[Necessità di un’inchiesta sulla guerra]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 202 del 22 agosto 1848

Le accuse che dovunque si muovono contro i generali reduci dalla guerra, si fanno sì precise e sì gravi, da non permettere loro di respingerle con isdegnoso silenzio. Se non ne dimostrano l’evidente ingiustizia, ne rimarrà al loro nome una macchia indelebile.

Bene consigliati, essi dovrebbero promuovere una solenne inchiesta, che porrebbe in chiara luce la condotta d’ognuno di essi, e farebbe quindi ricadere su chi di ragione la responsabilità degli immensi errori, cagione dei terribili disastri a cui soggiacque il nostro esercito.

Coloro che hanno la coscienza di aver adempiuto in ogni parte al proprio dovere, sono in obbligo d’invocare un pubblico giudizio per non rimanere confusi nella comune condanna con quelli che, per inettezza o peggiori motivi, resero vano l’eroico valore dei nostri soldati.

Si volgano questi risolutamente al Governo, chiedendo giustizia, e non li trattenga il timore di dover svelare la causa prima e reale di tanta rovina. Non sono questi tempi di reticenze e di soverchi riguardi. La patria è in critiche circostanze; non può essere salvata se i buoni cittadini, militari o privati, generali o ministri, non hanno il coraggio di porre in luce la verità tutt’intera, onde con energici provvedimenti venire al riparo delle nostre immeritate sciagure.

Ove il Governo rifiutasse agli incolpati generali l’inchiesta proposta, rimane loro la via della giustizia. Pubblicamente e nominativamente accusati, richieggano dai tribunali un solenne giudizio, e, sottoponendo il loro operato all’imparziale esame dei magistrati, vendichino la loro riputazione dalle imputazioni che la contaminano. Con una tale determinazione, mentre porranno in salvo il loro onore, faranno atto di buon cittadino, coll’appagare l’opinione pubblica, e col tranquillare gli animi travagliati da ogni specie di neri sospetti.

Fra i generali, quello su cui il pubblico fa ricadere la maggiore responsabilità è il generale Bava.

Qual comandante il primo corpo d’armata e sovente incaricato del comando, supremo, molti lo accusano di essere stato la causa principale del mal esito della guerra. Quantunque noi non ci siamo fatti mai l’eco di tali severe voci, abbiamo creduto dover aprire le colonne ad un prode officiale che fu sempre ai suoi fianchi durante la guerra, e che ora si fa il caldo suo difensore.

Noi desideriamo che le opinioni del capitano Strada vengano fatte incontrastabili dall’inchiesta proposta; noi desideriamo ardentemente di potere ripetere, con quell’intima convinzione che lo anima, essere il generale Bava affatto innocente degli errori che rovinarono l’esercito, e non poterglisi apporre, semplice esecutore di un piano d’operazioni da lui biasimato, i falli strategici che ci furono cotanto funesti.

A nessuno più di noi godrebbe l’animo, se ci fosse dato di poter proclamare altamente, che malgrado dei sofferti disastri, havvi fra noi un capo, la cui riputazione militare rimane intatta.

Ma mentre aspettiamo dalle pubbliche discussioni e da solenni ricerche che la verità appaia in tutta la sua luce, crediamo debito nostro di dichiarare sin d’ora, che se dai molti amici che contiamo nell’esercito ci venne fatto di udire opposte sentenze sulla capacità militare del generale Bava, tutti sono unanimi nel fare fede al brillante suo coraggio, all’inalterabile sua imperturbabilità, e nell’asserire essere ingiusto il far ricadere sopra di lui l’intera responsabilità delle mosse strategiche, molte delle quali furono eseguite in opposizione all’espressa sua opinione.

C. Cavour


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