[La situazione politica]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 747 del 29 maggio 1850

Da qualche tempo dicesi che noi siamo silenziosi sulle cose che riflettono alle nostre condizioni di politica interna; questo silenzio ci venne notato da taluno al quale abbiamo risposto ciò che scriviamo ora pei nostri lettori. Se per politica interna s’intenda il giornaliero andamento delle Camere, ed il giudizio che se ne può trarre, noi crediamo di non aver mancato a questo obbligo: se poi per politica interna vuolsi accennare alle fasi ministeriali, alla posizione dei partiti, alle probabili eventualità della politica europea ed a quelle conseguenze che per noi potrebbero derivarne, allora confessiamo di trovarci alquanto in ritardo: ma la colpa non è nostra, la colpa è delle cose. Il giornalismo dovrebbe essere la guida dell’opinione pubblica, ma purtroppo spesse volte non può esserne che l’eco, e noi non potremmo altrimenti spiegare il nostro silenzio che col dire che nulla udiamo, nulla vediamo per ora che meritar possa di applicarvi seria attenzione. Abbiamo detto per ora, poiché se non ci inganniamo la presente calma non è che superficiale e serve forse a coprire disegni che si maturano nel silenzio.

E in verità chi assiste alle sedute della Camera dei deputati non può a meno di accorgersi di certi sintomi che risaltano agli occhi anche dei meno veggenti, benché passino per quanto pare inosservati a chi più dovrebbe importare. Chi non ha notato lo spopolamento progressivo dei banchi della destra, e l’opposto riempimento di quelli della sinistra? Chi non ha notato il contegno e l’aspetto del banco ministeriale quando volge lo sguardo a quel deserto lato che portava già un’infrangibile maggioranza?

Chi non s’accorge della rimessa e saltuaria polemica degli organi della stampa, e più, di quella della sinistra? Son forse questi segni di pace, di ravvicinamento d’animi, di speranza, o di migliorate interne condizioni? Vorremmo pur crederlo, ma dobbiamo confessare a noi stessi che il meno che possiamo augurarne si è che da questo spossamento dell’opinione pubblica, da questa aspettazione di un avvenire che lascia l’animo sotto il peso di lusinghe e di timori, poco di bene, di tranquillante possa venirne.

Le condizioni finanziarie del paese sono conosciute; solenni parole sonosi pronunziate nel Parlamento, ed ogni giorno che passa non ci allontana, ma ci avvicina forse ad una crisi; si parla dagli uni di proroga legale del Parlamento, dagli altri di proroga naturale (cioè per deficienza di deputati), si calcolano gli ostacoli, e secondo altri l’impossibilità di votare il bilancio del 1850 e le leggi di finanze prima di questa proroga; si accenna ad un nuovo imprestito, si votano ogni dì nuove spese, e la Camera è tranquilla, la destra più che tranquilla, il Ministero tranquillissimo! Nell’occasione del voto per la riscossione delle imposte, noi abbiamo dichiarato francamente la nostra opinione e il timore che esso non avesse un giorno a cadere sul Ministero e sulla maggioranza; abbiamo detto che il Ministero era d’allora in poi risponsabile della maggioranza, e ieri alla Camera fuvvi un momento in cui questa maggioranza sfuggiva agli occhi dei segretari e dei questori nel calcolare i voti.

Risalendo anche più in là, possiamo ricordare al Governo le nostre parole di energia all’epoca delle ultime elezioni e del trionfo dello scioglimento, ma non vorremmo ricordare a noi stessi le nostre previsioni a fronte di ciò che ci si para dinanzi.

Questa calma può dunque essere fallace; la situazione è grave, e può farsi gravissima se il Governo non si rialza con uno di quegli sforzi che lo salvarono già altre volte, mostrando ch’egli conosce la sua posizione, conosce la responsabilità che gli sovrasta. Non si illuda dunque più oltre, poiché, come sinceri amici suoi, ci crediamo in debito di avvertirlo che se qui non trattasi di sintomi che accusino di morbo acuto o violento, sono però sintomi che accennano a tal morbo che conduce ad uno scioglimento altrettanto sicuro, quanto lento e subdolo nel suo processo.

Non è per iscoraggiamento che così noi parliamo; poiché dal lato finanziario, come diceva con energica giustezza e verità il deputato Revel, un paese il quale non ha ancora pagato un centesimo di sovraimposta per quelle passività di cui conosce a fondo l’importare non può dirsi né esausto, né preso all’improvvista: dal lato politico poi, un paese che rispose alla chiamata del suo Re e del Governo con una maggioranza quale risultò dalle ultime elezioni, e che può dirsi il più tranquillo d’Italia e fra i più tranquilli d’Europa, non può chiamarsi un paese di sette, di partiti, di passioni ingovernabili.

Noi udiamo dire ogni giorno che il Piemonte va da sé, ed è un elogio giustissimo all’indole della nazione; ma non sappiamo se lo sia per chi lo governa e per lo stato in cui trovasi. Ad ogni modo la nostra opinione l’abbiamo espressa, ed un avvenire non remoto dirà se giuste erano le nostre previsioni e sincere le nostre parole.


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