[Per la libertà di commercio: l’abolizione dei diritti differenziali] [1]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 640 del 23 gennaio 1850

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L’abolizione de’ diritti differenziali ne’ porti dello Stato, già proposta dal Ministero, non potrà, a quanto pare, incontrare la menoma opposizione da parte di alcuno de’ partiti politici che si dividono la pubblica opinione; e noi crediamo non ingannarci nel prevedere che il principio della legge sarà ammesso senza gravi discussioni appena verrà all’ordine del giorno, ciò che probabilmente sarà tra poco.

Possiamo congratularci con noi e col paese di questa radicale modificazione che può dirsi compiuta nelle tendenze e nel criterio del pubblico. È questo uno de’ recenti trionfi che la scienza ha ottenuto. Sono pochi anni appena che ogni partigiano della libertà di commercio passava per uno strano utopista; son pochi mesi che qualcuno de’ nostri giornali ragionava su questo o quel trattato di commercio cogli stessi principi con cui se ne parlava nel Cinquecento; è prossimo a noi il paese nel quale, allato ad economisti di prim’ordine, caldissimi sostenitori della libertà di ogni genere di travaglio, s’incontrano uomini di Stato incarnati nelle massime del sistema protettore. Il Piemonte ha su questo, come su tante altre cose, divorato il tempo e le preoccupazioni dell’assolutismo; questa via che oggi si schiude nell’ordine economico, non può non esser feconda di capitali riforme.

Noi difatti non poniamo un grande interesse nell’efficacia intima della legge in se stessa. I vini, gli oli e i grani sarebbero le sole merci sulle quali il nuovo sistema di parità potrà esercitare una qualche influenza. I primi, dopo svincolate le nostre relazioni colla Sardegna, han pochissime occasioni di soffrire qualche grave danno dal sistema de’ diritti differenziali; gli oli, materia di esportazione per noi assai più che d’importazione, ne hanno anche meno; i grani, di cui immettiamo 700 mila sacchi all’incirca in ogni anno, sono quasi esclusivamente il solo articolo che può risentire un vantaggio dalla parità di tariffa applicata a tutte le bandiere indistintamente. Ma come ognun sa, la differenza che attualmente esiste tra il dazio a cui è soggetto il grano sotto bandiera estera, e quello a cui è soggetto sotto bandiera del regno, non è che di una lira in tre; quindi né i prezzi del grano potranno avvantaggiarsene grandemente, né un grande incoraggiamento ne potrà risultare alla navigazione de’ legni esteri verso i porti sardi.

Non è dunque che noi ci facessimo illusioni sull’indole e la portata della legge che il Ministero ha proposta; ma siamo lietissimi di vedervi consacrato il principio, di saperlo e scorgerlo francamente adottato dal Ministero, di trovarlo accolto generalmente dal pubblico, di contare perciò che sarà quanto prima svolto e sospinto a tutte le sue conseguenze.

Appunto perché i nostri diritti differenziali son ben lontani dal costituire quel grottesco edificio che erano le leggi di navigazione inglesi, appunto perciò noi non riputeremo che il Ministero e le Camere abbian fatto qualche cosa di serio, finché si arrestino alla semplice parificazione che è per ora proposta. Il sistema doganale sotto cui viviamo contiene in più ristrette proporzioni tutte le anomalie, le inutilità e i difetti, che poco più o poco meno si riscontrano sempre nelle tariffe di tutti i paesi che hanno avuto la sventura di cedere alle seduzioni del colbertismo. Noi abbiamo noi pure i nostri dazi esagerati, che non conservano alcuna ragionevole proporzione col valore della merce gravata; abbiamo i dazi che fruttano impercettibili entrate alla finanza, mentre inceppano grandemente il traffico già avviato o le possibili speculazioni future; abbiamo il controsenso di trovare, in mezzo a un sistema che non ha ragione di esistenza se non nel solo principio di protezione all’industria interna, trovarvi [sic] contrariata l’immissione di articoli che servono di materia prima a parecchie e non ultime industrie. Noi abbiamo in somma ogni motivo per desiderare e reclamare che il Governo si lanci su questa carriera, che riuscirà fecondissima nell’ordine degli interessi materiali. Il nostro sistema doganale abbisogna di una revisione completa e di radicali riforme. Non crediamo che un momento più opportuno di questo si possa aspettare per intraprenderle; non crediamo che vi sia argomento sul quale, meglio che in questo, il Governo possa porre a profitto il buon accordo che trova nella maggioranza. E tra le altre coincidenze non riputiamo ultima o men fortunata quella del bisogno che ha il Tesoro di porre a profitto qualunque menoma sorgente di rendita; giacché noi siamo convinti, come la ragione ed il fatto hanno ormai dimostrato, che un saggio e graduale ribasso delle tariffe, lungi dal far temere uno scapito, debba sicuramente tenersi come mezzo sicuro di aumentare l’entrata, se si ha l’accortezza di non ispingere la riforma al di là di que’ limiti, dopo i quali la diminuzione de’ prezzi finisce di essere un eccitamento al consumo.


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