[Lettera all’Armonia sulla morte di Pietro di Santa Rosa]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 822 del 26 agosto 1850

L’Armonia nel numero di venerdì avendo inserita una lettera del marchese Gustavo di Cavour, la quale poteva dare luogo ad una non esatta interpretazione dei sentimenti del conte Camillo suo fratello, questi tosto rivolgeva, al citato giornale una sua lettera, colla preghiera di pubblicarla nel suo prossimo numero.

La direzione dell’Armonia dichiarò non poter aderire a questa domanda, salvo che fosse eccitata a farlo in nome della legge. L’impiego di un tal mezzo ripugnando al conte di Cavour, ei non credette dovere più oltre insistere; e riputò bastevole allo scopo che egli si proponeva il pubblicare nel Risorgimento la lettera in discorso del tenore seguente:

Torino 23 agosto 1850.

Ill.mo sig. Direttore, Nel numero dell’Armonia, quest’oggi pubblicato, viene inserita una lettera che mio fratello Gustavo dirigeva, or son pochi giorni, da un borgo della Savoia, ove in allora villeggiava, all’Écho du Mont Blanc, lettera che erami rimasta ignota a cagione della mia dimora in provincia, ove quel foglio è quasi interamente sconosciuto. Questa lettera potendo far nascere nell’animo dei lettori dell’Armonia qualche dubbio sulla parte da me presa nei luttuosi casi che accompagnarono la morte del mio amico Pietro di Santa Rosa, e sul giudizio che io porto intorno ad essi, mi credo in debito, quantunque ciò riesca per me oltre modo rincrescevole, di rivolgermi alla sua imparzialità, pregandola di pubblicare queste poche righe, intese ad impedire ogni erronea interpretazione che potrebbe darsi alle parole di mio fratello.

Egli è vero, come sta scritto nell’accennata lettera, che l’ultimo giorno della malattia di Santa Rosa, tratto in errore da un apparente miglioramento di sua salute, il quale manifestatosi nella notte si mantenne sino alle due pomeridiane, io non mi portai a casa sua il dopo pranzo, e che fatto ricercare dalla contessa di Santa Rosa all’incirca delle ore sette, per essere uscito di casa senza indicare dove io portava i passi, non potei giungere nella camera dell’amico se non alle ore otto e mezzo quando, perduta la favella, stava per rendere l’ultimo sospiro. Ma i racconti che io ebbi ad udire dagli astanti, in quel punto stesso quando la verità usciva limpida e senza velo da cuori altamente commossi, mi fecero conoscere immediatamente in tutto il loro orrore e nei più minuti particolari le scene strazianti che accompagnarono l’agonia di Santa Rosa, e la parte spietata che ebbe in esse il parroco di San Carlo, il padre Pittavino. D’altronde, se alcun dubbio mi fosse rimasto nell’animo su questo punto, la conferenza che io ebbi con questo sacerdote, lo avrebbe del tutto rimosso.

Infatti, portatomi in casa sua col mio collega il dottore Malinverni, immediatamente dopo che il mio amico avea chiusi per sempre gli occhi, io potei pur troppo argomentare dal contegno che egli serbò con noi quale avesse dovuto essere la sua condotta al letto del moribondo. Queste circostanze mi paiono poter conferire alle mie parole intorno ai casi della morte di Santa Rosa, l’autorità che si attribuisce ad un testimonio oculare. Ebbene, io dichiaro in piena coscienza, sull’onor mio, che quanto venne inserito nel Risorgimento su di essi, lungi di essere improntato di esagerazione, od essere dettato da indegnazione, fu scritto con quella moderazione che sapevamo conforme agli istinti dell’animo generoso e pio dell’estinto nostro amico. Il Risorgimento tacque molti particolari relativi al padre Pittavino per non renderlo maggiormente odioso alla già abbastanza concitata popolazione di Torino. Se i corrispondenti del mio fratello lo avessero di questi informato, se egli avesse conosciuto sino a qual punto di crudeltà può giungere un ministro dell’altare, quando infedele alle dottrine del Vangelo è dominato da fiere passioni di parte, io non dubito, che ad onta della grande divergenza che corre fra le nostre opinioni, egli avrebbe meco diviso la profonda indegnazione che io provai, e provo tuttora per atti che lungi dal poter essere ascritti a spirito di religione, non possono avere origine che dalle men nobili passioni del cuore umano.

Sin dall’istante del già accennato mio colloquio col padre Pittavino, io giudicai impossibile il rimanere dei padri Serviti in Torino, ed apertamente lo dichiarai a questo loro superiore. Se essi non fossero stati allontanati ed il Governo avesse voluto preservarli dallo sdegno universale, sarebbe riuscito indispensabile porre la capitale in istato d’assedio, e di contenere il popolo colle armi.

Forse questo era il vero scopo che il partito ultra-cattolico cercava di raggiungere.

Il Ministero operò egregiamente non cadendo nel tranello che gli si era preparato, quantunque per ciò egli abbia dovuto ricorrere ad una misura sino ad un certo punto extra-legale.

Amico quant’altri mai della libertà religiosa la più estesa, io desidero ardentemente di veder giungere il tempo in cui sarà possibile di praticarla da noi, quale essa esiste in America, mercé l’assoluta separazione della Chiesa dallo Stato. Separazione che io reputo essere una conseguenza inevitabile del progresso della civiltà, e condizione indispensabile al buon andamento delle società rette dal principio di libertà.

Ma fintantoché gli spiriti non sono preparati per questa grande riforma sociale, fintantoché l’educazione del clero non sarà indirizzata a questo santo scopo, ed una parte notevole ed autorevole di esso conserverà gelosamente le tradizioni dei tempi antichi, e si dimostrerà apertamente animata di sentimenti ostili alle istituzioni libere ed alla causa nazionale, fintantoché vi sarà una religione dello Stato, sarà forza sospendere l’applicazione di teorie di cui riconosco l’eccellenza e conservare delle antiche leggi quel tanto che è necessario per impedire che un partito oltremodo tenace, se non potentissimo, sotto pretesto di conquistare maggiori libertà ci ritorni al vecchio assolutismo, di cui ieri ancora era il più ardente fautore.

Queste spiegazioni varranno spero a porre in chiaro i veri miei sentimenti e a dimostrare ai suoi lettori, che il mio fratello cadeva in involontario errore, quand’egli asseriva che relativamente ai dolorosi casi della morte di Santa Rosa io fossi in disparere d’opinione cogli amici coi quali da oramai tre anni divido l’ingrato incarico di dirigere un giornale, che ha avuto sempre di mira il combattere gli eccessi dello spirito di parte, sia ch’esso si nasconda sotto il manto delle dottrine religiose, sia che egli rivesta le apparenze di un amore sviscerato per la causa della libertà.

Nella fiducia che ella vorrà dare luogo nel prossimo suo numero a questa mia lettera, ho l’onore di raffermarmi con distinta stima.

Devot.mo ed obb.mo servitore
C. Cavour


Allegati:
Versione pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *