[L’unione doganale con la Sardegna]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 117 del 13 maggio 1848

Il Ministero, facendo uso, forse per l’ultima volta, del potere legislativo di cui trovavasi investito in certo modo dalla necessità, ha, mercé di un regio brevetto riportato nel nostro foglio dell’11, compita la promessa unione doganale fra la Sardegna e gli Stati di terraferma, già preparata da vari provvedimenti emanati in questi ultimi mesi.

A cominciare dal primo venturo giugno, la medesima legge doganale reggerà tutte le parti del regno; salvo alcune disposizioni eccezionali, fatte necessarie dalle condizioni attuali della Sardegna.

Il Ministero ha saviamente creduto non dovere estendere a quell’isola la proibizione dell’esportazione delle pelli crude, secche, ed altre, che è in vigore sul continente. Questa proibizione, già dannosa da noi, e contraria alle più sane norme dell’economia politica, sarebbe stata funesta alla Sardegna, ove le concierie son poche e non di grande importanza.

Non approveremo però il dazio di 5 lire il quintale metrico sulla soda artificiale. Poiché se da un lato questo dazio favorisce i produttori di soda naturale, e fa sì che possano continuare ad esercitare, con mezzi imperfetti, un’industria che potrebbe fiorire ad onta della concorrenza estera se vi si recassero i facili miglioramenti dalle scienze indicati; dall’altro, desso nuoce ai fabbricanti di sapone, cui tanto importerebbe favorire, onde procurare nel paese stesso un utile impiego agli oli di qualità inferiore che la Sardegna produce in copia ognor crescente.

Ma la maggiore delle eccezioni stabilite all’uniformità dei dazi è quella relativa al frumento. Il Ministero giudicò indispensabile il mantenere, riformandolo dietro norme più liberali e meno anormali, l’antico sistema, che sottoponeva questa derrata a dazi d’importazione e d’esportazione variabili in proporzione del suo valore sui mercati dell’isola.

Benché, in tesi generale, il sistema dei dazi variabili sia vizioso, quantunque sia stato abbandonato dall’Inghilterra, e criticato in Francia da tutti gli uomini illuminati; però non sappiamo biasimare il Governo di averlo conservato in Sardegna, come misura di transizione. Dopo diversi anni di scarsissimi raccolti e di sofferta carestia, il dichiarare libera la esportazione dei grani, sarebbe provocare un generale popolare malcontento, il quale, benché irragionevole, avrebbe potuto produrre torbidi politici più funesti di quello che nol siano le conseguenze di un errore economico.

L’unione doganale della terraferma colla Sardegna deve essere feconda sorgente di benefizi economici e finanziari per le due parti del regno.

L’industria continentale vede per essa notevolmente allargato il campo in cui le sue operazioni sono protette contro la concorrenza straniera da dazi che non dubitiamo di dichiarare eccessivi. I fabbricanti di panni, di cotone, di seterie troveranno in Sardegna nuovi e numerosi consumatori, e quindi maggiore smercio pei loro prodotti. Speriamo che l’accrescersi del mercato interno sarà per essi un vivo incentivo, non solo ad ampliare le loro officine, ma più ancora a migliorare i loro mezzi di fabbricazione, con macchine più perfette e coll’adottare una più estesa e meglio intesa divisione del lavoro; causa principale degli straordinari progressi dell’industria inglese.

I vantaggi, che l’unione doganale procaccierà alla Sardegna, supereranno ancora quelli che il continente ne deve ricavare. E ciò, sia perché è massima incontestabile che quando due contrade si uniscono economicamente, si stabilisce un certo equilibrio fra i capitali, il quale torna più profittevole alla parte men ricca, ovvero a motivo delle particolari circostanze dell’isola.

I principali articoli d’esportazione per la Sardegna sono l’olio, il vino ed il grano. In quanto al primo, l’unione non le sarà molto profittevole, giacché la Liguria produce una quantità d’olio sovrabbondante ai bisogni dell’interna consumazione, e che è necessario smerciare all’estero. Però l’abolizione delle restrizioni fiscali che incagliavano le relazioni commerciali della Sardegna col continente, farà sí che molti oli saranno trasportati a Genova come ad un grande emporio, nel quale le vendite riescono più facili e sovente più vantaggiose.

L’abolizione del dazio d’entrata in terraferma sui vini è per la Sardegna un immenso benefizio. Essa è fatta da ciò sicura di un mercato capace di assorbire, non che i suoi attuali prodotti, ma ancora quelli che essa deve aspettare dai progressi della sua agricoltura. La produzione dei vini essendo avvivata dalle richieste delle varie città della Liguria, è lecito sperare che i sardi penseranno a migliorare i loro mezzi di fabbricazione, e a ricavare dei vini di liquore atti a valicare l’Oceano, onde recarsi a lontani mercati per tener concorrenza ai vini della Sicilia, stati cotanto perfezionati da alcuni industriosi inglesi.

Le importazioni dalla Sardegna non debbono far concepire esagerati timori ai nostri proprietari viticoli. Quand’anche la quantità di vino, che il Piemonte spedisce annualmente nella Liguria, avesse a scemare in seguito all’unione doganale, questa perdita sarà più volte compensata dall’ abolizione del dazio enorme, che colpisce tuttora (cosa inconcepibile) i nostri vini nell’entrare in Lombardia. L’unione economica dell’Italia settentrionale assicura ai vini del Piemonte, a quelli massime delle provincie che hanno con Genova più frequenti relazioni, vantaggi immensi, a fronte dei quali i danni, che potrebbe loro arrecare la concorrenza della Sardegna, sono di nessun rilievo.

La libera concorrenza nel commercio dei grani sarà il maggior vantaggio che la Sardegna ritrar possa dall’unione doganale. Se la sua agricoltura segue la carriera dei miglioramenti, affrettando in essa a gran passi; se i coltivatori, lasciati gli usi dei tempi barbari, consentono a seguire gli esempi del continente, e ad applicare gli incontestabili precetti dei tempi moderni, vedrà la Sardegna crescere in pochi anni l’annua sua produzione agricola, e quindi troverassi in grado di esportare vistose quantità di fromento. Questi sovrabbondanti prodotti troveranno sempre negli Stati di terraferma sicuro e proficuo smercio.

L’importazione media annuale dei grani ascende ad oltre i 700.000 quintali metrici, ricavati in massima parte dal Mar Nero. Se la Sardegna potesse somministrarci questa enorme quantità di grani, che rappresentano un valore di oltre 10 milioni di lire, essa sarebbe fatta ricchissima, e la condizione dei produttori degli Stati di terraferma non sarebbe menomamente alterata.

Le Finanze stesse, benché prive del prodotto del dazio che ricavano dai grani esteri, non ci perderebbero se le somme impiegate nel loro acquisto fossero versate in Sardegna. Giacché produrrebbero un tale incremento nelle consumazioni, un sì grande aumento nel valore dei fondi, nell’attività degli affari, che il fisco ricaverebbe dalle imposte indirette assai più che quanto perderebbero le dogane di terraferma.

Fintantoché il commercio dei grani non sarà compiutamente libero, e sussisterà un dazio sui grani esteri, non crediamo che le importazioni dalla Sardegna siano tali da influire in modo stabile sul prezzo dei cereali nell’interno del Piemonte.

Quando però ciò fosse, quand’anche i nostri coltivatori fossero costretti a vendere il grano a men caro prezzo, non crederemmo perciò minacciata la prosperità della nostra stupenda agricoltura.

Essa non ha mestieri, onde progredire, d’essere stimolata dall’alto prezzo dei cereali. Se i nostri agronomi intendono seguire la retta via e contribuire ad arricchire realmente il paese, con utile proprio, essi debbono avere specialmente di mira, non già una maggior produzione di cereali mediante l’ampliazione della coltura delle biade, ma bensì l’aumento dei prodotti animali, cioè della carne e dei latticini.

Chiunque abbia posto pensiero ai principi dell’economia rurale, rimarrà convinto che in un paese ove le condizioni agricole sono altrettanto favorevoli come le nostre, ove ai benefizi di un clima mitissimo s’uniscono quelli di abbondantissime irrigazioni, la coltura la più proficua è quella delle praterie, sì naturali che artificiali.

Ora, se il prezzo delle biade si mantenesse elevato in confronto di quello dei prodotti animali, come accadde in questi ultimi anni, ne risulterebbe una tendenza contraria a quella che abbiamo indicata come la sola conforme agli interessi del paese. I proprietari (e ciò possiamo accertarlo dietro estesa personale esperienza), allettati da un lucro immediato, invece di stendere a nuove praterie i campi, rivolterebbero le vecchie per seminarvi entro delle biade, sacrificando così la fertilità futura della terra ad un guadagno presente.

Al contrario, se i cereali rimangono entro limiti moderati, gli agricoltori si studieranno di aumentare i prodotti animali, dei quali, grazie all’unione italiana, alla costruzione delle strade ferrate ed alla probabile abolizione in Francia dei dazi sui comestibili, essi sono certi di avere uno smercio estesissimo. Questa proposizione non richiede lunghe dimostrazioni. Somministravamo al Milanese, malgrado la dogana, parte del bestiame che richieggono i bisogni della consumazione: stabilita l’unione, la domanda pei paesi d’oltre Ticino crescerà senza fallo. L’esperienza dimostra che le strade ferrate arrecano pel trasporto degli animali, e dei prodotti alterabili, come il butirro e la maggior parte dei latticini, vantaggi analoghi a quelli che si ottengono dai canali pel trasporto delle mercanzie di molto peso e di poco valore. Solo che fosse ultimata la strada ferrata della Savoia, noi saremmo sicuri di poter spedire in Francia più buoi ed altri animali di quanto se ne spediscono ora a Genova.

Finalmente, se il Governo francese non mentisce a tutti i suoi principi, a tutte le sue promesse, rivocherà gli enormi dazi che colpiscono il bestiame straniero, come ha già aboliti nelle città dell’interno i dazi di consumo sulle carni.

Questa riforma daziaria aumenterebbe singolarmente il nostro commercio di bestiame colle finitime e poco fertili provincie della Provenza e della Linguadoca.

Se la nostra agricoltura è sicura di smerciare vantaggiosamente i suoi prodotti animali, non deve guardar di mal occhio o non curare una determinazione destinata a mantenere l’abbondanza dei grani sui nostri mercati, senza l’aiuto dello straniero.

Quindi crediamo doversi salutare con unanimi applausi l’unione doganale colla Sardegna, siccome uno fra i più savi provvedimenti che compiono e chiudono gloriosamente quell’era, nella quale la potenza legislativa era affidata al solo monarca.

C. Cavour


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