[Le finanze dello Stato pontificio]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 23 del 25 gennaio 1848

Nell’assumere l’ingrato ed arduo ufficio di amministratore delle finanze pontificie, l’attuale egregio Tesoriere, monsignor Morichini, volle anzi tutto, far constare in modo solenne, qual fosse il vero stato del ramo importantissimo della cosa pubblica alle sue cure affidato. Epperciò in una accurata relazione, fatta stampare, rassegnata al Santo Padre, e distribuita ai consultori dello Stato, pose in chiara luce i risultamenti dell’amministrazione dei suoi predecessori, cominciando dalla ristaurazione, stabilì in essa quali fossero i pesi presenti, quali le necessità future cui era suo debito provvedere.

Col dare all’amministrazione della finanza dello Stato, mercé di quest’accurata relazione, una semi-pubblicità, monsignor Morichini non solo fece atto d’ottimo cittadino, ma si mostrò accorto uom di Stato, giacché la pubblicità è primo e indispensabile rimedio, senza il quale non si può provvedere in modo efficace alla cura delle piaghe economiche di un paese.

Se la pubblicità è utile al buon andamento di ogni ramo d’amministrazione, se è oramai riconosciuta essere principal motore del progresso delle moderne civiltà, è massimamente necessaria in tutto ciò che riguarda le pubbliche finanze. Ondeché non potrassi mai abbastanza raccomandare alla meditazione dei governanti il detto di un grande e virtuoso ministro: Doversi i fondi dello Stato custodire in casse di vetro.

La pubblicità ha non solo il merito di porre un freno agli abusi, alle malversazioni, alle prodigalità; ma ha ancora il vantaggio grandissimo d’impedire che voci ingannate o malevoli suscitino timori eccessivi, diffidenze esagerate sullo stato delle finanze misteriosamente amministrate.

Quando un Governo, il quale tiene segreta la sua contabilità, trovasi in circostanze difficili, ed è costretto a ricorrere a mezzi straordinari per sovvenire a straordinari bisogni, si crede subito ch’egli è ridotto a mal partito, che le sue finanze sono in gran dissesto, epperciò egli perde ogni credito presso i capitalisti. Questi erronei giudizi aumentano, le sue angustie reali, creandogli intorno nuove difficoltà; sicché, tornandogli quasi impossibile il contrarre un imprestito regolare, è costretto dar mano a rovinosi espedienti.

Queste verità saranno forse contrastate da taluno, che ci opporrà l’esempio delle nostre ben regolate finanze, le quali, senza l’aiuto della pubblicità, si mantennero sempre in floridissimo stato.

A questi risponderemo che un’eccezione non fa legge; che il Piemonte ebbe la buona sorte di essere retto per molti anni da ministri gelosi custodi del pubblico danaro; che quasi sempre i mezzi ordinari furono bastevoli a sopperire ai bisogni dello Stato; e che quando fu mestieri metter mano a mezzi straordinari, ciò fu in limiti così ristretti, per cause così evidenti, da non lasciare il menomo appiglio alla malafede più maligna, alla timidità più eccessiva: onde non è meraviglia che le nostre finanze sieno così salde benché amministrate senza il sistema della pubblicità, pel quale noi apertamente ci dichiariamo.

Ma, pur lodando i buoni effetti, non crediamo poter ugualmente lodare il principio; la prosperità presente non durerà sempre; a tempi favorevoli possono succedere tempi difficili; è saviezza procedere [sic] e provvedere a tali tempi, quando le nostre finanze, travagliate da grandi bisogni, dovranno farvi straordinario riparo; allora dico, e forse quel tempo non è lontano, anche il nostro Governo riconoscerà i benefici della pubblicità, e troverà in essa un potente sussidio a vincere gli ostacoli che gli si pareranno dinanzi.

Ma noi vogliamo sperare che l’illuminato e provvido nostro Governo non aspetterà i tempi della difficil prova per eleggere la miglior via, e per, dietro gli esempi altrui, porgere se stesso in esempio.

Ci sia lecito però rispettosamente esporgli, con piena convinzione, che se la pubblicità è efficace e principal rimedio per gli Stati le cui finanze sono in dissesto, essa lo è pure e con più ragione per quelli che le hanno in buon essere.

Però noi confidiamo ch’ei debba tanto più facilmente risolversi ad effettuare questo grande e salutare miglioramento amministrativo, che, in vece d’essere costretto, come monsignor Morichini, a rivelare i tristi effetti di un lungo mal governo, esso proverà, pubblicando i suoi conti, la soddisfazione di mostrare.

L’attento esame della lodata relazione del Tesoriere romano ci ha somministrata nuova e conveniente prova dell’utilità immensa che un governo lottante con serie difficoltà finanziere può ricavare da una sincera pubblicità.

Prima di aver sotto gli occhi questo documento, dando credito ai sinistri rumori che ne correvano, noi credevamo le finanze romane in condizione disperata, irresistibilmente trascinate nell’abisso del fallimento dai deficit che sopra i deficit si accumulavano; e così aperto il varco alla più spaventosa rovina. I fatti posti in luce dalla relazione di monsignor Morichini ci hanno non poco. rassicurati; e se da una parte dimostrano le finanze romane essere assai lungi da uno stato di prosperità, quale si desidererebbe, dall’altra ci convincono, non essere la loro salute al tutto disperata. Provano questi fatti come le difficoltà presenti fossero l’effetto d’una pessima amministrazione, il risultamento di false massime economiche, non che del pessimo ordinamento generale della cosa pubblica. Che perciò vi avrà modo di ristaurare anche la finanza romana, la parte forse di tutta l’amministrazione più manomessa nei tempi anteriori, quando si segua con efficacia il sistema di riforme nel quale il Santo Padre è entrato risolutamente, colla scorta non men valevole dei benemeriti e distinti cittadini che compongono la consulta di Stato, quel grande strumento di progresso che fu così felicemente inaugurato.

In fatti, ecco riepilogato, in poche parole lo stato delle finanze romane:

Reddito brutto
9.500.000scudi1
Spese totali
10.500.000»
Deficit annuale1.000.000»
Debito reale passato, fatto il diffalco delle rendite già acquistate dalla Cassa d’ammortamento e di vari crediti37.000.000»

Queste cifre non sono spaventevoli. Un paese che conta 3.000.000 d’abitanti, un territorio vasto e dei più fertili d’Italia, fra cui la parte delle Marche e delle Legazioni in istato di buona coltivazione, un paese che novera molte grandi e cospicue città, spiagge immense e due porti a cavaliere dei due mari, non è sul punto di fallire per ciò ch’ei deve sopperire ad una spesa annua di 60.000 [sic] lire, e perché trovasi gravato d’un debito minore di 200 milioni.

Si paragoni la condizione finanziera dello Stato pontificio con quella delle più fiorenti monarchie, dell’Inghilterra, della Francia, del Belgio, avuto riguardo alle rispettive loro popolazioni, e di leggieri si riconoscerà che il peso dell’annua spesa e quello del debito contratto è molto minore pel primo, che per questi ultimi Stati. Onde si può con certezza conchiudere che il male onde sono travagliate le finanze romane non è incurabile; che vi è mezzo di fare sparire il manco annuo senza menomare le spese produttive, ed in ispecie di [sic] quelle, oggi più che mai necessarie d’aumentar immancabilmente, le spese dell’armamento nazionale.

Torneremo fra poco e forse più volte, sull’importantissimo argomento delle finanze romane, e colla scorta dei cenni somministratici da monsignor Morichini; pigliando ad esaminare i vari rami delle entrate, le varie specie delle spese, tratteremo, secondo il poter nostro, de’ remedi ch’egli si propone di usare a tor via il crescente annuo deficit. Ci limiteremo oggi a pubblicare:

  1. Il prospetto delle spese e delle entrate appurate dal 1819 al 1846.
  2. Il bilancio presuntivo dell’anno 1848.
  3. Il prospetto dei debiti dello Stato.

Camillo Cavour


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