[Provvedimenti finanziari urgenti] [4]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 173 del 19 luglio 1848

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I progetti di prestiti forzati, oltre al peccare per ineguale ed ingiusto riparto, come già venne da noi bastantemente provato, portano seco il gravissimo difetto di imporre ai contribuenti un sacrificio che supera di molto l’utile ch’essi debbono procacciare all’erario.

Le Finanze, infatti, ottenendo da questi un prestito senza interessi, risparmiano il 5 o 6 per cento, ch’essi, trattando con i capitalisti, dovrebbero loro corrispondere. Vediamo quali saranno le conseguenze pel pubblico di questo modo di ottenere fondi.

Un gran numero di proprietari, massime nelle provincie vitifere, per poter pagare all’esattore la proposta sopratassa del 50 per cento, saranno costretti od a vendite premature delle loro derrate, a condizioni onerosissime, od a rivolgersi agli usurai, di cui pur troppo il paese abbonda.

Chi conosce esattamente lo stato di varie provincie e massime del Monferrato, delle Langhe, e di varie altre parti, non potrà negare che nelle attuali circostanze, stante il mal esito del raccolto dei bozzoli, stante l’avvilimento del valore dei vini, pochi possidenti di esse possono disporre dei fondi necessari a soddisfare a questa straordinaria gravezza. Dovranno quindi, per acquistare il titolo di creditori dello Stato, contrarre un debito, e Dio sa a che condizioni.

Giacché, se non possiamo consentire coll’onorevole deputato di Casale nel dire che tutti i banchieri hanno il cuore di metallo, noi siamo certi di non essere smentiti né da lui, né da alcun deputato che abiti la provincia, asserendo che gli usurai, i quali sovvengono di danari i piccoli possidenti, hanno il cuore di macigno.

Quindi il contribuente, costretto a rivolgersi ad essi, pagherà loro non solo un interesse del 5 o del 6 per cento, come farebbe il Governo, ma dell’8, del l0 e persino del 20 per centinaio.

Così, mentre lo Stato ripugna a trattare con ricchi ed onorati banchieri, costringe i contribuenti a gettarsi in preda agli insaziabili e spietati usurai della più perversa specie.

Ma dirassi che a questo inconveniente si provvederà coll’esimere dall’obbligo dell’imprestito i piccoli possidenti. Sia pure: noi applaudiremo ad un emendamento a questo scopo diretto; quantunque esso debba necessariamente, stante l’estrema divisione della proprietà, ridurre di molto la somma che il progetto primitivo doveva procurare al Governo. Ma non si creda perciò di avere tolto via i difetti economici della legge, giacché essi si fanno del pari sentire nelle sue applicazioni ai grossi proprietari.

Questi, vogliamo sperarlo, potranno esimersi dalla necessità di contrar dei debiti, od almeno dal contrarli a troppo duri patti; ma allora saranno costretti a pagare l’esattore con fondi destinati alla spesa per la coltivazione delle loro terre, giacché ben pochi proprietari, da noi, hanno in serbo capitali disponibili. Quindi l’agricoltura nostra verrà a soffrire un grave pregiudizio. Diminuendo le spese, si diminuiscono molto più i prodotti; e per dovere astenersi dal por mano ad utili operazioni agricole, si vengono a patire gravissimi danni.

Tutti gli agricoltori pratici confermeranno: noi avvaloreremo la nostra asserzione citando fatti, ai quali non siamo estranei.

Gli agricoltori diligenti impiegano ogni anno somme di riguardo nell’acquisto de’ concimi artificiali, in spianamenti di terreni e simili spese di perfezionata coltivazione. Noi, per esempio, facciamo da più anni cospicue incette di guano. Se l’imprestito ci toglie i fondi destinati a quest’uopo, ci asterremo dai soliti miglioramenti, dalle spese non indispensabili, tenendoci a metodi di coltivazione più ristretti; e certamente la diminuzione nei prodotti dell’anno venturo farà palese ad ognuno una perdita maggiore dell’interesse legale dei nostri non volontari risparmi.

E tali conseguenze del prestito forzato sono inevitabili, perché gli agiati possidenti, anziché gravare i loro beni di una ipoteca, preferiranno sottoporsi alle funeste conseguenze delle economie indicate nelle spese di coltivazione. Sicché in ultimo la loro perdita non sarà minore di quella che toccherà ai meno ricchi.

Ad onta delle tante obbiezioni da noi poste in campo, non ci reggerebbe l’animo di negare al Ministero i richiestici prestiti forzati, se pur con questi egli potesse sovvenire alle necessità della guerra; se non fosse costretto, per lungo tempo, di ricorrere al credito. Ma è troppo evidente, che le proposte leggi sono mezzi inefficaci, atti tutto al più a sopperire alle spese di quattro o cinque mesi; è evidente che, dove fossero senza restrizione sanzionate dal Parlamento, sarebbe forza il ricorrere, prima della fine dell’anno, od a nuove gravezze, od a nuovi prestiti.

Ma fatta così quest’adozione del sistema ministeriale, come sarà egli possibile il fare un nuovo appello ai contribuenti? Altro scampo non vi sarà allora che negoziare un prestito sulle piazze estere. Se non che i mali effetti di questo sistema si faranno allora crudelmente sentire; giacché l’avere adoperati i mezzi estremi dei prestiti forzati, dei prestiti ipotecari, renderà più diffidenti, più tenaci, meno arrendevoli i capitalisti coi quali si avrà da trattare. Il credito si fonda sulla fiducia; e quando uno Stato ha esausto i mezzi più estremi, pochissima ne ispira. Noi siamo convinti che ci sarebbe più facile trovare 100 milioni ora, che non siamo ancora usciti dalle vie ordinarie, che non 50 quando tutta l’Europa saprà che, per sovvenire alle spese del primo anno di guerra, fummo ridotti a metter mano ai rimedi soliti delle condizioni disperate.

Consideri adunque il Ministero, considerino le Camere prima di adottare le proposte leggi. Ne pesino le conseguenze sull’economia interna, gli effetti sul credito futuro del paese; e noi portiamo fiducia che si tratterranno dal sanzionare un sistema che contraddice all’esperienza della storia finanziaria delle più esperte nazioni, alle massime più universalmente riconosciute dalla scienza economica.

C. Cavour


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