene in quel periodo di tempo; e se non fosse per la creazione del Messaggiere, ch’egli ripetutamente ci rappresenta come una semi-rivoluzione letteraria e politica, ei certamente dichiarerebbe essere rimasto il Piemonte assolutamente stazionario dal 1831 al 1847.

Non abbiamo campo di esaminare tutti i giudizi portati dal signor Brofferio onde distinguere quelli fondati sulla giustizia, da quelli dettati da spirito di parte. Certamente molti uomini tristi ed acciecati da funesti pregiudizi ebbero seggio nei consigli di Carlo Alberto; ma in essi ebbero parte altresì uomini onorandi, animati da rette intenzioni, e che non poco contribuirono a condurci gradatamente al passo delle riforme, il quale segna l’epoca della politica nostra rigenerazione.

L’abbracciare quindi tutti gli uomini politici di quell’epoca in una sentenza di comune reprobazione è ingiustizia che l’opinione pubblica certamente non sanzionerà.

Ma l’ingiustizia che ci ha maggiormente colpiti è quella di cui l’autore si rende colpevole rispetto a Carlo Alberto. Non negheremo che molte accuse contro a lui dirette sieno fondate; e che, pur troppo, vi sia molta verità negli amari rimproveri che gli scaglia contro. Ma ciò nullameno non doveva il signor Brofferio dimenticare che se Carlo Alberto commise numerosi errori, se la sua carriera non fu esente da colpe gravi, egli ha interamente cancellato dagli animi degli uomini generosi ogni ricordanza e di errori e di colpe colla magnanimità della sua condotta nell’ultimo periodo di sua vita e coll’eroismo della sua morte.

Scrivano quel che vogliono gli avversari dell’idea monarchica; vadano pure a rinvangare [sic] i segreti del passato per formulare avanti al tribunale dell’opinione pubblica un atto di accusa formidabile in odio, di Carlo Alberto; la sua memoria rimarrà ciò malgrado eternamente sacra per tutti gli animi veramente italiani, per tutti coloro i quali pongono in cima dei loro affetti la gran causa della indipendenza nazionale.

Come già notammo, il nostro autore non si dimostra più indulgente per le cose operate sotto il regno di Carlo Alberto che non sia per gli uomini. Non vi ha quasi atto che non sia per lui argomento di biasimo; ma ciò che rende più amara la critica sono i tentativi fatti per migliorare le condizioni morali delle classi men agiate, e promuovere il progresso economico del paese. Egli parla col più orgoglioso disprezzo delle sale d’asilo, delle scuole di metodo, delle casse di risparmio, delle carceri penitenziarie, dei ricoveri di mendicità, delle strade di ferro: ch’egli considera come progressi omeopatici, ed attribuisce ad alcuni ambiziosi propugnatori di eunuche dottrine, atte sole a sviare i popoli dal sentiero della libertà.

Nell’udire come Brofferio ragiona di queste istituzioni, è forza rimanere convinti ch’egli fu ad esse estraneo durante l’intera sua vita. Noi facciamo troppo caso della sua intelligenza, ed anche del suo cuore, per supporre che, ove egli avesse visitato un solo asilo, una sola scuola di metodo, od uno de’ nostri carceri penitenziari, ei ne parlasse come fa nella sua opera. Occupato in congiure e in studi letterari, costretto a dedicare l’intero suo tempo a presiedere circoli politici o a seguire la carriera legale, ei non ebbe mai campo di partecipare ai modesti lavori di quei benemeriti cittadini che da molti anni si affaticavano per rendere i figli del popolo più istruiti e più illuminati, e gli adulti più morali e più previdenti; che cercavano di sollevare i colpiti dalla miseria, e ricondurre al bene i caduti nel vizio.

Ciò non glielo imputiamo a colpa. Non si può ad un tempo essere ardente tribuno e zelante filantropo; aspirare al predominio nelle alte regioni della politica e della letteratura, e lavorare assiduamente nell’oscura sfera delle scuole, dei ricoveri, degli istituti tutti diretti al solo bene delle classi meno elevate. Ciascheduno adempia alla missione a cui si crede dalla Provvidenza chiamato. Rimanga pure il sig. Brofferio pubblicista e giurisperito, e si abbia le dovute lodi pel suo ingegno e la sua eloquenza; ma rispetti esso pure le opere non men utili, per essere men brillanti e men clamorose, di quei buoni che preparavano le nuove generazioni alle nuove condizioni di vita sociale e politica a cui i popoli son chiamati.

Lecito al sig. Brofferio di credere che il maggior benefizio del regno di Carlo Alberto abbia a riporsi nella pubblicazione del Messaggiere; noi e con noi, ne siam certi, la maggioranza dei piemontesi, riputeranno doversi considerare ben più potenti elementi di progresso quelle sale d’asilo, quelle scuole popolari, tutti quei benefici istituti che hanno contribuito a mirabilmente preparare i popoli subalpini all’èra di libertà in cui siamo entrati.

Se fra il disordine morale in cui si travaglia quasi intera l’Europa, se in mezzo alle agitazioni e le violenze che precipitano i popoli dal dispotismo all’anarchia, e dall’anarchia all’assolutismo, il Piemonte diede lo stupendo esempio delle pacifiche rivoluzioni, della libertà ordinata, dell’armonia del principato colla civiltà, ciò non è dovuto essenzialmente, consenta che glielo diciamo l’avv. Brofferio, agli insegnamenti del Messaggiere, ma bensì a quel buon senso, a quella rettitudine morale, innati nelle nostre popolazioni, e potentemente sviluppati dagli sforzi, dagli scritti, dalle opere di quei nostri concittadini, che regnante Carlo Alberto spinsero il Governo e la società nelle vie del progresso.

In un secondo articolo cercheremo di penetrare il concetto politico che informa la storia che abbiamo preso ad esaminare.


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