[Provvedimenti finanziari urgenti] [2]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 170 del 15 luglio 1848

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Avendo già discusso il merito della garanzia ipotecaria, stabilita a favore del prestito, che costituisce il quinto de’ progetti finanziari del Ministero, ci rimane ad esaminare se sia conveniente il negoziarlo sulla base degl’interessi al 6 per cento.

Crediamo che il ministro, nel proporre alla Camera di consentire ad una ragione d’interessi cotanto elevati, fosse mosso da un’invincibile avversione per un prestito al di sotto del pari. Non potendo lusingarsi di emettere del 5 per cento al valore nominale, egli credé preferibile il creare un fondo fruttante il 6 per cento, acconsentendo ad un prestito che non farebbe entrare nelle casse pubbliche una somma eguale a quella di cui lo Stato dovrebbe riconoscersi debitore, come se una tale concessione fosse in certo modo contraria al decoro delle nostre finanze.

Senza voler biasimare severamente quest’antipatia del ministro, che onorerebbe l’uomo, quando anche facesse torto al finanziere, vediamo qual sia il merito intrinseco del proposto sistema. Ripeteremo ciò che abbiamo già enunziato, parlando della garanzia ipotecaria. Se i dodici milioni, che il ministro spera dal prestito, potessero ottenersi dai capitalisti, che rimangono per lo più estranei ai fondi pubblici, l’offerire loro cartelle fruttanti una ragione d’interesse elevata, e quand’anche queste non lascino speranza di beneficio sul valore capitale, sarebbe forse il miglior metodo da praticarsi, perché il più accetto a quella tranquilla classe di persone.

Ma se è forza aver ricorso a ricchi capitalisti, od a banchieri, soliti a trattare pubblici prestiti, un fondo al pari sarà il più difficile a negoziare, massimamente se viene stipulato (come ragion vuole) che il rimborso ne verrà effettuato senza premio di sorta.

I banchieri, che trattano pubblici prestiti, sono veri negozianti di rendite, il cui commercio consiste in comprarle all’ingrosso dai Governi per rivenderle al minuto ai loro clienti. Le più ricche case d’Europa, non esclusi i Rothschild, i Baring e gli Hope, non cercano nei prestiti un semplice impiego pei loro fondi, ma bensì di fare un’operazione finanziaria che procuri loro un qualche benefizio.

Ora, i fondi al di sotto del pari sono dai banchieri considerati come assai più favorevoli allo scopo ch’essi si propongono; epperciò, relativamente, essi sono disposti a contentarsi di condizioni meno onerose allo Stato, purché loro si concedano delle rendite ad un prezzo minore del loro valore nominale.

Per mala sorte, queste operazioni bancarie, che non hanno in sé nulla d’illegittimo, hanno destato lo sdegno di molte degnissime persone, più distinte per generosità di sentire, che non per cognizioni economiche. Queste persone bandirono loro la croce addosso, stigmatizzandole col nome d’agiotaggio. Le loro declamazioni, svolte in opere non prive di merito, ed in molti scritti periodici, e ripetute a sazietà nel pubblico, hanno avuto per effetto di suscitare un tal sfavorevole pregiudizio contro le speculazioni di finanze, che non ci stupiremmo se, più per timore di un’erronea opinione, che non per convinzione sua propria, l’illuminato ministro Revel si fosse lasciato, indurre a commettere l’errore che gli rimproveriamo.

Il più semplice ragionamento però dimostra evidentemente, che il commercio dei banchieri non è né più né meno legittimo di tutti gli altri commerci: di quello, per esempio, dei ricchi negozianti genovesi, che comprano vari carichi di zuccaro od altre derrate coloniali, per rivenderle poi in quantità diverse ai negozianti minori.

Le operazioni bancarie diedero luogo soventi volte a colpevoli mene, a biasimevoli intrighi. Ma gli altri commerci vanno fors’essi esenti da simili rimproveri? Se si tentò più volte di agire con mezzi fittizi sul prezzo delle rendite, non si fece forse altrettanto per ciò che riflette le derrate di maggior commercio? Certo, non vi sarà un solo negoziante d’oli, di spiriti di vino, di coloniali o di cereali, che possa rispondere negativamente a questa domanda.

Si lascino adunque le declamazioni, e se la necessità ci costringe a valerci dell’opera dei banchieri, procuriamo d’intenderci con loro, onde effettuare il prestito in modo che sia di maggior reciproco vantaggio. Ora, questi insistono onde si crei un fondo al di sotto del pari; ed in contraccambio di questa concessione, essi sono d’ordinario disposti a consentire migliori condizioni allo Stato. Perché dunque, pel solo timore di veder i banchieri conseguire un maggiore beneficio, si tralascerà di valersi di un mezzo che scema l’ammontare dei pubblici sacrifizi?

Crediamo poter asserire che sarebbe più facile il negoziare con una compagnia finanziaria delle rendite al 5 per cento al prezzo di 90, che un prestito al pari, fruttante il 6 per cento; e ciò specialmente se l’estinzione deve operarsi, come il propone il ministro, in pochi anni al valore nominale. Ora paragoniamo i risultati pecuniari dei due sistemi.

Il 5 per cento a 90 costituisce la ragione dell’interesse a 5,55: questo fondo quindi presenterebbe sull’imprestito al 6 per cento un’economia di 0,45 all’anno. Egli è vero che a questo vantaggio si può contrapporre l’aver accresciuto il valore nominale del debito del 10 per cento.

Supponendo ora che il prestito sia estinguibile in quaranta anni, nella prima ipotesi l’economia sugli annui interessi sarà di 0,45, e cosi per 40 anni del 18 per cento. È vero però che se, in seguito al progresso del credito tutte le rendite si avessero a riscattarsi al pari, il fondo d’estinzione totale richiederebbe un sacrifizio maggiore del 10 per cento. Dunque, si guadagnerà sugl’interessi per cento 18, e si perderà sul capitale 10.

Benefizio in favore delle rendite 5% a 90 = 8. S’aggiunga che il vantaggio che si conseguisce da men gravi interessi, si fa sentire immediatamente, mentre la maggior somma a pagarsi per il capitale non viene sborsata che dopo molti anni, onde si raggiunge assai meglio lo scopo del prestito, il quale si è di ripartire sopra una lunga serie d’anni que’ sacrifizi che sono troppo gravi per essere sopportati al presente.

Oltre alla perdita reale che risulta dalla creazione del nuovo fondo al 6 per cento, si aggiunga che questa deve necessariamente nuocere nella pubblica opinione alle altre rendite al 5 per cento.

Se, mercé le sapienti combinazioni del ministro, il 6 per cento non può superare di molto il pari, gli altri fondi che fruttano solo il 5 potranno difficilmente raggiungere quella meta. Quindi ne conseguono un arenamento nel credito pubblico e maggiori difficoltà per effettuare i nuovi prestiti, resi inevitabili dalla necessità dei tempi.

Riassumendo le troppo tecniche nostre osservazioni, termineremo col dire, che, salvo il caso in cui il ministro abbia la certezza che la riunione di piccoli capitalisti, usi ai prestiti ipotecari, possa somministrargli i 12 milioni, ch’egli vuol chiedere in credito, il creare una rendita al 6 per cento con ipoteca sarebbe un gravissimo errore economico e finanziario.

C. Cavour


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