[Polemica con Cesare Cantù]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 84 del 4 aprile 1848

Le discussioni personali mal ci talentano, epperò ci siamo sempre astenuti, per quanto le necessità del giornalismo vi consentissero, dal fare polemiche coi nomi propri. Questo sentimento c’indusse a toccare solo di volo della lettera diretta da C. Cantù a Silvio Pellico, lettera che eccitò a Torino lo sdegno universale, di cui si fecero eloquenti interpreti vari dei nostri confratelli giornalisti. Vorremmo ora dimenticare e fare dimenticare al pubblico questo malaugurato scritto; ma Cesare Cantù vi si oppone coll’eccitarci a pubblicare una sua giustificazione.

Il rispetto che professiamo pel diritto di difesa, non ci permette di respingere la sua domanda, ma crediamo dover nostro il far precedere la sua discolpa dal giudicio, che dall’intimo della nostra coscienza abbiamo portato sull’atto del Cantù.

Mentre ferveva la lotta in Milano, Cesare Cantù se ne stava in Torino, in mezzo a noi, testimone dei sentimenti, delle simpatie che provavamo pei nostri fratelli lombardi. Ei sapeva che questi sentimenti, queste simpatie espresse, con tutta l’energia di cui eravamo capaci, dai compilatori del Risorgimento, erano comuni ai nostri ministri, ed in ispecie all’antico nostro collega, ora presidente del Consiglio, Cesare Balbo.

Ei seppe che poche ore dopo il primo annuncio dei casi di Milano fu decretata la formazione di un esercito d’osservazione, che era quanto dire esercito d’operazione. Ei vide partire il giorno dopo la brigata di Pinerolo e varie batterie d’artiglieria fra le grida ripetute dal popolo e dai soldati, viva i Lombardi, viva Milano!

Non poté ignorare che da quel punto furono diramati in tutto lo Stato ordini pronti ed energici, onde mettere in moto per le frontiere tutte le truppe disponibili, e che il ministero della Guerra spiegò tale attività, da riscuotere l’ammirazione e meritare gli elogi da coloro stessi, che erano stati avvezzi alla rapidità delle operazioni napoleoniche.

In dieci giorni un esercito, lasciato fatalmente sul piede di pace, disperso nelle più lontane guarnigioni, armato, riunito, ordinato in corpi regolari muoventisi oltre i confini, è un fatto che onora altamente il Ministero ed il Re, checché ne dicano i detrattori del nostro paese.

Cesare Cantù, abbandonando Torino il 24 marzo, ne aveva piena conoscenza; quindi come mai poté profferire contro di noi questa terribile accusa: «che mentre Milano pativa sì orrendi strazi, i vicini potenti non accorrevano, a soccorrerla, non mandavano, in nome dell’umanità, una protesta potente contro lo strazio, non armi e munizioni»?

Come mai rimprovera egli così aspramente al Governo di avere smentito un supposto atto d’insubordinazione di uno dei nostri più meritevoli reggimenti? Come mai parlando dei volontari accorsi a Milano, nomina i genovesi, i novaresi ed i lomellini, e tace dei molti torinesi che vidde coi propri occhi partire pel confine; tace dell’Università chiusa onde assecondare gl’irresistibili desideri degli ardenti nostri giovani, che era impossibile il trattenere dal correre alle armi?

Perché tante reticenze, tante insinuazioni così sfavorevoli, così ostili a noi piemontesi ed al nostro Governo?

Cesare Cantù, nella lettera a noi diretta, assicura che queste reticenze, queste insinuazioni non erano nel suo cuore, sfuggirono dalla sua penna, furono colpa di fatto, non d’intenzione. Sia pure; darem fede a questa ritrattazione, e se i futuri scritti del Cantù non ci costringono a ricrederci, porremo di buon grado in obblio l’ingiustizia e l’ingratitudine ch’egli ha verso di noi usato, come le imputazioni che gli si fecero nei tempi delle sventure d’Italia.

Ill.mo signor conte di Cavour, Mi si scrive che costì siasi interpretata male qualche frase di una mia lettera a Pellico, quasi mostrassi sapere men grado ai piemontesi dell’aiuto che porsero alla mia patria. Mancando de’ giornali di costì, non so quai sieno le frasi incriminate; ma so che non vi è parola o azione che non possa pigliarsi nel senso peggiore, e che un uomo come uno scrittore non si giudica sopra un atto o una frase staccata, ma dal complesso. Io credo sarebbe fellonia il metter oggi discordia fra noi, faticanti con tanto nobile accordo all’impresa suprema dell’Italia e della civiltà. Ella conosce i miei sentimenti; Ella ha potuto vedere, sul Mondo Illustrato, ripetute le mie attestazioni di riconoscenza ai piemontesi per l’interesse che li vidi prendere alle sofferenze in prima, poi agli scuotimenti dei lombardi. Ella sa s’io ringraziai lei e l’avv. Castelli e il conte Franchi dell’impeto con cui animavano il Governo piemontese alla guerra santa. Ciò mi affida che nessuno può credere voless’io dir ingiuria al nobile Piemonte, quand’anche alcuna frase paresse esprimere un sentimento, alieno da me sempre, ma più ora che la concordia è la suprema necessità, è l’unico avviamento a consolidar quello che con tanto eroismo s’è acquistato.

Dirigo queste parole al suo giornale, signor conte, come a quello che altre mie righe accolse; ma vogliano, prego, tenersele per dirette anche gli altri che patrio zelo avesse tratti a interpretazioni, di cui posso essere in colpa per fatto, non certo mai per intenzione.

E dolente di distrar sopra personalità l’attenzione ora giustamente affissa a cose tanto grandi, mi pregio d’essere di lei, Ill.mo signor conte,

obbl.mo oss.mo C. Cantù

Milano, 1° aprile 1848


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