[La Savoia, il Piemonte e la politica francese] [3]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 90 del 11 aprile 1848

[3]

Molti sono disposti a credere che la Savoia fosse per trarre non lievi vantaggi finanzieri ed economici dalla sua riunione alla Francia, e che i suoi interessi materiali sarebbero da un tal fatto singolarmente vantaggiati.

Quest’opinione, ripetuta senza esame, e dagli uomini corrivi, è affatto erronea; crediamo facile il dimostrarlo in modo incontrastabile.

Dal punto in cui la Savoia fosse riunita alla Francia, dovrebbe, necessariamente sopportare la sua parte proporzionata dei pesi pubblici, del debito dello Stato. Ora, riferendosi ai tempi anteriori alla rivoluzione di febbraio, la quale certamente non avrà per effetto di alleggerire dazi o di diminuire il debito, i francesi dovevano pagare nell’anno corrente circa 1.400.000.000, cioè lire 40 in media per ciaschedun individuo. Il debito pubblico al primo gennaio superava quattro miliardi, ossia lire 120 circa per individuo.

In vece, i nostri Stati di terraferma non pagano oltre 80 milioni, ed il loro debito non ascende a 100 milioni; quindi ciascun individuo è mediamente tassato a 18 lire, ed è gravato verso i creditori dello Stato di un debito di lire 19.

Queste cifre non hanno bisogno di commenti. Bastano da sé a provare qual genere di contratto farebbe la Savoia scambiando il regime finanziario nostro col regime francese.

Si vorrebbe forse sostenere che il modo col quale la ripartizione delle gravezze si opera in Francia è più favorevole alle classi meno agiate di quello in vigore da noi? Nulla di più falso.

Tutti i dazi che paga la Savoia esistono in Francia, e ve ne sono molti da cui essa va esente; come, a cagione d’esempio, il dazio sulle successioni dirette, quello sulla circolazione dei liquidi ed altri molti. Si aggiunga inoltre che la percezione francese è assai più rigorosa della nostra. Dunque la Savoia, nel separarsi da noi, avrebbe a pagar gravezze molto maggiori, e soggiacerebbe a misure fiscali assai più vessatorie di quelle cui è ora sottoposta.

Né pensiamo che uomo di senno possa combattere le nostre asserzioni, col contrapporre allo stato finanziario attuale della Francia le speranze economiche che alcuni accolgono dall’applicazione delle dottrine socialiste di una parte dei reggitori di quel paese. I più zelanti ammiratori del sig. Louis Blanc, lo stesso estensore del Messaggiere, ne siamo certi, non possono negare che, qualunque abbiano ad essere le lontane conseguenze degli sforzi per organizzare il lavoro di questo grande economista, per ora esso non è riescito se non a cagionare ai capitalisti disastri impareggiabili, ed agli operai una quasi universale miseria.

I savoiardi, uomini pratici e di buon senso, non badando, per nulla ad inconcepibili teorie, non sentono il menomo desiderio di vedere il loro paese partecipare ai poco lieti esperimenti socialisti del Governo francese. Se prima della rivoluzione l’unione colla Francia doveva essere per loro di scapito dal lato dell’interesse pecuniario, ora produrrebbe uno sconvolgimento economico, che non ha pari nella storia degli ultimi tempi, e che dee spaventare i più arrischiati rivoluzionari.

Lasciate le considerazioni relative alle finanze, gli avvocati dell’unione diranno forse ch’essa recherebbe tali vantaggi all’agricoltura, all’industria ed al commercio da compensare largamente le maggiori esigenze delle finanze francesi.

Quest’asserzione è pure destituita di fondamento. Il prodotto medio delle terre della Savoia basta, se non eccede la consumazione dei suoi abitanti. I prezzi dei cereali sono d’ordinario più elevati a Chambéry ed Annecy che a Grenoble ed a Lione. L’esportazione per la Francia non sarebbe profittevole, quand’anche non vi esistessero più dogane. Dopo l’unione, le esportazioni della Savoia sarebbero ristrette, come ora, a Ginevra ed ai vicini cantoni svizzeri.

L’abolizione della dogana sarebbe più di nocumento che di vantaggio al commercio dei vini. Il solo ramo d’industria agricola che sarebbe favorito, si è quello dell’educazione del bestiame. Intorno al quale è necessario tuttavia osservare che l’ultimo trattato stipulato colla Francia avendo scemato d’assai i dazi d’entrata sul bestiame in quel paese, il maggior benefizio sperabile si restringerebbe a 30 lire per ogni bue, ed a 15 per ogni vacca.

Questo tenue benefizio sarebbe più che annullato dalla perdita dei privilegi di cui godono i caci del Piemonte, ove se ne fa una così abbondante incetta, e dai dazi cui dovrebbero pagare i molti muli e cavalli che ogni anno si spediscono da questa parte dell’Alpi.

Insomma, l’agricoltura non migliorerebbe quando il paese venisse sottoposto al dominio francese. Si noti poi che negli anni di cattiva ricolta la Savoia, lontana dalla frontiera marittima della Francia, con una linea di dogana a fronte di qua dalle Alpi, avrebbe a pentirsi in breve del rovinoso cambio.

Certo, se mentre la carestia tormentava la Savoia, or son dodici mesi, essa non avesse potuto valersi liberamente delle nostre melighe e dei nostri risi, avrebbe avuto a sopportare ben altri disagi di quelli che l’afflissero.

L’industria sarebbe essa più favorita dell’agricoltura? No certamente. Le fabbriche di panni, le fonderie incontrerebbero nelle fabbriche francesi una disastrosa concorrenza. Le filature di cotone, quelle d’Annecy in ispecie, forse non iscapiterebbero, e potrebbero lottare contro le filature dell’Alsazia e della Normandia, ma non certamente con maggiore utile di quello che conseguono sui mercati del Piemonte. Le fabbriche di seterie poi patirebbero danni grandissimi. La materia prima tornandole più cara, con minor utile somministrerebbero di stoffe unite i mercati americani.

Considerati in complesso gli stabilimenti industriali attualmente esistenti in Savoia, si può asserire che i danni prodotti dall’unione sarebbero maggiori dei benefizi. Non negheremo tuttavia l’utilità che all’industria ridonda dal potere liberamente sfogare, senza inciampo di dazi, i suoi prodotti sopra un vasto mercato, come è quello che porge la Francia ai fabbricanti nazionali.

Ma un tale vantaggio la Savoia lo conseguirà col rimanere unita al Piemonte. Mercé della lega doganale e delle leghe politiche probabili, i prodotti che scenderanno dall’Alpi potranno smerciarsi senza ostacoli in tutte le città d’Italia, e quindi le fabbriche del ducato disporranno di un mercato esteso quanto quello della Francia, e ad esse più favorevole, perché non avranno ad incontrarvi tanti e così formidabili rivali.

Si farà valere forse ancora in favore della riunione l’interesse di una industria propria dei paesi di montagna e della Savoia in ispecie, quella dei lavoranti che emigrano ogni anno alla ricerca di lavoro in Francia, e mandano o portano alle case loro parte della guadagnata mercede.

Ma si può rispondere che le linee di dogana non nuociono a questo ramo d’industria, il quale per lo passato prosperava singolarmente a motivo dell’ottima fama che i buoni savoiardi si erano acquistata nelle maggiori città della Francia. Questa sorgente di benefici del paese viene, egli è vero, momentaneamente chiusa dalle vicissitudini politiche. I commissari del Governo provvisorio francese sono costretti, dalle calamità dei tempi, a respingere oltre le frontiere, in nome della libertà e della fratellanza, gli operai forestieri. Questo, lo confessiamo, è un danno grave da cui la Savoia andrebbe esente, se riconoscesse l’impero dei dominatori di Parigi. Ma lascio a chiunque abbia la menoma relazione colla Francia, il giudicare se questo benefizio non s’acquisterebbe a prezzo esorbitante, se per conseguirlo dovessero quelle pacifiche ed industriose contrade essere sottoposte al potere dittatoriale di cui sono investiti i proconsoli del signor Ledru-Rollin.

Io credo che gli abitanti della Savoia preferirebbero le mille volte il mantenere gratuitamente i loro fratelli scacciati dalla Francia, anziché vedere le loro città ridotte allo stato in cui trovansi ora Lione e Parigi.

Ci rimane ora ad esaminare la questione della riunione dal lato del commercio.

Col diventare francese, la Savoia cambierebbe un sistema doganale, il quale certamente non è molto razionale, con un altro le mille volte peggiore. Ad una tariffa già soverchiamente protettrice, ne verrebbe sostituita una assai più illiberale; ed invece di doganieri, che siamo lungi dal rappresentare quai modelli di gentilezza e di urbanità, ma che sono tuttavia discretamente tolleranti, avrebbero ad essere sottoposti ad una amministrazione, che è giustamente tenuta per la più vessatoria, la più inquisitoriale dell’Europa. Chiunque abbia fatto il viaggio di Parigi, può giudicare qual vantaggio il commercio ed i viandanti della Savoia ritrarrebbero dall’essere gli attuali nostri doganieri surrogati da doganieri francesi.

Notisi che dal lato delle facilitazioni commerciali non havvi nulla da sperare dal nuovo Governo francese. La frazione di esso che segue la bandiera del sig. Louis Blanc, odia più d’ogni altra cosa, la concorrenza industriale; e quindi ritiene le dottrine della libertà commerciale quale spregevole errore di quella povera scuola economica, che si ostina a non rinnegare Smith, Say e Malthus per abbracciare i dogmi socialisti.

L’altra frazione più moderata del Governo provvisorio, guidata dal sig. Armando Marrast, è devota alla causa protezionista, ed apertamente ostile ad una politica commerciale liberale.

Ciò essendo i popoli che si riunirebbero ora alla Francia correrebbero il rischio di vedere ancora innalzate le già eccessive barriere fiscali, che separano quel paese dal rimanente del mondo.

Le dogane vessatorie nuocerebbero al commercio della Savoia, e diminuirebbero certamente il numero dei viaggiatori, che ogni dì da Ginevra si recano ai numerosi stabilimenti termali che possiede il paese, oppure vanno peregrinando nelle severe ed imponenti vallate che circondano il monarca delle Alpi, il sublime Mont-Blanc.

Ma che commercio potrebbe sperare la Savoia quando fosse ridotta ad un dipartimento della Francia? Relegata in un angolo delle frontiere, rimarrebbe sempre estranea ad ogni qualunque rete di strade ferrate, destinate a costituire le comunicazioni primarie del paese. Mentre, invece, se ella rimane unita a noi, ragioni di equità, come pure di vicendevole interesse, spingeranno il Governo a stabilire per la Savoia ed il Piemonte le più facili comunicazioni possibili, e ad effettuare la più sublime delle imprese industriali, quella che deve giungere a praticare una strada ferrata in mezzo alle radici stesse delle nostre Alpi giganti.

La strada ferrata da Genova e Torino a Lione per la Savoia, è per noi una questione vitale; essa deve esercitare un’influenza benefica, immensa, sulle condizioni economiche delle nostre contrade, essa deve contribuire potentemente allo svolgimento delle incalcolabili risorse della vallata del Po. Quindi abbiamo fede nella realizzazione di questo stupendo progetto, già approvato in massima dal gran re Carlo Alberto; la sua esecuzione non incontra ostacoli insuperabili, non ancora previsti dall’arte.

Ma se le due falde dell’Alpi cessassero di far parte della medesima patria; se la Francia estendesse il suo dominio sino alle vette delle nostre montagne, la grande ma costosissima strada ora in discorso non si eseguirebbe mai più. E ciò perché non tornerebbe in acconcio alla Francia il sottostare ad immensi sacrifizi per costrurre una strada, giovevole bensì ad alcuni suoi dipartimenti alpestri, ma nociva essenzialmente a quel grande emporio di Marsiglia, che fu sempre trattato qual figlio prediletto.

Questi brevi ragionamenti provano adunque, che tanto dal lato del commercio, quanto da quello dell’industria e dell’agricoltura, gli interessi della Savoia sono in armonia con i suoi sentimenti politici, e li spingono egualmente a rimanere saldamente riuniti a quella gloriosa monarchia, di cui furono la più antica base, e di cui ora sono una delle parti le più distinte e le più importanti.

C. Cavour


Allegati:
Versione pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *