[La Savoia, il Piemonte e la politica francese] [4]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 123 del 20 maggio 1848

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Il ministro degli Affari Esteri della Francia, dietro il desiderio espresso dall’Assemblea nazionale, ha pubblicato vari documenti relativi alle relazioni diplomatiche della Francia colla Sardegna. Noi ne riferiamo, in altre pagine del giornale, gli estratti dati dal Débats, dolenti di non averli trovati in extensum nel Moniteur.

Questi importantissimi documenti gettano novella luce sulla condotta del Governo provvisorio francese nella circostanza dell’invasione nella Savoia di bande rivoluzionarie partite da Lione, e confermano sempre più la fiducia che c’ispirava la politica di Lamartine. Vediamo infatti che, tosto giunta a Torino la nuova che Ciamberí era nelle mani degli invasori, l’incaricato d’affari francese, il sig. Bixio, si affretta di palesare apertamente al suo Governo la generale indegnazione destata in tutti gli animi contro la Francia, accusata di avere favorito un moto rivoluzionario in Savoia contro il re Carlo Alberto, mentre questi combatteva con tutta la nazione la causa della libertà.

Mentre l’incaricato d’affari a Torino scriveva queste franche parole, il sig. Lamartine assicurava al nostro ambasciatore a Parigi che il Governo francese era rimasto estraneo alla spedizione degli operai lionesi, e rinnovava le proteste le più pacifiche, le più amichevoli.

Nel rispondere a questa nota l’ambasciatore indica molti fatti tendenti a provare come alcuni agenti del Governo francese, ed in particolare il commissario straordinario a Lione, il sig. E. Arago, avessero apertamente favoriti i preparativi dell’invasione.

Replicando il sig. Lamartine cerca di discolpare gli agenti accusati, e, se non giunge a farlo vittoriosamente, prova almeno in modo incontrastabile, avere essi agito contro le intenzioni precise del Governo centrale.

Chiude questa serie di documenti un dispaccio del sig. Bixio, in cui, riferendo le spiegazioni provocate dai fatti della Savoia e dalla formazione dell’esercito d’osservazione sulla frontiera delle Alpi, annunzia avere dichiarato al nostro ministro Pareto, che la Repubblica non ha intenzione d’intervenire in Italia se non chiamata, oppure nel caso in cui l’indipendenza nazionale fosse seriamente minacciata.

Da questa corrispondenza, nella quale non si scoprono le traccie delle subdole arti diplomatiche, chiaro apparisce che il partito repubblicano moderato, fedele al programma del suo illustre capo, il sig. Lamartine, non cerca a promuovere il trionfo del principio che domina in Francia, coll’eccitare proditoriamente moti rivoluzionari nei paesi coi quali essa si professa in pace.

Quel partito sincero ed illuminato sa distinguere i veri interessi della causa della libertà, e quindi esso è convinto, che questa causa in Italia è strettamente collegata con quella del trono costituzionale di Carlo Alberto. Esso non mira ad introdurre fra noi le forme repubblicane che la nazione respinge unanimemente; vuole soltanto provvedere, al caso in cui le nostre forze non fossero bastevoli, a respingere per sempre al di là delle Alpi il dispotismo austriaco.

Siamo lieti di riconoscere dagli estratti dei dispacci officiali del sig. Bixio, che questo diplomatico, benché ispirato da quei sentimenti repubblicani di cui porse sì chiara prova nell’ultima rivoluzione di Parigi, ha saputo con piena imparzialità portar giudizio delle condizioni e del vero stato del nostro paese. Eguale è il contegno che il Governo provvisorio della Repubblica francese ha serbato verso di noi: contegno, che onora egualmente le due nazioni, e dimostra come la Francia sappia altamente comprendere la causa della libertà e dell’indipendenza dell’Italia.

La pubblicazione di questi documenti ci somministra nuovi motivi di confidare nella prudenza e nella sincerità del sig. Lamartine e del partito di cui egli il capo glorioso. Piaccia al Cielo, ch’egli trionfi dei pericoli da cui è circondato, e giunga a disfarsi dei promotori degli sconvolgimenti e dei torbidi, che minacciano di strascinare la società francese nella più tremenda catastrofe. Ad onta delle inquietanti notizie giunte oggi da Parigi, noi confidiamo che Lamartine e l’Assemblea nazionale usciranno vittoriosi dalla lotta terribile che il socialismo ha suscitato in Parigi. Se questo succede, noi guarderemo senza sospetti l’esercito delle Alpi.

Finché la politica francese sarà diretta da quel grand’uomo, finché avrà in Italia rappresentanti come il sig. Bixio, noi la consideriamo come un’armata di riserva, della quale potremo valerci in casi estremi.

Se un destino crudele rendesse vani il magnanimo ardire del Re, il sublime valore delle nostre truppe, e ci costringesse a piegare avanti alle forze prepotenti dell’Austria; se il teatro della guerra dall’Adige e dal Mincio venisse trasferito sulla Sesia e sulla Dora, in allora l’intervenzione francese non sarebbe dubbia, essa diventerebbe una tremenda necessità.

Ma il Cielo non vorrà condannarci ad una tanta disgrazia. Le nostre spade basteranno a respingere lungi dalla sacra terra d’Italia lo straniero, qualunque sforzo ei faccia per riacquistare il perduto dominio. La vittoria coronerà l’eroismo delle nostre truppe; ed in allora, se il potere di Francia è ancora, come lo speriamo ardentemente, nelle mani di Lamartine e dei suoi amici, il Governo di quella grande nazione sarà il primo a felicitare il re Carlo Alberto dell’avere fondato sulle basi della gloria e della libertà il trono costituzionale dell’Alta Italia.

C. Cavour



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