[Per la libertà di commercio: l’abolizione dei diritti differenziali] [3]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 700 del 3 aprile 1850

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La legge per l’abolizione de’ dritti differenziali di bandiera, della quale abbiamo data la relazione della commissione della Camera dei deputati nel numero di ieri, verrà presto alla discussione della Camera. Senza attribuire una grande importanza agli effetti immediati di un emendamento, pel quale si francherebbe l’abolizione dal principio della reciprocità, lasciando al Governo il prudente arbitrio di non applicarla a’ paesi che ci ricusino la reciprocanza, noi tuttavia abbiamo manifestato il voto di questo emendamento, non fosse altro, come un omaggio al principio della libertà del commercio in tutta la sua estensione teoretica, da parte del potere legislativo, che lascierebbe all’esecutivo la cura di regolare uno stato di transizione, nel quale non si tratta d’imporre dritti, ma di sospendere temporaneamente gli effetti di una abolizione di sovraimposte differenziali.

Qual è l’insegnamento che ha fatto trionfare definitivamente presso la gran maggioranza degli uomini di Stato il sistema della libertà della bandiera contro quello de’ dazi protettori? Egli è lo stesso che ha assicurato l’avvenire della libertà commerciale verso il quale si avanzano ogni giorno le nazioni. Discreditata la vecchia scuola della bilancia del commercio, alla quale più non si guarda che come a documento statistico della produzione e della consumazione interna, l’esperienza e la ragione insegnarono che mal si provvede alla creazione di nuove industrie a spese di quelle che esistono, e che il miglior mezzo di accrescere la quantità non solo, ma ancora la moltiplicità delle produzioni, è quello di lasciar libero lo slancio alle forze attuali della industria indigena: si può essere sicuri che esse si rivolgano a tutte le sorgenti di utilità che consente la natura del paese, tostoché la speculazione sarà fornita di mezzi e di conoscenze.

Il timore delle rappresaglie nella dottrina della libertà commerciale non è per così dire il primo, che per ciò solo che esso è il più plastico degli argomenti. A coloro che vogliono assicurato il monopolio dell’interna consumazione per le produzioni del paese, bisogna pur dire che un monopolio di rappresaglia le colpirà al di fuori sotto una o sotto altra forma; ma la ragione sostanziale della libertà sta in questo: che il caro della consumazione, effetto immediato di ogni sistema protettore, opprime la produzione certa e spontanea che offre in permuta il consumatore, pel vantaggio di una produzione incerta ed artifiziale che nove volte sopra dieci non può trapiantarsi sul terreno, dalla tavola dell’uomo di Stato; sta in ciò che il difetto di concorrenza toglie ogni stimolo al progresso, e che l’azione protettrice, allorquando per amministrare un rimedio a’ mali che produce, si estende d’industria in industria, agisce come il raggio vettore di una curva che stringe l’area delle relazioni commerciali sino al totale isolamento nell’estrema delle sue applicazioni; ed è ben noto per l’esperienza e dimostrato razionalmente con formole rigorose che i pretesi vantaggi dell’interno commercio spariscono per l’isolamento e si accrescono a dismisura nella massima ampiezza de’ traffici esterni.

Queste ragioni sono indipendenti dal principio di reciprocità; il che non toglie che la reciprocità sia un bene che il Governo deve ingegnarsi di procurare al paese, e a questo fine è opportuno l’armarlo della facoltà di ricusare i benefizi della libertà e del pareggiamento a chi reciprocamente non li concede, perché se ne valga temporaneamente e a misura delle circostanze che possono render più rilevante con un paese l’interesse della reciprocanza, e meno urgente quello della libertà immediata.

Benché il sistema della libertà di bandiera sia una parte di quello della libertà commerciale, non ha perciò meno delle ragioni speciali che lo rendono più indipendente dal principio della reciprocanza.

Sono ormai canoni non disputati che non può aversi marina militare senza marina mercantile, né marina mercantile senza commercio. Fatta precisione delle ragioni che abbiam tratte dall’utilità delle agevolezze alla consumazione, da’ vantaggi della concorrenza, da’ mali dell’isolamento, questo genere di produzione che chiamasi marina non si alimenta che del commercio.

Tutto ciò che sotto pretesto di proteggere la marina implica il commercio somiglia quindi all’assurdità di una tariffa che, per proteggere una industria, imporrebbe la materia grezza che alimenta quell’industria.

L’atto del 26 giugno 1849, che abolisce i privilegi della marina inglese, non sottomette l’abolizione necessariamente al principio della reciprocità, ma attribuisce soltanto al Consiglio della Regina la facoltà di sospendere gli effetti dell’abolizione per le bandiere di quei paesi che non accordino la reciprocità.

In ciò il Governo inglese ha proceduto con quella usata accortezza che gli ha permesso più volte di far mercato di quelle cose che gratuitamente intendeva abbandonare pel vantaggio calcolato del suo commercio. E che ciò sia vero lo dimostra il progresso delle idee che ha sempre precorso le sue riforme commerciali e marittime.

Prevedendo sin dal 1815 che il principio della reciprocanza sarebbe presto o tardi penetrato presso le nazioni del continente, nell’atto che lo stabiliva per sé con gli Stati Uniti di America, si affrettava a commutare, ovunque avesse influenza, i vantaggi commerciali e marittimi che le assicuravano i trattati dello scorso secolo con altri minori in apparenza, ma indipendenti dalle eventualità delle diminuzioni di tariffa che potevano aspettarsi dal progresso di quel principio, o tali almeno che ogni diminuzione avrebbe cominciato dal giovare alla sua bandiera. Di tal natura era per esempio il trattato che conchiudeva con le Due Sicilie.

Più tardi, nell’atto che applicava il sistema della reciprocità ne’ suoi trattati con le potenze marittime del Baltico, con la Prussia, la Svezia, la Danimarca e i Paesi Bassi, non si lasciava imporre un cambiamento di concetto da’ primi incerti risultamenti della statistica; e mentre in Francia più che in Inghilterra si contestavano i calcoli del sig. Huskisson, il Governo inglese si giovava di quelle dubitazioni per incontrare ancora minori ostacoli nelle ulteriori convenzioni, e stipulava de’ vantaggi in prezzo di quello che era intento ad abbandonare.

I risultamenti ulteriori della statistica smentirono le apprensioni del Blackwood’s Magazine, e confermarono i vantaggi dell’assoluta libertà della bandiera in tal proporzione da non potersi attribuire allo effetto della reciprocanza, poiché egli è precisamente nei porti della Gran Bretagna che dopo il 1832, epoca in cui cessarono le oscillazioni prodotte dall’atto di Giorgio IV e da’ nuovi trattati, sino al 1848, crebbe immensamente, e precision fatta del piccolo cabotaggio, il movimento del naviglio britannico; così le preveggenze del sig. Huskisson furono sorpassate, e cadde l’accusa che i suoi calcoli fossero erronei per l’influenza della cifra del piccolo cabotaggio.

Dopo tutto ciò non è necessario ripetere perché della reciprocità non si è fatta una condizione indispensabile nell’atto della regina Vittoria del 26 giugno 1849, ma si è lasciata come un’arma nelle mani del Governo.

Non lasceremo questo argomento senza un’ultima riflessione. È proprio di ogni industria che esce dal sistema di protezione il risentire a prima giunta un certo svantaggio dalla concorrenza. Gli uomini superiori non si lasciano sorprendere da quelle crisi momentanee, che durano soltanto quanto bisogna perché alla vita artifiziale del privilegio sottentri quella copiosa e forte che nasce dallo spontaneo aumento della prosperità e della consumazione; altronde ogni picciola scossa si previene sostituendo al benefizio momentaneo, che è fonte di mali permanenti, altri vantaggi istantanei ed innocui; e questo ha promesso e farà subito, noi ne siam, certi, l’onorevole ministro del Commercio, con la immediata soppressione delle strane percezioni che, sotto nomi diversi, senza pro della finanza travagliano la marina mercantile nazionale; e promuovendo poi quella riforma doganale in che sta il migliore avvenire del nostro commercio e della marina mercantile, acquisterà nuovi titoli di benemerenza verso la patria.


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