[Provvedimenti finanziari urgenti] [1]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 169 del 14 luglio 1848

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Per provvedere alle urgenti necessità dello Stato, non che alle continue crescenti spese della guerra, il ministro delle Finanze poteva tenere due vie diverse, o fare un solo cospicuo imprestito all’estero, o cercare con vari mezzi di ricavare nell’interno da più sorgenti gli occorrenti fondi.

Il ministro si attenne alla seconda via, affermando alla Camera non essergli riuscito di trovare in altri paesi, e segnatamente in Inghilterra, capitalisti e banchieri disposti a consentire su eque basi al Governo un imprestito, qual lo richieggono i bisogni delle pubbliche finanze. Noi, senza voler contestare in modo assoluto l’asserzione ministeriale, non la crediamo bastantemente giustificata.

Infatti, non ci consta che siansi incaricati di negoziare un imprestito esperti uomini di finanze; e neppure che siensi eccitati seriamente i capitalisti inglesi a fare precise offerte, giacché, se ciò si fosse fatto, è impossibile che sulla piazza di Londra, ove il danaro abbonda da più mesi, non si fosse rinvenuta una compagnia finanziaria disposta a trattare con noi a certe condizioni più o meno favorevoli.

Se il ministro intende solo di dire che gli agenti diplomatici da lui incaricati di esplorare l’animo dei capi della finanza di Londra, dei grandi impresari d’imprestito, hanno incontrato in loro una somma circospezione e poca disposizione ad accostarsi alle proposizioni che erano state fatte prima della rivoluzione di febbraio, noi consentiremo con lui. Ma s’egli asserisce che il nostro Stato non avrebbe potuto, a nessun patto, trovare danari in Inghilterra, noi lo crederemmo caduto in grave errore.

Ma, comunque ciò sia, sinora non si è trattato l’imprestito, e quindi il Ministero ha creduto dover cercare nel paese stesso i mezzi di sopperire alle spese della guerra, ed ha eccitato ed eccita il Parlamento ad adottare le leggi ch’egli ha proposto per giungere all’indicato scopo.

La condizione della Camera sarebbe stata assai grave, se le fosse stato indispensabile il decidere immediatamente fra i due sistemi; giacché i bisogni delle finanze essendo urgenti, e l’imprestito richiedendo alcuni mesi prima di essere realizzato, essa non avrebbe avuto libertà di scelta, sarebbe stata costretta ad accettare le proposizioni ministeriali.

Per buona ventura, ve n’era fra queste una, la quarta, che poteva adottarsi senza pregiudicare la finale determinazione della Camera, e che provvedeva per qualche tempo ai bisogni delle Finanze.

Coll’accordare al ministro la facoltà di alienare lire 333.781,55 di rendite già esistenti, ma tuttora in proprietà delle Finanze, operazione che deve produrre oltre i sei milioni, la Camera ha provveduto a tutto il mese di agosto; essa ha quindi campo di esaminare con maturità e pacatezza qual sia da preferirsi, fra l’imprestito da farsi all’estero e l’adozione delle quattro rimanenti leggi ministeriali.

Ecco il punto che ci proponiamo di trattare con tutta l’attenzione, tutto lo studio che richiede una cosi importante questione.

Il ministro poteva ricavare i fondi straordinari, di cui abbisognava, o da nuove gravezze, o dall’imprestito. Scelse quest’ultimo mezzo, ma ne fece due distinte applicazioni: coi tre primi progetti volle costringere ad un imprestito forzato gl’impiegati, gli abitatori di locali che superano certi determinati valori locativi, e finalmente i proprietari di fondi lati: con i due ultimi progetti, 4 e 5, chiede un voto di confidenza per alienare certe rendite riscattate dalle Finanze, e contrattare un debito ipotecario di 12 milioni.

Cominceremo dall’esaminare i due progetti di imprestito, che meno si scostano dalle ordinarie misure di finanza. La Camera avendo adottato la proposta alienazione delle rendite riscattate dalle Finanze, facienti parte dell’imprestito del 1819, ed essendo stata a ciò stretta da assoluta necessità, noi non ci fermeremo lungamente a dimostrare quali sieno i difetti gravi di questa operazione finanziaria. Solo osserveremo che sarebbe stato assai miglior consiglio il creare nuove rendite, che l’alienarne di quelle che appartengono ad un prestito già dotato di un fondo d’estinzione, che supera il 6 per cento, come è quello del 1819.

Egli è evidente che un fondo d’estinzione cosi cospicuo, operando costantemente, anche quando la rendita supera il pari, tende ad aumentare anormalmente il corso delle rendite, ed a costringere quindi il Governo a riscattarle a prezzi eccessivi. Pochi anni sono, quando il fondo d’estinzione era minore d’assai, il 1819 giunse a 128, ed è probabile che, ristabilita la pace, sotto l’impulso di un’accresciuta ammortizzazione, salga più oltre ancora.

E ciò accadendo, in meno di 10 anni le Finanze dovranno pagare quelle stesse rendite che ora stanno per alienare, a prezzi assai maggiori di quelli che loro verrà fatto di ottenere.

Ma, lasciando una inutile discussione, esaminiamo il proposto imprestito ipotecario al 6 per 100.

Il pensiero di consentire per quest’imprestito una ipoteca sui beni dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, ed in supplemento sui beni demaniali, può appoggiarsi a considerazioni politiche ed a considerazioni finanziarie. Dal lato politico può dirsi un primo passo verso l’alienazione dei beni posseduti dalle mani morte; alienazione richiesta dall’opinione pubblica, conforme ai più sani dettati della pubblica economia. Può dirsi un mezzo di giungere gradatamente ad effettuare una gran riforma, che, operata repentinamente, spaventerebbe certi animi timidi come un atto che saprebbe di rivoluzionario.

Senza negare l’abilità di un simile modo di procedere, non possiamo però commendarlo. Nei liberi governi la franchezza, la lealtà sono la miglior politica; le finte mosse, le vie tortuose, anche dirette a lodevole scopo, sono mezzi da sfuggirsi; adattati ai reggimenti assoluti, non possono, in un sistema di pubblicità e di continua discussione, se non produrre pessimi effetti.

Se il Governo reputa utile, necessaria l’alienazione dei beni degli ordini cavallereschi, istituzione in disarmonia coi tempi, abbia esso il coraggio morale di proclamarlo, schiettamente, e chieggia al Parlamento i poteri necessari per mandare ad effetto questa riforma politico-economica. Ma non si mostri geloso di voler conservare quegli ordini quando promuovere l’ipoteca dei loro beni per potere quindi avere un fondato pretesto per ordinarne la vendita.

Crediamo adunque che il Ministro avrebbe fatto prova d’assai maggior senno politico, di retto criterio economico, se avesse presentata una legge che gli desse facoltà di vendere i beni dell’Ordine Mauriziano, qualora si presentassero occasioni favorevoli per farlo.

Certamente non si sarebbero potuti porre in vendita tutti i cospicui tenimenti dell’Ordine, senza correre il rischio di doverli cedere ad un valore molto minore di quello ch’essi hanno realmente; ma fra questi alcuni di minor estensione avrebbero trovato acquisitori a non troppo onerose condizioni, ed il Tesoro ne avrebbe ricavato un aiuto di alcuni milioni.

Questo modo di procedere più leale più franco avrebbe soddisfatto maggiormente l’opinione pubblica, e sarebbe stato al tempo istesso più conforme ai sani precetti dell’economia sociale; non riputiamo quindi il progetto ministeriale da approvarsi dal lato della politica.

Vediamo almeno se la consentita ipoteca possa procurare al Governo un utile pecuniario.

Se fosse sperabile vedere l’intero prestito coperto da quella classe di circospetti e paurosi capitalisti, che non conoscono altro impiego del denaro se non i mutui ipotecari, faremmo plauso all’idea del ministro delle Finanze, e non dubiteremmo di asserire che il pegno reale da lui consentito renderebbe più facile la negoziazione delle cedole dello Stato. Ma se, al contrario. Come è assai più probabile, fosse necessità il ricorrere all’estero per procurarsi i dodici milioni che si richieggono dal prestito, se il Ministero non potesse esimersi dal trattare con banchieri e capitalisti usi al traffico dei fondi pubblici, allora l’ipotesi tornerebbe, non che utile , dannosa al paese.

Infatti i capitalisti, che conoscono le condizioni finanziarie degli Stati sardi, debbono avere un’intera fiducia nei mezzi ch’essi posseggono di pagare i loro debiti. Quindi non possono ritrarsi dal prestare al nostro Governo i loro fondi per solo timore che le nostre finanze vengano ad essere nell’impossibilità di soddisfare agli impegni. Il solo vero pericolo, ch’essi possono paventare, sarebbe una rivoluzione sociale, che sconvolgesse lo Stato. Ma i capitalisti oculati sanno che, quando simile catastrofe accadesse, le garanzie reali non sarebbero meglio rispettate delle garanzie politiche. Contro un cataclisma rivoluzionario l’ipoteca è un debole preservativo. I troppo famosi assignati erano stati dall’Assemblea costituente ipotecati sui beni nazionali; eppure a che giovò quest’ipoteca contro i decreti della Convenzione? I miseri creditori del Governo spagnuolo hanno le ampie ipoteche; eppure che cosa valgono i loro titoli a fronte di quelli dei creditori dell’Inghilterra, i quali riposano solo sulla fede pubblica? Lo ripeto, una garanzia ipotecaria data da un Governo non ha valore alcuno presso gli accorti fautori d’imprestiti.

In vece, questa guarenzia produrrebbe un pessimo effetto sull’animo dei meno oculati capitalisti, che male conoscono la, condizione del nostro Stato. Questi, giudicando superficialmente, riputeranno essere il Governo a mal partito dal punto ch’esso consente a condizioni, dalle quali rifuggono i paesi che godono di un buon credito. Crederanno che si trovi in difficoltà analoghe a quelle che travagliano le repubbliche dell’America spagnuola, ed i regni della penisola iberica, Stati che dopo avere più volte violata la data fede, cercano ottenere qualche credito, col consentire a dare ogni specie di pegni. Epperciò si asterranno dal partecipare ad un imprestito, che desta in loro gravi sospetti e timori.

La verità di questa nostra osservazione non sarà contestata da alcuno, che abbia studiata l’indole di quella folla di capitalisti, che trovansi in maggiorità sulle prime piazze d’Europa e costituiscono in certo modo l’esercito capitanato dai gran capi della banca. Quindi crediamo potere conchiudere, essere il prestito ipotecario ideato dal Ministero biasimevole del pari e dal lato politico e dal lato economico.

Esamineremo domani, se meglio fondata sia la proposta ragione del sei per cento.

C. Cavour


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