[La Savoia, il Piemonte e la politica francese] [2]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 89 del 10 aprile 1848

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I popoli della Savoia respingendo con unanime e spontaneo impulso l’anarchia che alcuni traviati o perversi volevano introdurre nelle loro contrade, diedero chiaramente a vedere quali siano l’ottimo senso pratico, il retto giudizio di cui sono dotati. Nel mentre dimostravano in modo così splendido il loro amore pel Re e la Costituzione, il loro fermo proposito di rimanere uniti al ramo ligure-piemontese della gran famiglia italiana, essi provavano altresì al paese ed all’Europa essere essi altrettanto alieni dalle avventate utopie rivoluzionarie, quanto amici ardenti della vera libertà.

I gloriosi avvenimenti di Ciamberì debbono distruggere affatto la falsa opinione in molti invalsa, desiderare la Savoia la sua riunione territoriale colla Francia, come ai tempi della prima repubblica e dell’impero. Quest’opinione, la quale forse non era priva di fondamento alcuni mesi sono, è ora del tutto erronea.

I fatti ne fanno fede, come il ragionamento dimostra che i sentimenti reali, le simpatie popolari, gli interessi economici tendono egualmente a cementare l’unione con noi di quella nobil parte del regno.

Da molto tempo i savoiardi erano maturi per la libertà. Quindi andava in essi crescendo il desiderio di vedere la loro patria dotata di larghe istituzioni costituzionali in armonia colle necessità. Fintanto che questo desiderio non fu soddisfatto, fintanto che si mantenne fra noi il sistema assoluto, del quale il Re si valse per iniziare, mercé un sicuro ma lento tirocinio, i suoi popoli alle libere istituzioni, molti fra di essi guardavano con occhio d’invidia la sponda destra del Rodano, ove il regime costituzionale era in vigore; alcuni forse nutrivano nel cuore il segreto desiderio di essere riuniti alla Francia per entrare in immediato godimento della libertà politica.

Ma i portentosi evenimenti accaduti dopo il principio dell’anno dai due lati delle Alpi, hanno interamente mutate le condizioni relative degli abitanti della Savoia e della Francia; ed hanno perciò essenzialmente modificati quei sentimenti testé accennati. Le sorti delle popolazioni francesi hanno cessato di eccitare l’invidia dei savoiardi: nessuno di essi conserva la più leggiera ostilità pel sistema costituzionale che ci governa.

A rendere incontrastabile questa nostra asserzione, basta il porre a confronto, lo stato attuale dei due paesi fra cui giace la Savoia. Da noi un savio ed illuminato monarca, con atto spontaneo, seppe soddisfare a’ legittimi desideri dei suoi popoli. Con conferire loro uno statuto saviamente liberale, con stabilire l’elezione su base larghissima, egli fece la sua nazione pari a quelle più inoltrate nella via dei progressi politici. Di più quel medesimo monarca, animoso quanto savio, generoso quanto illuminato, non dubitò dichiararsi al cospetto dell’Europa, senza invocare l’aiuto di alcuna potenza straniera, il campione dell’indipendenza italiana, cioè della libertà europea.

Questa magnanima politica, sia all’interno che all’estero, ha eccitato l’ammirazione e la riconoscenza dei savoiardi. Essi ora vanno gloriosi di essere annoverati fra i popoli che seguitano la bandiera di un Principe, che, affidando la custodia della sua famiglia e del regno ai cittadini armati, si fece capo della santa crociata che deve scacciare i barbari dall’Italia, ed assicurare sopra indistruttibili basi la libertà e la civiltà dell’Occidente.

Mentre questi fatti gloriosi si compivano da noi, una rivoluzione terribile, giustamente provocata, balzava dal trono la dinastia d’Orléans, e sostituiva alla monarchia una nuova forma di governo; la quale, sotto il nome di repubblica, deve tentare l’applicazione dei più avventati sistemi socialisti, male stati definiti sinora dagli uomini stessi meramente teorici.

Non biasimiamo la rivoluzione di febbraio. Il governo di Luigi Filippo era a ragione odiato dalla Francia, e doveva necessariamente essere mutato. Un cambiamento regolare e pacifico sarebbe stato, ci pare, più conforme ai veri interessi del paese; ma rispettiamo i decreti della Provvidenza che vollero punire la corruzione e l’intrigo, innalzati alla dignità di sistema politico, con una terribile catastrofe.

Non faremo il confronto del sistema costituzionale in vigore da noi col sistema repubblicano. Giacché, lo ripetiamo, il sistema che vuolsi stabilire in Francia, ha bensì delle analogie colle repubbliche esistenti sul vecchio e sul nuovo continente, ma esso riposa sopra idee ben diverse da quelle che informano le costituzioni svizzere od americane, esso tende a ben altro scopo di quello raggiunto in quelle contrade. La Francia è stata lanciata con un temerario coraggio nelle vie dell’incognito. Essa naviga senza bussola, sopra un mare ignoto, alla ricerca di un ordinamento sociale che deve far sparire da mezzo a noi la povertà e la miseria, ma che sinora le menti le più ardenti, le immaginazioni le più audaci, non seppero formulare in modo alquanto preciso e razionale.

Noi desideriamo, dal più intimo dell’anima, che gli audaci sperimenti tentati in Francia sortano un esito felice; ma pur troppo non possiamo avere fede in un sistema che, nell’intento di costrurre un nuovo edifizio sociale su basi più eque e più solide, comincia dal rovesciare repentinamente l’edifizio esistente, ed a coprire il paese di spaventose rovine.

Qualunque essere debbano d’altronde i futuri destini della Francia; qualunque vantaggio abbia da ritrarre in un avvenire non prevedibile l’umanità dalle annunziate riforme sociali, egli è indubitato ch’esse sono causa per ora d’infiniti disastri, di una crescente miseria, di universali dolori.

Lo stato attuale dei nostri vicini è lagrimevole, non può destare l’invidia degli assennati savoiardi. Lo spettacolo che a loro porge la città di Lione, colla quale hanno tante relazioni, è tale da inspirar loro un fondato terrore, una giusta antipatia per qualunque tentativo repubblicano socialista.

Possiamo quindi dichiarare che, benché i sentimenti e le idee dei popoli della Savoia siano tuttora, come per lo passato, schiettamente liberali, essi non provano più il menomo desiderio di separarsi da noi per procacciarsi maggiore libertà, più ampi diritti politici, una miglior forma di governo di quella che lo Statuto e la virtù del re Carlo Alberto assicura.

Posti fra la monarchia assoluta in Piemonte e la costituzione francese, molti savoiardi potevano essere disposti a sagrificare la loro nazionalità per acquistare i diritti cittadini. Ma fra la repubblica socialista proclamata a Parigi ed il trono veramente liberale di Torino, non v’è dubbio per chiunque non sia acciecato dall’ambizione o da insane passioni. L’accordo mirabile di tutte le popolazioni della Savoia nel rovesciare l’usurpazione repubblicana è una prova manifesta della verità di questa sentenza.

La ragion politica tende adunque a cimentare l’unione della Savoia con noi. Vi concorrono pure ragioni economiche e finanziarie, come ci proponiamo di dimostrare in un prossimo foglio.

C. Cavour


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