[Provvedimenti finanziari urgenti] [3]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 172 del 18 luglio 1848

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I tre primi progetti di legge di finanza hanno per iscopo di costringere a prestiti forzati gli impiegati, i proprietari di latifondi, e tutti coloro che occupano appartamenti di un dato valore locativo. Il pensiero che gli ha dettati, ci pare il parto più infelice della mente ministeriale: non già perché sia da biasimarsi il voler imporre, negli attuali casi straordinari, sopra ogni classe di contribuenti, straordinarie gravezze; la guerra, lo sappiamo, richiede ingenti sacrifizi non solo d’uomini, ma altresì di danaro, ed a questi siamo apparecchiati. Però noi riputiamo essere il modo col quale questi sacrifizi vengono dai progetti ministeriali imposti e ripartiti, direttamente contrari ai principi della giustizia ed a quelli della pubblica economia.

Non avremmo obbiezione alcuna contro una contribuzione di guerra, che colpisse egualmente tutti i contribuenti. Se, per esempio, il ministro avesse proposto l’aggiunta temporaria di un decimo o di un quinto su tutte le gravezze dirette ed indirette, avremmo fatto plauso alla sua proposizione. Ma crediamo dover combattere sia l’idea di ricorrere al mezzo violento dei prestiti forzati, sia ancora il modo che si vorrebbe seguire nel far concorrere a questi varie categorie di cittadini.

Cercheremo dunque di dimostrare che il sistema del Ministero pecca per ingiusto e vizioso riparto, e che quindi è da rigettarsi, perché senza sovvenire efficacemente ai bisogni dello Stato, impone al paese sacrifizi assai maggiori dell’ammontare delle risorse che per esso si creano alle finanze.

Non entreremo nei particolari della legge sullo stipendio degli impiegati (classe infelice, che i nostri deputati non vedono guari di buon occhio), riservandoci di esaminarli appositamente, se mai la Camera prende a discutere gli articoli di essa. Ora restringeremci a fare una sola osservazione. Il maggior numero degli impiegati costretti a dimorare nelle città principali, e segnatamente a Genova ed a Torino, sarà colpito non solo dalla ritenzione sugli stipendi, ma altresì dal prestito sui valori locativi. Cosicché essi, costretti già a consacrare una parte notevole dei tenui loro stipendi a procacciarsi un decente alloggio, dovranno ancora sottostare a doppia e gravosa tassa. Quindi può dirsi che gli impiegati sono, fra tutti i cittadini, quelli che il progetto ministeriale più malmena. Ciò non è giusto, e meno ancora politico. In questi tempi di riordinazione amministrativa e governativa, in cui la missione del Governo è sì grave, il malcontentare gli agenti di cui esso deve necessariamente disporre è un immenso errore, da cui la Camera, lo speriamo, saprà astenersi.

Il solo mezzo di fare efficacemente cooperare gli impiegati alla suprema necessità dello Stato non è già lo strappar loro, un povero sussidio di L. 400.000, ma il richiedere da essi una insolita attività, una straordinaria assiduità al lavoro: cose indispensabili nelle attuali contingenze, onde gli ordini interni e le cose della guerra sieno dirette e governate con quel vigore, con quell’energia, che soli possono salvare la patria dalle catastrofi che le sovrastano.

Procediamo all’esame del prestito sui valori locativi. Se questo fosse imposto ai proprietari delle case, potrebbe venir criticato come soverchiamente gravoso per una speciale categoria di possidenti; ma non gli si potrebbe rinfacciare un ineguale riparto fra le varie provincie o città dello Stato. In questo caso, tutti coloro i di cui fondi sono impiegati in fabbriche, sarebbero chiamati a concorrere per sovvenire ai bisogni dello Stato in una data ed uniforme proporzione dell’ammontare dei loro capitali. Il sacrosanto principio dell’eguale trattamento dei contribuenti sarebbe allora rispettato.

Ma il prestito essendo stato posto a carico dei conduttori, questo principio è apertamente violato. Infatti il sistema ministeriale riposa sull’idea di far contribuire ciaschedun individuo in proporzione dei suoi averi dedotti dal valore locativo dell’alloggio occupato. Egli è su questa base ch’esso stabilisce l’imposta progressiva dal cinque sino al venti per cento.

Ma onde questo sistema non tornasse ineguale ed ingiusto nella pratica, converrebbe che i valori locativi nelle varie città fossero a un di presso eguali. Altrimenti quelli che abitano località in cui gli affitti sono più cari, si trovano soverchiamente gravati.

Per rimediare a quest’ineguaglianza, il progetto ha procurato di determinare la scala, che regolar deve la ragione progressiva dei prestiti, non solo sull’ammontare degli effetti, ma altresì sulla popolazione dei comuni, nei quali sono situati i locali variamente tassati.

Queste varie scale progressive diminuiscono, è vero, gli indicati inconvenienti, ma sono ben lungi dal farli sparire. Per dimostrarlo, basta esaminare, anche superficialmente, la tabella che fa parte dell’articolo terzo del progetto ministeriale, e confrontare le scale progressive applicate a due comuni di diversa popolazione, quelle di Torino e di Genova a cagion d’esempio.

Risulta da questo paragone che in queste due città i locali del valore da 200 a 400 lire, da 500 a 800, da 1000 a 1200, e tutti quelli che superano le lire 1500, sono egualmente tassati. Ora è cosa notoria che la ragion degli affitti è di un terzo minore in Genova che non in Torino. Quindi ne consegue che ritenendo, come fa la legge, l’importanza dell’alloggio occupato come termometro della ricchezza, la contribuzione imposta ai torinesi sarà di un terzo maggiore di quella a cui sottostare dovranno i genovesi. Cioè colui che è supposto godere di un’entrata di 20.000 lire in Torino, pagherà altrettanto quanto quegli che in Genova gode di 30.000 lire annue.

L’ineguaglianza è più notevole ancora per ciò che riflette il prestito stabilito sui valori dei locali, destinati ad usi industriali, commerciali e bancari. Lo stesso numero di camere e di sale sarà tassato un terzo di più a Torino che a Genova; e certo nessuno potrà sostenere che i traffichi ed i negozi dei nostri magazzini e delle nostre botteghe superino di un terzo quelli che in analoghi locali si fanno nella città sorella.

Una tale violazione dei principi dell’equità è certamente sfuggita all’occhio sagace del ministro Revel, la cui rettitudine ci è nota. Se esso persiste nel suo progetto di prestiti forzati, noi non dubitiamo della riparazione: ciò che gli sarà facile collo stabilire per base generale una sola scala progressiva, quella cioè applicabile alla città di Torino, ove gli affitti sono più elevati, e determinando quindi per le altre città, salvo per ciò che riflette i locali di un valore inferiore al minimum della scala adottata, un aumento costante di un tanto per cento sulle quotità indicate in quella scala.

Così si fisserebbe che per Genova i locali che superano il valore locativo di lire 200, sarebbero sottoposti dal 2 al 3 per cento di più che non quei di Torino; quelli delle città di 20.000 anime dal 3 al 4, e così via via.

In questo modo si farebbe almeno sparire il rimprovero d’ingiustizia e d’ineguaglianza, che tutti, ed i torinesi in ispecie, hanno ragione di dirigere al progetto ministeriale.

L’aumento del 50 per cento sulla contribuzione prediale è assai più ingiusto della gravezza sui valori locativi. Tutti sanno quanto questa contribuzione sia inegualmente ripartita, e come in alcune provincie si paghi al fisco dai proprietari l’ottavo, il settimo, e persino il sesto della rendita netta delle terre, mentre in altre più favorite non si paga se non il duodecimo, il quindicesimo, e talvolta molto meno. Quest’ineguaglianza esiste specialmente a danno delle provincie del Piemonte, sulle quali gravitano i 5/6 dell’intera contribuzione.

Non si creda che questo ineguale riparto sia in giusta ragione del maggior prodotto delle nostre terre, giacché è cosa incontrastabile che latifondi di eguale valore capitale, e producenti pari reddito, pagano in Liguria assai meno che in Piemonte.

Un possesso da noi del valore di lire 100.000 sarà sottoposto da 300 a 500 lire di regio tributo. Al di là degli Appennini uno stabile di non minore importanza pagherà solo da 100 a 150, lire, e vi sono tali località ove sì fatta anomalia è più notevole ancora.

A conferma di questa nostra asserzione invochiamo la testimonianza di molti genovesi, fra i quali parecchi deputati che posteggino vistosi tenenti da un lato e dell’altro degli Appennini; essi certamente riconosceranno, quanto noi, l’ingiustizia dell’attuale riparto della contribuzione prediale.

Questa, d’altronde, risulta chiaramente dai documenti ufficiali.

Si desumono da essi i seguenti dati statistici:


PopolazioneTributo regioTributo ripartito per capi
L’Intendenza generale di Torino584.7111.798.0003,08
Provincia di Vercelli114.107413.0004,15
Provincia di Lomellina113.000671.0005,00
L’Intendenza generale di Genova509.295482.0000,94
Provincia di Genova266.000235.0000,85

Così gli abitanti del circondario di Torino pagano 3 volte e ½, quei della provincia di Vercelli 4 volte, e quei della Lomellina 5 volte di più che gli abitanti della provincia di Genova.

Osserveremo che non si può dire non esistervi in quella provincia stabili di gran valore; giacché non dubitiamo di asserire che i fabbricati di quel grande emporio commerciale di Genova superano il valore totale degli stabili delle mentovate provincie. Eppure Genova paga il dieci per cento meno delle provincie relativamente povere di Chiavari e di Levante.

Ma se ciò non bastasse a convincere i più ostinati del favore di cui godono i liguri, aggiungeremo che la provincia di Nizza con 112.000 abitanti paga lire 209.000, cioè 1,87 a testa; ossia due volte più degli abitanti della provincia di Genova.

Ora non vi sarà certo nessuno che osi sostenere che gli alpestri abitanti delle valli del Varo e del Maione sieno più ricchi degli abitanti dei palazzi di Genova e delle popolose valli del Bisagno e della Polcevera.

L’indicata estrema disuguaglianza nel regio tributo proviene dacché nel Piemonte e nella contea di Nizza, esso venne stabilito dietro un antico catasto bastantemente esatto pei tempi in cui venne eseguito, ed i lavori fatti nel tempo dell’occupazione francese, mentre nella Liguria esso riposa sopra un catasto parziale assai favorevole ai contribuenti, e specialmente ai proprietari delle case della città di Genova.

I piemontesi sopportano pazientemente questo ingiusto riparto dei pubblici pesi, perché essi sanno non potersi emendare se non mercé la confezione di un nuovo catasto, operazione lunga, delicata, che richiede tempi pacifici.

Ma la loro provata pazienza non reggerebbe, crediamo, all’idea di vedere la sin qui sofferta ingiustizia fatta base di un nuovo ineguale riparto a loro danno, dei sacrifizi che il paese è chiamato a sopportare per sovvenire ai bisogni del pubblico erario.

Siamo persuasi d’altronde che gli stessi deputati della Liguria e della città di Genova non consentirebbero a sanzionare un atto cotanto ingiusto pei loro concittadini del Piemonte. Consentanei nelle calde e patriottiche parole cui non cessano di ripetere alla Camera, essi vorranno certamente che i loro committenti non contribuiscano meno, in proporzione dei propri mezzi, dei piemontesi più ritenuti nelle loro proteste, e più cauti nelle loro dimostrazioni.

Abbiamo già dimostrato soverchiamente il modo ineguale col quale le proposte gravezze sono ripartite fra le varie provincie dello Stato. Ci bastava, per compiere la prima parte del nostro esame, l’aggiungere che la medesima o maggior parzialità ne risulta per varie classi di contribuenti, giacché, mentre s’impongono gravissimi sacrifizi agli impiegati ed ai proprietari di latifondi, si lasciano illesi i capitalisti ed i commercianti. Sarebbe egli forse perché queste due classi s’incontrano più numerose e più ricche nella città di Genova? Speriamo che gli autori del progetto si compiaceranno a sciogliere i dubbi che questa interrogazione, la quale si affaccia alla mente di tutti, ha destato nel pubblico.

C. Cavour


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