[L’unione della Lombardia al Regno sardo e la Costituente] [2]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 151 del 23 giugno 1848

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Nella tornata di mercoledì, Vincenzo Ricci, a nome del Ministero, introdusse nella proposta legge d’unione un’aggiunta ad effetto di stabilire che la missione dell’Assemblea costituente dovesse restringersi alla confezione della Costituzione del regno subalpino, e rimanere estranea ad ogni atto relativo al potere esecutivo od amministrativo. Donde ne consegue, che essa non potrà nulla innovare per ciò che riguarda la sede del potere esecutivo, la quale continuerà ad essere in Torino, finché venga altrimenti deciso da un futuro Parlamento dell’Alta Italia.

A questa proposizione, pienamente conforme ai principi svolti in un articolo antecedente di questo foglio, facciamo plauso con tutto l’animo, e tributiamo al ministro che ne fu l’autore, a Vincenzo Ricci, le lodi le più sincere. Essa lo dimostra vero uomo di Stato, che sa sacrificare gli stimoli dell’amor proprio al dovere di emendare un errore, che sa spogliarsi di ogni spirito di parte, di ogni meschino pregiudizio per arrendersi alla voce della giustizia e della ragione. Onore al coraggio ed al senno del ministro che, a rischio d’essere contraddetto dai più fidi suoi aderenti, che a rischio d’incontrare la disapprovazione dei troppo ardenti suoi concittadini, promove una politica di conciliazione e di pace, la sola che sia atta a spegnere i germi di disunione e di fermento, che minacciavano la causa italiana di gravi difficoltà.

Non dubitiamo che, ad onta dell’opposizione della commissione incaricata dell’esame della legge di unione, l’aggiunta del Ministero riunisca i voti della maggiorità della Camera. Ci pare impossibile che vi sia un numero considerevole di deputati sì ostili al Piemonte ed a Torino, da rigettare una riserva dettata da uno spirito d’equità e di giustizia, in tutto conforme alle più sane norme politiche.

Rimandando a tempi più opportuni il determinare qual esser debba la capitale del regno subalpino, la legge non può più suscitare serie difficoltà, se non per ciò che riflette il luogo di riunione dell’Assemblea costituente.

Il progetto presentato dal Ministero non ne fa parola. Quindi si può argomentare ch’esso intenda di riservare al solo potere esecutivo la facoltà di sciogliere questa questione, oppure ch’egli voglia sottoporla al Parlamento in una legge elettorale per la formazione della Costituente. Questi due sistemi ci sembrano del pari biasimevoli e da rigettarsi.

Lasciare al potere esecutivo l’intiera responsabilità di una determinazione, la quale, qualunque sia per essere, ecciterà infallibilmente seri malumori ed un’irritazione vivissima, è un voler suscitar opposizione contro di sé, è un sollevarsi contro passionati avversari che renderanno ancor più difficile la già troppo ardua missione che al Ministero è affidata. Sarebbe un espediente che allontanerebbe bensì per ora una seria difficoltà, ma che non impedirebbe che essa si riproducesse fra poco tempo, aggravata d’assai.

Si rifletta inoltre che la questione, abbandonata ai ministri, può essere causa fra loro di aperti dissentimenti, di scissione e di rotture. Ora, se la divisione nel seno del potere è sempre cosa deplorabile, in questi tempi difficilissimi essa sarebbe funesta e forse fatale alla causa italiana. Si rimuova adunque ogni causa che possa farla nascere. Si sciolga ora dalle Camere un dubbio, che può introdurre un germe di dissoluzione nel Ministero chiamato a governarci nell’epoca pericolosa che separerà la dissoluzione delle nostre Camere dall’apertura della Costituente.

Il voler far discutere, contemporaneamente alla legge elettorale, quale esser debba la sede dell’Assemblea costituente, è un partito meno pericoloso, ma che trae pur seco gravi inconvenienti.

Dapprima riputiamo pessimo consiglio il mantenere sospesa una questione che preoccupa gli animi ed irrita gli spiriti. Che cosa si può sperare da un indugio di pochi giorni, di alcune settimane? Per quanto riflette i piemontesi, sarà più facile farli accondiscendere ad una determinazione contraria ai loro desideri, ove si conceda loro contemporaneamente l’emendamento proposto da Vincenzo Ricci. E relativamente ai milanesi, il non dichiarare ad essi sin d’ora che la Costituente si riunirà a Torino, se tale è il proposito del Parlamento, prima che l’unione sia compiuta, sarebbe un procedere subdolo e sleale, che a ragione darebbe loro argomento di fondate ed amare lagnanze. Una ritardata soluzione tornerà più amara a coloro, i cui sentimenti saranno lesi. Gli uni la riputeranno una ingiustizia, gli altri un insigne atto di mala fede.

Dal momento in cui la Costituente non può, a seconda della proposizione ministeriale, occuparsi della capitale, non vediamo con qual fondato motivo si possa contestare l’opportunità di radunarla in Torino.

Milano, al di dire di tutti, non pretende, e forse non desidera averla nelle sue mura. Allora, perché opporsi al voto di Torino? Perché esigere che alle due prime città del regno venga anteposta una città di second’ordine, quando fra esse non vi è un motivo reale di rivalità?

In favore di Torino militano, ragioni gravissime, che già abbiamo accennate, è che ora ripeteremo. L’Assemblea costituente deve racchiudere nel suo seno tutte le primarie capacità del nuovo regno, e quindi i ministri, e molti fra i primi magistrati e gli alti impiegati. Il principio della incompatibilità di certe cariche coll’uffizio di deputato, utile ed opportuno quando si applica ad un Parlamento chiamato ad esercitare una grande influenza sul potere esecutivo, è sragionevole e nocivo, se si vuole introdurre in un’Assemblea che deve rimanere estranea all’azione del Governo ed alle questioni amministrative.

Ciò essendo, è indispensabile che l’Assemblea costituente si raduni nella città sede del Governo, altrimenti si applicherebbe indirettamente quel principio della incompatibilità nel nostro caso riconosciuto funesto.

Il paese, nuovo alla vita pubblica e poco esperto negli studi costituzionali, non possiede uomini distinti in copia tale da poter nello stesso tempo sovvenire ai bisogni del Governo ed a quelli dell’Assemblea costituente. Se questa risiede in una città, ed il Ministero in un’altra, il potere cadrà in mani inette, o l’Assemblea rimarrà priva dei lumi di vari distinti ingegni. E chi negherà, per esempio, che sarebbe altamente a lamentare se i ministri attuali rimanessero estranei alla formazione dello Statuto organico che deve reggere il regno subalpino? Se alle discussioni che ne precederanno l’adozione rimanessero estranei pubblicisti come Balbo e Boncompagni, statisti come Ricci e Pareto, uomini di finanze come Revel? Speriamo che il Ministero e i deputati, senza lasciarsi spaventare da timide considerazioni, provocheranno un voto sulla sede della Costituente. La discussione proverà meglio di quanto ci è stato dato di farlo, che essa deve adunarsi in Torino, non già per mero interesse municipale, ma perché l’interesse del servizio pubblico, il bene dello Stato, quello della Lombardia come quello del Piemonte, lo esigono del pari. Abbia la Camera il coraggio delle sue opinioni, e tutti gl’italiani imparziali ed assennati faranno plauso alla sua deliberazione.

Superate le difficoltà che le questioni di città suscitavano, rimangono ancora ad emendarsi alcuni difetti, ed a supplirsi varie lacune della legge. É indispensabile, l’abbiamo già detto, il conservare l’azione del potere legislativo nella Lombardia e nella Venezia; bisogna definire la legge elettorale; finalmente sarebbe opportuno il provvedere ai mezzi onde le operazioni della futura Costituente abbiano a procedere con rapidità. Tratteremo questi tre punti essenzialissimi in apposito articolo, e termineremo quindi questo nostro ragionamento col rallegrarci col paese e colla Camera sulla probabile e soddisfacente soluzione della delicata quistione che tiene gli animi sospesi.

Il modo col quale l’emendazione del ministro Ricci venne accolta dal pubblico torinese, è una manifesta prova della rettitudine delle sue intenzioni, della sua moderazione e patriottismo. Essa è la più degna e la più dignitosa risposta che far si potesse alle ingiurie, alle contumelie, che gli vennero dirette da alcuni fogli, dal Corriere Mercantile in ispecie.

L’accusare i piemontesi d’egoismo municipale, mentre si distinguono sovra ogni altra popolazione italiana per l’immensità dei sacrifici fatti e per lo spiegato valore sui campi di battaglia, è cosa che move a pietà più che a sdegno. Prima di ripetere le sue accuse, si compiaccia il giornalista genovese di ricercare il nome delle brigate che sinora più si distinsero all’esercito, di verificare le note dei valorosi che meritarono onorevoli ricompense, ed eziandio le note dolorose dei prodi che già fecero alla patria il sacrificio della loro vita, e vedrà in allora se nell’intrepidezza, nel coraggio e nella devozione all’Italia vi siano altri cittadini che superino i torinesi.

Ed è questa generosa popolazione quella, che esso minaccia del suo furore, quella ch’ei si vanta di voler fare impallidire!

Ma in verità si direbbe, se i tempi non corressero così gravi, che egli si era proposto di divertire i suoi lettori. Quanto a noi, diremo che le sue concitate parole, lungi dal far impallidire chicchessia, hanno destato il sorriso di molti. E questo possono accertarlo i molti genovesi che vivono in mezzo a noi.

C. Cavour


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