[Libertà di coscienza e libertà di culto]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 121 del 18 maggio 1848

Fra le maggiori, le più importanti conquiste della civiltà moderna è certamente da annoverarsi la libertà di coscienza, e quindi la libertà dei culti, che ne deriva qual logica conseguenza. Questo gran principio tuttavia non venne proclamato nel nostro Statuto. Il legislatore, forse per non precipitare in sì grave materia un’irrevocabile definizione, credé più opportuno il non farne particolar menzione, riservandosi d’introdurlo nella pratica con leggi speciali.

In fatti, alla pubblicazione dello Statuto tennero dietro i sovrani provvedimenti che, emancipando i protestanti e gli israeliti, fecero sparire dalla nostra legislazione le più gravi infrazioni al principio della libertà di coscienza. Non dubitiamo essere nelle viste del legislatore il progredire in questa pratica via, nell’emendare successivamente tutte le disposizioni nei nostri codici penale e civile contenute, che con essa contrastano tuttora.

Ma ciò non basta. Un principio, qual si è quello della libertà dei culti, non può essere introdotto nella Costituzione di un popolo altamente civile, per via indiretta: deve essere proclamato come una delle basi fondamentali del patto sociale.

Epperciò non dubitiamo d’asserire che quando l’epoca prevista dal discorso del Trono sarà giunta, in cui la desiderata fusione di varie parti della penisola coi nostri Stati renderà opportuno il promuovere quelle mutazioni nelle leggi che valgano a far grandeggiare i destini della patria, in allora non si ommetterà più, nella Magna Carta italiana, di dichiarare nel modo il più esplicito essere ogni coscienza un santuario inviolabile, e doversi accordare a tutti i culti un’intera libertà.

Questa modificazione, o per dir meglio questa spiegazione del nostro Statuto, non verrà certamente contrastata da nessun uomo illuminato e zelante per le cose religiose. In Italia, la Dio mercé, il clero cattolico, se non unanimemente, almeno in una grande maggioranza che ne racchiude la parte la più eletta, ha abbracciato sinceramente la causa della libertà, considerandola strettamente congiunta con quella stessa della religione. Quindi non può che far plauso ad una disposizione, che fa parte oramai della Costituzione di tutti i popoli liberi e civili.

Il clero cattolico, penetrato della verità dei dogmi ch’esso professa, della sublimità del culto di cui è ministro, non può cercare nella forza, nei privilegi, nelle restrizioni, i sostegni della causa della religione.

Il cattolicismo, mosso da quel divino istinto che lo spinge a rannodare attorno a sé le forze vive della società, fa in quasi tutta l’Europa causa comune coi popoli. In Irlanda, nel Belgio, in Polonia, esso ha combattuto e combatte per gli oppressi, contro gli oppressori. Ovunque ei si fece propugnatore delle libertà popolari, ovunque ha iscritto sulla sua bandiera libertà religiosa.

Quella libertà, che il clero chiede con tanta energia e ragione nei paesi in cui domina il principio acattolico, non vorrà niegarla in tutta la sua pienezza agli acattolici nei paesi in cui esercita una sì giusta influenza. Se il clero italiano cadesse in tale contraddizione, se, non dando retta alla voce del gran Gioberti, tentasse ritenere nei nostri codici politici e civili alcune traccie del dispotismo religioso dei secoli andati, esso cagionerebbe al cattolicismo danno maggiore di quello che cagionare gli possano i suoi più fieri persecutori. Col dare argomento a sospettare della sincerità della proclamata sua alleanza colla causa della libertà, scemerebbe l’autorità che esso ha riacquistata sui popoli, porgerebbe armi terribili a chi ancora lo combatte, avanti a quel tribunale che ormai decide di tutte le questioni, quello dell’opinione pubblica.

Sicuri dell’adesione del clero illuminato, delle simpatie di tutti gli uomini di progresso, di tutti coloro che congiungono nei loro affetti la causa della religione con quella della libertà, siamo certi che basterà pronunziare nel primo Parlamento dell’Alta Italia il gran principio della libertà dei culti, onde esso venga acclamato qual legge fondamentale della redenta nostra patria.

C. Cavour


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