[Lord Brougham e l’Italia]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 96 del 18 aprile 1848

Nella tornata della Camera dei pari del 12 andante, lord Brougham, nel chiedere la pubblicazione della corrispondenza diplomatica del ministro inglese a Torino, il signor Abercromby, pronunziò un lungo discorso riboccante d’amari sarcasmi e d’ingiuriose invettive contro l’Italia e contro i suoi principi, Pio Nono e Carlo Alberto. In questo discorso, di cui riferiamo la maggior parte in altra colonna, quell’antico apostolo del liberalismo denunzia quali delitti enormi la generosa politica del Pontefice, la gloriosa insurrezione lombarda, e soprattutto la magnanima determinazione del nostro sovrano, di muovere con tutto il suo popolo a liberare l’Italia dalla dominazione straniera. Esso si costituisce l’apologista del trattato di Vienna, della condotta dell’Austria in Lombardia, ed invoca in pro di questa potenza le armi dell’Inghilterra.

Queste violente parole non ci recano meraviglia, non ci cagionano rammarico od apprensioni, giacché sappiamo quanta poca influenza eserciti ora la voce di lord Brougham, e quanto poco caso se ne faccia in Inghilterra. Ad onta del suo ingegno straordinario, della sua singolare perizia nell’arte del dire, esso è un capo di parte senza seguaci, un oratore senza eco, sia dentro, sia fuori del Parlamento. Le sue innumerevoli eccentricità, le sue continue mutazioni, che qualificar si possono d’apostasia, lo hanno reso egualmente sospetto a tutti i partiti politici.

Capo un tempo dei liberali estremi, si prevalse delle passioni eccitate dalla famosa causa della regina Carolina per dirigere contro il trono i più tremendi colpi; si piegò alle opinioni moderate, quando credé possibile di dividere con Canning il potere. Fu di nuovo riformatore col leale e sincero lord Grey, che ebbe il funesto pensiero d’innalzarlo alla carica di Cancelliere. Quell’alto ufficio, esaltando oltremodo la sua meravigliosa vanità e la sua sfrenata ambizione, lo portò a commettere le più strane indiscrezioni e gli atti più stravaganti che si possano rimproverare ad un ministro. Rigettato dai whigs come un ostacolo insuperabile alla costituzione di un Governo regolare, si ritirò coll’animo pieno di fiele e di collera nel campo dei torys; ove, rinnegando i principi che aveva propugnati sin dai primordi della sua vita parlamentare, si diede a combattere con virulenza indicibile ogni tentativo di riforma, ogni idea liberale.

Quest’apostasia fu degnamente rimeritata. Fatto odioso ai whigs, fu tenuto in dispregio dai torys, i quali non vollero mai assegnargli fra loro il posto che, a cagione dei straordinari suoi talenti, avrebbe dovuto occupare. Tornati al potere sotto la bandiera del duca di Wellington e di Roberto Peel, gli negarono il tanto agognato sacco di lana.

Abbandonato così da tutti i partiti, solo, senza seguaci, senza amici politici, esso è ridotto da quasi dieci anni a combattere qual cavaliere errante, ogni qualvolta se gli porge l’occasione, un argomento sul quale ei possa sfogare la smaniosa rabbia che gli rode l’anima.

Quindi è che i discorsi di lord Brougham, qualunque essere possa il loro merito oratorio, qualunque sia il rumore che ne menino i fogli periodici, non debbono mai essere considerati come l’espressione dell’opinione pubblica, come la manifestazione dei sentimenti di un partito politico.

Nel giudicare dietro queste norme il discorso pronunziato da lord Brougham sulle cose d’Italia, non intendiamo dire ch’esso sia il solo avversario che conti nel Parlamento la nostra santa causa. Non c’illudiamo a questo riguardo. Noi non ignoriamo che l’atto sublime di Carlo Alberto, che colla sua spada lacerò il trattato di Vienna, eccitò in Inghilterra una quasi universale disapprovazione, ch’esso fu biasimato sia dall’opposizione conservatrice, sia dal ministero liberale; e ciò non ci reca meraviglia. Il trattato di Vienna, tanto all’Italia funesto, fu la sanzione solenne degli acquisti, delle vittorie, delle glorie dell’Inghilterra. Questo patto a noi odioso è tenuto sommamente caro dagl’inglesi. Ma il desiderio naturale di conservarlo quanto più intatto sia possibile, non accieca gli uomini di Stato di quel regno al punto da indurli a calunniare le intenzioni dei nostri principi, di Carlo Alberto e di Pio. Essi possono lamentare, biasimare anche la guerra che vien mossa all’Austria; ma si trattengono dal profferire ingiurie o minaccie, che potrebbero trascinare l’Inghilterra a rompere la neutralità e la pace cotanto favorevole ai suoi interessi economici.

La risposta del presidente del Consiglio, il marchese di Lansdowne, moderata e prudente, palesa schiettamente le vere disposizioni del Ministero e dei capi ragionevoli dell’opposizione. Essa racchiude un biasimo contro la guerra e il re Carlo Alberto; ma nello stesso mentre racchiude pure una protesta di non volere intervenire nei nostri affari fintanto che rimarranno ristretti all’Italia.

Non si curino adunque l’Italia ed i nostri principi delle diatribe passionate di lord Brougham. Essi sono abbastanza vendicati dalla disapprovazione di tutti gli uomini assennati; e le simpatie dei popoli porgono loro invece il più valevole, come il più invidiabile dei compensi.

C. Cavour


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