[Stampa e Parlamento]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 14 del 15 gennaio 1848

I casi di Genova sono felicemente terminati. I cittadini, ascoltando la voce delle autorità, ed animati da vero amor di patria e da sinceri sensi di franca liberalità, hanno cessato da qualunque dimostrazione che potesse dar luogo a male interpretazioni o far dubitare della lealtà dei loro sentimenti.

Quella grande ed energica città è tornata alla consueta sua operosità, sicché più non riman traccia, ne abbiam fede, di quella popolare agitazione, che diede per un istante il timore di veder menomata o turbata quell’armonia fra i popoli ed i governanti, che è prima condizione d’ogni progresso, necessità suprema dell’Italia.

Ma le questioni, che furono pretesto o causa a questi moti, non sono sciolte. Il Governo seppe attenuare quella che più assiduamente operava sulle menti popolari. Ma se tai benèfici provvedimenti bastarono per ora ad acquetare gli spiriti, non saranno per avventura sufficienti a sgomberare le dubbiezze nate in molte menti, ad appagare pienamente i voti ed i desideri manifestati.

Sin ora queste grandi e vitali questioni sono state discusse unicamente dalla stampa periodica. Questa non ha forza bastevole per rischiarare pienamente, senz’altro aiuto, l’opinione pubblica, per costituirla sovra solide basi, per mettere in armonia le decisioni del Governo ed i giudizi del paese. Armonia, che è la principale nostra forza per compiere l’opera riformatrice tra noi, per esercitare oltre i confini, in Italia ed in Europa, quella benefica e potente influenza, che è l’impulso più grande che spinge la nostra patria nella via, cui è meta l’indipendenza nazionale.

Noi pure, giornalisti, non pensiamo certamente a menomare l’importanza del ministero della stampa: sappiamo quant’altri la potenza dell’opera sua, riconosciamo pienamente l’altezza della missione che le è affidata e che dee compire.

La stampa, lo proclamiamo apertamente, è mezzo principale di civiltà e di progresso pei popoli; senz’essa, le società moderne, qualunque fossero i loro politici ordinamenti, rimarrebbero stazionarie, anzi indietreggierebbero.

Ma la stampa sola è mezzo incompleto, soventi volte fallace. L’opinione pubblica, avendo per unico reggitore il giornalismo, non camminerà a lungo nella retta via, sarà tratta spesso in errore, traviata da illusioni, spinta a pericolose esagerazioni. I sentimenti del pubblico, informati dallo spirito del giornalismo, si svolgeranno in modo nobile, generoso e grande; ma non mai in modo perfettamente logico, interamente libero dall’influenza delle passioni popolari.

In fatti, come mai la stampa sarebbe potente a formare sopra inconcusse basi l’opinione pubblica nelle grandi questioni politiche e sociali, essa che non può mai essere pienamente informata del vero stato delle cose? essa cui mancano sempre gran parte delle cognizioni e degli schiarimenti governativi, necessari alla compiuta ed esatta soluzione dei problemi ai quali è rivolta l’attenzione del pubblico?

Né vale il dire che il Governo può supplire a questo difetto di cognizioni per mezzo della stampa officiale. Giacché questa, quantunque meritamente rispettata, non può tuttavia ispirare mai quella compiuta simpatia necessaria per imporre le convinzioni. La sua dipendenza dal Governo toglie alcun che all’autorità della sua parola, e l’impedisce di produrre quel grande e libero effetto che solo può partorire la stampa indipendente.

L’intervento della stampa officiale nelle discussioni è giovevole, è utilissimo. Noi ne siamo convinti a segno tale, che le critiche, e diremmo quasi i rimproveri che la Gazzetta Piemontese ne indirizzava, pochi giorni sono, intorno alle cose di Sardegna, ci giungevano grati, come una prima testimonianza della sua adesione alla libera discussione. E se i suoi argomenti non hanno potuto compiutamente convincerne, nulladimeno abbiamo fatto plauso a questo primo passo nelle vie della vera pubblicità. Speriamo vedere quella gazzetta, la quale sinora camminava così prudente, seguire le vie di polemica animata in cui abbiamo avuto primi la sorte di farla entrare. Ma, il ripetiamo, l’opera del foglio officiale, qualunque sieno le speranze che trar si possono dai suoi primordi polemici, non basta a rendere completa l’opera della stampa indipendente, in quanto regolatrice dell’opinione pubblica. Per ciò è necessario un elemento più alto, più autorevole, più disinteressato, meglio informato. Le grandi questioni politiche e sociali, per essere chiaramente concepite, rettamente intese dallo spirito pubblico, vogliono essere argomento di discussioni delle grandi istituzioni dello Stato, fatte poi di pubblica ragione.

Le esagerazioni, gli errori, e, diciamolo pure, le ingiustizie stesse della stampa non possono essere combattute, rettificate, riparate, se non dalla voce potente degli uomini di Stato, degli uomini politici, che pongono in chiara luce i fatti ed ogni loro appartenenza.

Una tale verità è generalmente tenuta per incontrastabile in tutti i paesi adulti nella vita politica. In essi non vi è chi sostenga potere sola la stampa informare e dirigere l’opinione pubblica. Non si troverebbe, pensiamo, sia in Francia, sia in Inghilterra, ministro tanto ardito da assumere il governo del paese, a fronte di una stampa affatto libera, se non vi esistesse un mezzo, mercé il quale ei può, rivolgendo la parola al paese tutto intero, difendere gli atti suoi, giustificare la sua politica.

È cosa nota in tutti i paesi ordinati liberamente, che la potenza, l’autorità del Ministero scapita nell’intervallo delle sessioni parlamentarie, quando le Camere non sono radunate, quando le questioni pubbliche sono unicamente ventilate dalla stampa periodica.

Coloro che, essendo poco esperti dei vari sistemi politici, giudicano superficialmente dello stato interno della Francia e dell’Inghilterra, secondo le discussioni dei giornali, pensano che quei paesi sono di continuo in procinto d’essere travolti da crisi ministeriali, e ben sovente si lasciano travagliar la testa da timori di rivoluzioni che non hanno fondamento se non nelle loro menti, adombrate dalle declamazioni della stampa. Ma all’aprirsi delle Camere, dopo i primi pubblici dibattimenti, non di rado l’opinione pubblica viene illuminata, il Ministero si rassoda, le crisi si decidono, e le nubi che ingombravano l’orizzonte politico sono via via cacciate per la luce che balza fuori dalle solenni discussioni dei gran poteri dello Stato. Da noi certamente la stampa è ben lontana dall’esercitare una tale e tanta influenza. Ma, col favore dell’onesta libertà che le è concessa in ciò che riguarda la politica interna, è indubitato ch’ella esercita ed eserciterà un’influenza ognora crescente sulla pubblica opinione. Non dubitiamo della rettitudine delle sue intenzioni, della sincerità del suo patriottismo; conosciamo le doti singolari dell’ingegno e del cuore dei nostri confratelli antichi e nuovi. Nondimeno crediamo che né essi né noi possiamo soli costituire una sana ed in ogni parte illuminata opinione pubblica; non ci teniamo da tanto da fare da noi soli l’educazione politica dei nostri concittadini. A compierla è indispensabile che il pubblico conosca i dibattimenti delle grandi questioni politiche.

Roma è già dotata di questa prima cattedra di diritto pubblico. Dalla lettura degli atti della Consulta di Stato fatti pubblici dall’illuminata sapienza del Sommo Pontefice, scenderanno salutari ammaestramenti che illumineranno non solo gli Stati pontifici, ma l’Italia tutta. Aspettiamo con ansietà di poter conoscere gli eloquenti discorsi dei Minghetti, dei Recchi, e di altri valenti e generosi italiani, che primi si avventurano nella difficile, ma gloriosa carriera della pubblicità. Quand’anche lontane, quelle voci giungeranno sommamente gradite fra noi, e l’eco loro, ripetuto dall’Appennino alle Alpi, partorirà ottimi effetti.

Rimarrebbe dunque dimostrato che la larghezza attuale della stampa non basta al Piemonte, in cui, come agli Stati romani, è necessario, a voler sicuramente progredire nella vita pubblica, che l’opera della stampa sia illuminata, afforzata, dominata dalle discussioni dei gran poteri dello Stato. Ed è perciò che ripetiamo il voto già espresso nel nostro numero dell’otto gennaio, di potere fra non molto essere testimoni delle discussioni del Consiglio di Stato, bastantemente allargato per esercitare sull’opinione pubblica ed il sentimento del paese una benefica e potente influenza.

C. Cavour


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