[Necessità delle elezioni]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 81 del 31 marzo 1848

Un giornale di questa città vorrebbe che il Governo rimandasse le elezioni ad altri tempi, perché, a ragione degli eventi della Lombardia, molti elettori non potranno ad esse concorrere, se si effettuano all’epoca già fissata del 17 aprile

Un tale consiglio contrario ai principi costituzionali. alle esigenze dei tempi, alle più alte ragioni di Stato, noi lo ravvisiamo grandemente funesto al bene del paese.

Finché il Parlamento non sarà radunato, lo stato politico sarà uno stato di transizione, provvisorio, quindi debole e vacillante.

Le gravissime circostanze politiche in cui ci troviamo hanno dovuto investire il Governo di un potere straordinario, extra-costituzionale; esso può, esso dee liberamente, energicamente esercitarlo per operare la salvezza della patria, senza tema che le future Camere gliene facciano argomento d’accusa o di rimproveri. Ma questi poteri dittatoriali non debbono, durare oltre il tempo necessario per entrare nelle vie normali del reggimento costituzionale. Il ritenere l’esercizio arbitrariamente, senza necessità assoluta, sarebbe un fatale errore, egualmente contrario ai principi costituzionali, ed al fatto stesso della Costituzione; un errore, che non potrebbe con niuna plausibil ragione giustificarsi.

D’altra parte gravi ragioni militano in favore della nostra opinione. Il Ministero attuale, quantunque goda meritamente della confidenza pubblica, non possiede tutta la forza morale di cui abbisogna in questi tempi, e che solo il Parlamento potrà conferirgli. Noi riconosciamo nei nostri ministri qualità eminenti, meriti ragguardevoli, tuttavia dobbiamo dire che, nuovi ancora all’esercizio del potere, posti a governare lo Stato nelle più difficili condizioni, con una libertà nuova ma non assodata, sentono essi stessi che la loro operosità, la loro energia, quantunque grandi ed ingrandite dagli eventi, non potrebbero reggere a lungo al peso d’una dittatura, onorevole, sì, ma oltremodo, ardua e pericolosa.

Ma forse, ad indugiare le elezioni, si porranno in campo considerazioni più alte, desunte dal possibile riordinamento territoriale degli Stati d’Italia; dalle non improbabili riunioni di più popoli sotto un medesimo Governo. Queste considerazioni, lo diciamo schiettamente, sono un argomento più forte per chiedere imperiosamente a nome dello Statuto la riunione delle Camere.

Questi grand’atti politici, che desideriamo con tutta l’ardenza del più vivo e sincero patriottismo, e che ci vengono messi innanzi come motivi per mantenere al Governo il potere assoluto, non debbono ‘ non possono compiersi senza il concorso del Parlamento. Il modificare senza il suo consenso la legge organica, sarebbe delitto di lesa nazione.

Si porrebbe tuttavia in dubbio da alcuni sedicenti patrioti, la lealtà, la generosità, i sentimenti italiani del Parlamento chiamato a riunirsi in Torino?

Si ostenterebbe forse il dubbio che idee municipali e provinciali ponessero ostacolo alla tanto desiderabile fusione degli Stati italiani?

Tali dubbi, tali sospetti sono ingiusti, sono calunniosi per la nazione ligure-piemontese. Guai ai ministri, se dessero retta a queste perfide insinuazioni! I loro concittadini sarebbero in diritto di chieder loro ragione di una non fondata e vituperosa diffidenza.

Pensino adunque ad effettuare le promesse del Re col riunire il Parlamento all’epoca fissata. La politica interna, la politica italiana, la politica estera richieggono egualmente la sollecita attivazione dello Statuto; onde fatti liberi di fatto, come di diritto, possiamo essere fortemente costituiti, per far fronte alle gravi contingenze ed ai pericoli che possano sorgere al di dentro, come al di fuori dello Stato.

Chiudano l’orecchio i ministri a’ non sinceri consigli; entrino sicuri nell’arringo parlamentare, nel quale, invece di temuti ostacoli, troveranno efficace aiuto per portare a compimento la gloriosa impresa di fondare in mezzo a noi, sulle salde basi dell’indipendenza e della libertà, il grand’edificio della nazionalità italiana. I prodi che combattono applaudiranno i primi a questa savia e generosa politica.

C. Cavour


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