[Prestiti e commercio. L’industria serica] [3]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 152 del 24 giugno 1848

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Le nostre previsioni sul prezzo dei bozzoli si sono pur troppo verificate. Nessuna istituzione di credito essendo stata fondata per venire in aiuto del commercio serico; nessuna associazione essendosi costituita sia fra i soli proprietari, sia fra i proprietari ed i filanti; ed i bozzoli giungendo sui mercati come negli anni scorsi, scapitarono e scapitano ogni giorno di prezzo. Dopo d’essersi venduti a 16 e 18 lire il rubbo, scaddero successivamente a 14, a 12 ed in alcuni luoghi persino a 10 lire e al dissotto ancora.

Un tanto avvilimento di un prodotto che è a ragione annoverato fra le sorgenti più feconde delle ricchezze del paese, e che forma la principale risorsa di gran parte delle popolazioni agricole, è una vera calamità pubblica. Quando i cereali scemano di prezzo, se i proprietari soffrono una perdita, tutte le altre classi della società, non esclusi gli operai agricoli, ritraggono non lieve utile dal potersi procacciare a minor costo le derrate di prima necessità.

All’opposto, l’avvilimento del prezzo dei bozzoli, dannoso a tutti gli agricoltori, ai poveri relativamente assai più che non ai ricchi, non ritorna a beneficio che dei filanti del paese, dei fabbricanti e dei consumatori, stranieri pel maggiore numero gli uni e gli altri, ed estranei affatto alla classe più numerosa e meno agiata.

Mai non si è fatto nulla per impedire questo avvilimento, e quindi il prezzo dei bozzoli cadde molto al dissotto del prezzo della seta.

Nell’Economist giunto quest’oggi, vediamo che le sete d’Italia si vendevano la settimana scorsa a Londra da 15 a 18 scellini la libbra inglese, prezzi che corrispondono pei bozzoli al corso dai 18 alle 20 lire il rubbo.

La vendita sui nostri mercati operandosi in media a lire 10 e 20 per cento al dissotto di questo limite, l’agricoltura soffre una perdita gravissima, che sarebbe stato facile scansare.

Ora il male è senza rimedio; qualunque mezzo si potesse proporre per rimediare al difetto di numerario che ne è la vera causa, esso non giungerebbe più in tempo per influire sul raccolto di quest’anno, già assai innoltrato. É forza perciò rassegnarsi ad una calamità, che si può in parte attribuire alla noncuranza della Società agraria, all’inerzia dei proprietari, e pur anche all’imperizia economica del Ministero e delle Camere.

Possa almeno il paese trarre dalla crisi attuale utili ammaestramenti, e costringere nell’avvenire il Governo e le future assemblee deliberanti ad occuparsi un po’ meno di vane discussioni, prive d’ogni pratica applicazione, e molto più degli interessi vitali della nazione, di quelli cioè dell’agricoltura e dell’industria.

C. Cavour


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