[L’unione della Lombardia al Regno sardo e la Costituente] [1]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 149 del 20 giugno 1848

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La presentazione della legge d’unione colla Lombardia, e l’annunzio della prossima convocazione di un’Assemblea costituente destarono in Torino e nel Piemonte vivo fermento ed una straordinaria agitazione. Questa diede origine ad una petizione che condanna l’operato del Ministero e delle Camere, e dà a divedere l’intenzione di suscitare violente dimostrazioni e biasimevoli disordini.

Noi lamentiamo altamente queste popolari commozioni in un momento in cui sarebbe stato cotanto a desiderarsi di vedere accolta con unanime applauso e con giubilo universale la così a lungo desiderata unione. Ma il biasimo stesso che crediamo dover contro a tali disordini pronunziare, c’impone il dovere di rintracciare le cause che li hanno destati, i mezzi di ricondurre la tranquillità nell’animo dei piemontesi, senza ledere le legittime pretese delle altre provincie italiane.

Noi non vogliamo discutere se la convocazione di un’Assemblea costituente, eletta dal suffragio universale, sia o, non sia il miglior mezzo per giungere ad innalzare su salde e libere basi l’edifizio costituzionale del regno dell’Alta Italia. Forse sarebbe stato miglior consiglio il mantenere provvisoriamente il nostro Statuto, applicandolo alle provincie che a noi si univano, per procedere poi, col concorso di tutti i loro deputati, allo svolgimento degli elementi lodevoli ch’esso, racchiude, ed alla riforma dei difetti in esso ravvisati.

E quando, rigettato questo metodo più semplice, si fosse adottata per base la convocazione di un’Assemblea costituente, ci pare incontrastabile che sarebbe stato più logico e più conveniente il recare a compimento, prima d’ogni cosa, le Camere attuali, onde si statuisse, col concorso dei deputati della Lombardia e della Venezia, non meno che con quello dei deputati dei ducati di Piacenza, Parma e Modena, sugli urgenti provvedimenti che le necessità dello Stato e dei tempi richieggono, e sulle norme da seguirsi per la convocazione della Costituente e l’indirizzo de’suoi lavori.

Disgraziatamente, questa via razionale non fu promossa né dal Ministero né dalle Camere, che si dimostrarono entrambi, al pari dei lombardi, favorevoli all’immediata convocazione della Costituente.

Non ricercheremo quali furono i veri motivi che indussero il Ministero ad accogliere con così singolare favore un sistema, che doveva suscitare tante e sì gravi difficoltà. Noi siamo lungi dal dividere l’opinione di molti, che pensano essere nata in seno al Ministero la prima idea della Costituente. Vogliamo anzi credere che, senz’averla provocata, il Ministero abbia stimato di doverla accettare come il più efficace mezzo per operare quell’unione, che debb’essere lo scopo precipuo d’ogni vero uomo di Stato italiano.

Comunque sia, avendo la Lombardia, per certo modo, di concerto col Ministero e colle Camere, votato quasi ad una voce per un’Assemblea costituente, sarebbe egli ancora possibile il porla in dubbio o rimandarne la convocazione ad epoca remota? No certamente: il solo tentarlo sarebbe una stoltezza, che potrebbe trar seco pessime conseguenze.

La Lombardia avrebbe ragione di riputarsi ingannata e delusa, e quindi la progettata fusione diventerebbe problematica, e fors’anche impossibile.

Quantunque noi non siamo stati fra i primi fautori dell’Assemblea costituente, tuttavia la riputiamo ora, al pari dei ministri e dei lombardi, necessaria e indispensabile, e quindi facciamo dei voti ardenti perché sia convocata con alacrità e prontezza dalle Camere e dal paese.

D’altronde, non bisogna esagerare gl’inconvenienti ed i pericoli che da una Costituente possono derivare. Stante le circostanze politiche in mezzo, alle quali verrà convocata, stante l’ottima indole delle nostre popolazioni, e de’ non dubbi sentimenti delle classi le più numerose della società, chiamate esse pure ad esercitare i diritti elettorali, noi abbiamo ferma fiducia che lo spirito che animerà la Costituente sarà altamente liberale, ma altresì savio, e moderato; e che gli uomini pratici e ragionevoli saranno in proporzione certamente non minore di quella in cui sono nella Camera attuale dei deputati.

Non lasciamoci adombrare da pericoli immaginari e da non fondati, timori. La Costituente non avrà di rivoluzionario altro che il nome. Quindi scongiuriamo i nostri concittadini di cessar dall’opporsi ad una condizione indispensabile al trionfo della causa italiana.

Per isfuggire non probabili sconvolgimenti, si guardino dal provocare mali certissimi e minacciose catastrofi.

Ma è egli a dire, perciò, che noi consigliamo alla Camera di accettare senz’altro la legge di fusione, quale il Ministero l’ha presentata? No, per certo. Anzi crediamo che questa legge sia inammissibile nella forma sua attuale, e ciò non nel solo interesse del Piemonte, ma ancora nell’interesse della Lombardia, e sovratutto per non urtare il buon senso e la logica, e non sanzionare prescrizioni affatto contrarie alle idee politiche le più elementari e le meno impugnabili.

La legge dispone doversi operare immediatamente la fusione amministrativa delle provincie lombardo-venete, sottoponendole al potere esecutivo che regge al presente il nostro Stato. Ma nello stesso tempo distrugge ogni potere legislativo in quelle provincie, senza nulla sostituirvi. Che anzi statuisce in modo assoluto, che né il Re, né le Camere, né la Costituente, né il Governo provvisorio, separati od uniti, avranno il diritto di emanare nessuna nuova legge: diritto che competerà solo al Parlamento, che sarà costituito dietro le basi da fissarsi nella nuova Costituzione. Quindi la Lombardia è condannata all’immobilità legislativa per un anno almeno, e forse per diciotto mesi. Infatti, la Costituente si radunerà il primo del venturo novembre, ed impiegherà certamente sei mesi a compilare la Costituzione e la legge elettorale. E dopo che sarà sciolta, ci vorranno non meno di tre mesi, prima che nuove Camere vengano convocate.

In questo frattempo la Lombardia e la Venezia saranno governate colle antiche leggi austriache, dichiarate inalterabili! Non vi sarà mezzo alcuno di emanare alcuno straordinario provvedimento, qualunque sieno le necessità dei tempi difficili, ai quali andiamo incontro! Non si potrà ottenere nessuna sovraimposta, nessuna nuova levata! Non si potrà mutare la menoma prescrizione fiscale, e sarà forza conservare sino alla fine del 1849, in tutta la sua integrità, la linea doganale del Ticino, che può considerarsi come una vivente protesta contro le idee di fusione. Non si sa nemmeno capire come, in conformità con questo strano provvedimento, la Lombardia potrà compilare la legge elettorale per la Costituente, le cui sole basi sono stabilite nel progetto d’unione! É impossibile riflettere alle accennate conseguenze della proposizione ministeriale senza rimanere attoniti all’improvvidenza di coloro che osano assumersi la responsabilità di tante e sì gravi assurdità.

E qui ci sia lecito di dire con tutta schiettezza, che, vedendo uomini così oculati e distinti quali sono i nostri ministri, presentare una legge che trar può a conseguenze così illogiche e perniciose, possono sorgere nelle Camere non pochi dubbi ed inquietudini, né strano parer dovrà se taluni supposero che un qualche mistero si celasse allo sguardo dei piemontesi.

Noi vogliam credere questi dubbi e questi sospetti privi di fondamento. Ma, per farli sparire, è indispensabile emendare la legge in modo da conservare per la Lombardia e per la Venezia un potere legislativo qualunque.

Si dice che i deputati lombardi proponevano di rivestire il Re, col concorso del Ministero, della facoltà di emanare decreti temporari, con che però questi fossero sottoposti all’approvazione del Governo provvisorio attuale, trasformato in Consulta. Se ciò è vero, perché rigettare questa ragionevole proposizione? Se il Ministero e le Camere non trovano un mezzo più acconcio per supplire all’azione del potere legislativo, il non accettarla sarebbe un inconcepibile errore.

Riparati gli errori della legge, volontari o no, per ciò che riguarda la Lombardia e la Venezia, bisogna ancora esaminare se non puossi con alcune aggiunte, conformi alla ragione ed alla politica, calmare le apprensioni dei piemontesi. A tal uopo crediamo bastevoli due soli articoli. Il primo, che stabilisca a Torino la sede dell’Assemblea costituente; il secondo, che dichiari che quest’Assemblea non potrà trasferire altrove la sede del potere esecutivo.

Che l’Assemblea costituente abbia ad adunarsi in Torino, è cosa talmente evidente, nelle circostanze presenti dell’Italia, da non poter essere seriamente contestata.

Finché dura la guerra, non è possibile di pensare a traslocare la sede del potere esecutivo: operazione questa, che gli toglierebbe per più mesi una parte de’suoi mezzi d’azione. Il ministero della Guerra, in particolare, non potrebbe essere trasferito altrove, lontano dagli arsenali, dai magazzini e da tutti i principali stabilimenti militari. Le numerose amministrazioni che ne dipendono, prima di essere regolarmente stabilite nei nuovi locali di una nuova città, rimarrebbero in uno stato di confusione e di disordine oltremodo dannoso nelle circostanze presenti.

Ma, si dirà, quale necessità di adunare l’Assembla costituente nella città stessa ove siede il potere esecutivo? A ciò risponderemo, essere questo necessario onde i ministri possano far parte dell’Assemblea: ché il volerli escludere dal di lei seno, ripetendo il funesto errore commesso dalla celebre Assemblea costituente francese, sarebbe un atto insensato, dal quale derivar potrebbero le più funeste conseguenze.

Si ponga mente alla Francia; certo, nessuno dirà ch’essa non sia entrata nelle vie le più larghe della democrazia. Eppure, fatta savia dall’esperienza, volle che i ministri repubblicani fossero scelti fra i rappresentanti del popolo.

Fissata a Torino la riunione dell’Assemblea costituente, dovrassi ancora stabilire ch’essa non possa cambiar la sede del potere esecutivo. La questione della capitale non può, non deve essere definita se non quando il nuovo regno dell’Alta Italia sarà definitivamente costituito, quando la nuova costituzione sarà attivata. In allora, se gli interessi dell’Italia lo richieggano assolutamente, Torino saprà sottoporsi a maggiori sacrifici. Ma fintantoché il paese è tuttora in istato di crisi e di transizione, fintantoché non è ancora fortemente ordinato, ed ha a fronte un implacabile nemico, in nome del cielo non s’introduca un elemento di discordia, non s’indebolisca il potere esecutivo, costringendolo a mutar sede, né si getti un germe di sconforto e di abbattimento nell’animo di quei generosi piemontesi, i quali, se non furono i più romorosi fautori dell’indipendenza italiana, sono quelli certamente che hanno sparso, senza paragone possibile, con maggiore profusione, il loro sangue ed i loro tesori per redimere la Lombardia dalla tirannide dello straniero.

A guerra finita, a costituzione compiuta, si dibatterà la questione della capitale. L’Italia allora valuterà, prima di definirla, nella bilancia della sua giustizia, oltre alle ragioni geografiche ed economiche, i servigi resi alla causa italiana dalle varie provincie, dalle varie città che aspirano all’onore d’essere il centro del nuovo regno. Il Piemonte e Torino possono aspettare tranquilli il risultato di un tale giudizio; giacché, quantunque questo non fosse per essere loro pienamente favorevole, otterrebbero certamente da coloro, a pro dei quali essi fecero tanto, un legittimo e ragionevole compenso ai sacrifizi che sarebbero chiamati a fare.

C. Cavour


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