[La Savoia, il Piemonte e la politica francese] [1]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 86 del 6 aprile 1848

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Ci è di somma soddisfazione potere annunziare che la generosa popolazione di Ciamberì ha saputo con impeto spontaneo liberarsi da quelle orde di operai fuorusciti, che, approfittando dello stupore ispirato nel pubblico dall’inconcepibile condotta delle principali autorità militari e civili, avevano invaso la città e proclamata una forma di governo contraria ai voti ed agli interessi dell’immensa maggioranza dei savoiardi.

Lode, mille volte lode a questi nostri animosi concittadini d’oltr’Alpi, che hanno conservato incontaminato l’onore della patria, l’integrità del paese, che il magnanimo nostro Re affidava alla loro fedeltà quand’ei partiva coll’intero esercito per compire la liberazione dell’Italia.

Le popolazioni della Savoia hanno pienamente corrisposto all’aspettativa del paese; non si lasciarono abbagliare dalle lusinghiere promesse di alcuni sfrenati repubblicani; non si lasciarono imporre il funesto dono di una libertà senza ordine e senza limiti, la quale trae seco le più amare conseguenze, la rovina del commercio, il decadimento dell’industria, la miseria, le discordie civili, l’oppressione delle classi colte ed illuminate dalla forza brutale delle masse ineducate.

Col serbare intatte le libertà costituzionali, col rimanere fedeli alla antica e gloriosa bandiera, all’ombra della quale crebbe la monarchia, i savoiardi diedero al mondo non dubbia prova del loro alto e generoso sentire e del loro retto giudizio.

La condotta della Savoia in queste gravissime circostanze fa più sacro il dovere imposto al Governo di promuovere assiduamente gli speciali interessi di quella importantissima frazione dei nostri Stati; e impone a noi tutti liguri-piemontesi un debito di riconoscenza e d’affetto, a cui le libere nostre istituzioni ci porgono il mezzo di soddisfare.

Noi non dubitiamo che il Ministero e le Camere si dimostrino penetrati dei sentimenti di cui ci siamo fatti interpreti. Ma, prima ancora che sia possibile il procurare alla Savoia quei miglioramenti legislativi che il suo bene richiede, è stretto dovere del Governo il dare una piena soddisfazione alla legittima, indignazione che anima l’intero ducato contro le autorità che abbandonarono il loro posto nell’ora del pericolo; è stretto dovere suo il richiamare immediatamente il governatore e l’intendente generale di Ciamberí.

I fatti hanno dimostrato che alcuni provvedimenti energici dati dalle autorità avrebbero bastato a preservare la capitale della Savoia dalla vergogna di soggiacere, anche per poche ore, al dominio di bande, più traviate che perverse, che erano state tratte in inganno sullo stato dell’opinione pubblica. Queste bande erano malamente armate, composte di genti più avide di lavoro e desiderose di cercar il mezzo di campar la vita, che animate da uno spirito ardente di propagandismo.

Il Governo provvisorio francese non favoriva questa stolta impresa; anzi la impedì, per quanto il consentissero i debolissimi mezzi repressivi di cui ora dispone. Vi si sarebbe forse opposto con maggiore energia, se non l’avesse ravvisata priva d’ogni elemento di riuscita.

E difatti, se per alcun tempo venne fatto a quei disgraziati di contaminare col loro impeto il suolo sabaudo, fu colpa sola, fu colpa intera dei rappresentanti del nostro Governo.

Nel proclamare questa triste verità, nel provocare un atto di solenne e severa giustizia, compiamo una dolorosa missione. Ma tradiremmo la nostra missione, ci mostreremmo indegni di essere uno degli organi della pubblica opinione, se considerazione di persone e di amicizia ci vietasse di rendere avvertito il Ministero che se conservasse nei loro impieghi il governatore della Savoia e l’intendente di Ciamberì, esso metterebbe in pericolo la pace del paese, assumerebbe sul suo capo una gravissima responsabilità, di cui gli si chiederebbe ragione nel seno del Parlamento.

Lungi da noi il pretendere che gli errori di un giorno nefasto tolgano i meriti di una lunga ed onorata carriera militare. Noi conosciamo il coraggio del generale Olivieri. Corra egli dunque senza indugio all’esercito: quivi gli sarà facile con atti d’intrepida prodezza il far dimenticare i falli che pesano sul suo nome!

Nell’invocare questi atti severi, compiamo ad un pieno e doloroso dovere verso i nostri concittadini della Savoia. Adempiremo un’altra volta un più gradito ufficio col farci gl’interpreti dei loro legittimi desideri dei loro voti, delle loro fondate speranze, consacrando così loro parte dei nostri studi e dei nostri lavori.

C. Cavour


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