[La rivoluzione di febbraio. 4. I partiti]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 125 del 22 maggio 1848

Il Governo provvisorio che uscì dalle barricate di febbraio, venne composto di persone rappresentanti i vari partiti che avevano cooperato alla distruzione del trono di Luigi Filippo ed all’istituzione della repubblica. Questi partiti, divisi in quasi infinite frazioni, possono distinguersi in tre categorie affatto distinte.

I repubblicani moderati, che vogliono costituire un governo schiettamente democratico, e mirano a migliorare le condizioni delle classi le più numerose, senza rovesciare l’ordine sociale attuale. Questo partito somministrò il maggior numero dei membri del Governo provvisorio, Lamartine, Garnier-Pagès, Marrast, e vari altri; e conservò per organo principale nella stampa periodica il National.

I repubblicani estremi formano un secondo partito. Uomini più di passioni che di dottrine, spinti da istinti violenti e guidati da nessun sistema, atti a distruggere, inabili ad edificare, amanti le rivoluzioni, non come mezzo di giungere ad un preciso scopo, ma come una condizione normale dello Stato, essi cercano di fondare sulla violenza e sul terrore un governo che, coll’opprimere i ricchi e gli educati, riesca grato alla parte meno onesta e la più brutale della plebe. Questo partito fu rappresentato nel primo Governo provvisorio dal famoso Ledru-Rollin e dal suo satellite Flocon, e nella stampa dal periodico la Réforme.

Il terzo partito abbraccia le varie famiglie socialiste, dagli Icariani del sig. Cabet ai seguaci di Louis Blanc. Debbesi però, dal lato politico, far un’eccezione pei fourieristi, i quali, tenendo per sacro il diritto di proprietà e biasimando i mezzi violenti, si accostano, nella pratica, ai repubblicani moderati. I socialisti contarono due membri nel Governo dell’Hôtel-de-Ville, Louis Blanc e Albert; la prefettura di polizia fu affidata a uno di essi, il signor Caussidière. Un gran numero di fogli venuti in luce dopo la rivoluzione propagano in mille guise diverse le loro strane dottrine.

L’accordo che presiede alla formazione del Governo provvisorio, non durò a lungo. I membri socialisti, abbandonata ai loro colleghi la direzione della politica, sia interna che esterna, cercarono a stabilire nel palazzo del Lussemburgo, sotto il nome di commissione per l’organizzazione del lavoro, un governo dal quale dipendessero esclusivamente gli operai di Parigi e della Francia.

I repubblicani estremi, non paghi della parte ad essi accordata dal nuovo Governo, gelosi dell’influenza ognor crescente che Lamartine andava acquistando, irritati di vedere il Governo rientrare nelle vie regolari, ad onta delle scappate rivoluzionarie del Ledru-Rollin e di alcuni suoi commissari dipartimentali, ricominciarono tosto ad agitare le masse, ad ordinare nuove congiure, nuove sollevazioni.

Uniti ai socialisti, a quelli estranei al Governo come a quelli che ne facevano parte, essi tentarono sin dal mese di marzo d’impadronirsi del potere, mediante un moto popolare. Il tentativo essendo andato fallito mercé l’energia della Guardia nazionale, essi rimandarono l’esecuzione del loro progetto sin dopo le elezioni dell’Assemblea nazionale, ch’essi speravano dovere tornare loro favorevoli. Intanto si applicarono ad ordinare, ad aumentare ed infiammare i loro aderenti per mezzo dei clubs e delle pubblicazioni le più incendiarie.

Le elezioni, benché ritardate e preparate con ogni arte peggiore dagli emissari del sig. Ledru-Rollin, riuscirono in complesso altamente favorevoli alle opinioni moderate. Gli uomini esaltati, e segnatamente i socialisti, non uscirono vincitori dall’urna elettorale che in pochi distretti. A Parigi stessa, ad onta della preponderanza numerica degli operai, i deputati prescelti sarebbero stati tutti della parte moderata, se gli uomini politici ch’essa vanta, Lamartine ed il National, non si fossero adoperati per far riuscire la candidatura di tutti i membri del Governo provvisorio, e quella altresì di alcuni nomi delle parti estreme, del sig. Caussidière in particolare.

Riunitasi l’Assemblea nazionale, la preponderanza numerica del partito repubblicano onesto riuscì evidente. Pareva quindi naturale che il nuovo potere esecutivo fosse composto in modo omogeneo, di uomini di opinioni conformi a quelle di Lamartine, chiamato a esserne il capo. Ma questi non volle separarsi in modo completo dagli antichi suoi colleghi, che rappresentavano i repubblicani esagerati, e trovò modo di far nominare nella commissione esecutiva Ledru-Rollin, e Flocon nel Ministero. Questa determinazione, stata aspramente biasimata come un atto di debolezza, ebbe però il vantaggio di allontanare dal nuovo Governo il sospetto di reazione che cominciava a colpire la nuova Assemblea, di ravvicinare alcuni dei repubblicani dissidenti meno fanatici, e fors’anche di ricondurre il Ledru-Rollin, addolcito da una nuova investitura del potere, ad idee più moderate.

Il partito vinto nelle elezioni si preparò alla pugna. I clubs, di cui disponeva quasi esclusivamente, gli somministravano truppe numerose, sempre pronte all’azione. I capi aspettavano un’occasione, e preparavano un pretesto. La gran festa nazionale, annunziata pel 14 corrente, dovendo provocare un immenso concorso di gente dalle provincie, essi credettero che questa sarebbe un’occasione propizia. L’essere stata prorogata dal Governo la festa, in vece di distoglierli dal loro proposito, li confermò in esso; giacché questo atto produsse nei provinciali accorsi inutilmente a Parigi un grandissimo malumore. Stabilita l’occasione, non mancarono i pretesti. Prescelsero quello della guerra in favore della Polonia, onde ottenere il concorso di tutti coloro che in Francia sono spinti da un irresistibile spirito guerresco, ed approfittare delle disposizioni bellicose delle masse.

Con questi artifizi i capi rivoluzionari giunsero a radunare un assembramento di 60.000 uomini, col quale attaccarono, invasero e dominarono l’Assemblea nazionale. Se il Governo ed i ministri fossero stati più accorti e più decisi, facile cosa sarebbe stata reprimere questo tentativo rivoluzionario prima che egli scoppiasse. Ma, sia cecità e debolezza nei capi, sia tradimento negli agenti del potere, sia ancora speranza di compromettere una volta il partito estremo, l’Assemblea nazionale fu lasciata senza difesa, esposta agli insulti di una plebe fanatica.

Gli esaltati furono per tre ore padroni dell’Assemblea. Barbès, Blanqui e Louis Blanc dominarono senza contrasto nel gran consesso nazionale. Dopo di avere promulgati con l’assenso, non già dei deputati del popolo silenziosi od assenti, ma dei loro sicari che invaso avevano le sale delle deliberazioni, ogni specie di decreti sanguinari ed assurdi, essi credettero potere rinnovare il dramma di febbraio, recandosi dall’assemblea al Palazzo di città, per ivi costituirsi in governo provvisorio.

Ma là gli aspettava il fato dell’uomo di cui essi ambivano farsi i servili imitatori, di Massimiliano Robespierre. Come questi, essi furono arrestati nelle sale del palazzo civico dalla Guardia nazionale e dal popolo sdegnati dell’insulto fatto ai rappresentanti della nazione, e condotti nel forte di Vincennes.

L’Assemblea, liberata de’ suoi invasori, ricominciò le sue sedute, senza dar segno né di sgomento, né di desiderio di vendetta. Ascoltò sdegnosa la giustificazione di Louis Blanc e di Caussidière, ma coperse di un indulgente silenzio la condotta assai biasimevole del potere esecutivo. Quindi ricominciò i suoi lavori legislativi.

Gli avvenimenti del 15 maggio sono per la Francia e per l’Europa d’immensa importanza. Il partito dell’ordine e della moderazione ha provato ch’esso era incontrastabilmente il più forte. A Rouen questo partito per trionfare aveva dovuto ricorrere al mezzo estremo delle armi. A Parigi gli, bastò spiegare le immense sue forze per costringere i suoi avversari a deporre ogni idea di resistenza.

Dopo una tale dimostrazione in favore dell’Assemblea nazionale, si può asserire che nessun ostacolo materiale non si opporrà al compimento della grand’opera affidata alle sue cure. Ce ne rallegriamo di tutto cuore, giacché siamo convinti che essa è chiamata a dimostrare al mondo se sia possibile di risolvere il maggior problema dei tempi moderni, quello cioè di costituire una grande repubblica democratica unitaria, nella quale, sopra la base la più larga, la più popolare possibile, venga costituito un potere centrale investito di maggiore autorità che qualunque sovrano esistente.

Dalla soluzione di questo problema in Francia pendono in parte i destini dell’umanità.

Quale sarà questa soluzione? Favorevole o contraria a questa nuova forma politica non ancora esperimentata nel mondo? Nessuno può rispondere anticipatamente a queste tremende quistioni. L’avvenire da noi non preveduto pronuncierà su di esse, e alla sua sentenza dovranno adattarsi in un tempo più o meno remoto tutte le nazioni europee.

C. Cavour


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