[La rivoluzione di febbraio 3. L’organizzazione del lavoro]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 69 del 17 marzo 1848

Le dottrine socialiste o comuniste relative alla distribuzione delle ricchezze, già esaminate da noi nel num. 64 di questo giornale, non paiono sin’ora dover essere accolte con favore in Francia, sia dal popolo, sia da coloro cui fu affidato il supremo potere. Nessun atto del Governo provvisorio, nessuna manifestazione popolare lascia travedere la ben che remota intenzione di ledere il diritto di proprietà, il quale anzi viene da tutti proclamato come inviolabile e sacro. Questa solenne prova del buon senso della nazione francese non ci stupisce, giacché reputavamo affatto contrarie all’indole sua le astratte e nebulose idee, nelle quali si avvolge il comunismo germanico, quando intende regolare il riparto delle ricchezze sociali.

Ed in questa nostra opinione, fondata già sulla comune conoscenza del carattere di quella nazione, eravamo stati confermati dagli avvenimenti politici di Ginevra, da noi attentamente studiati.

Il potere supremo in questa città, popolata di operai che hanno coi francesi comune l’indole e la lingua, cadde ora sono diciotto mesi nelle mani della parte estrema democratica. Il partito vittorioso riordinò il paese dietro i principi da esso professati, esagerando in certo modo il sistema americano. Ne risultò un sistema di governo, che siamo lontanissimi dall’approvare, che anzi reputiamo assai men buono di quello che venne rovesciato; ma che non può accagionarsi della menoma tendenza comunista. Gli operai di Ginevra, sia detto ad onor loro, seppero resistere agli eccitamenti degli operai tedeschi, e fondare un governo che non è certamente il migliore possibile, ma che rispetta e fa rispettare pienamente le basi fondamentali dell’ordine sociale: la famiglia e le proprietà.

L’esempio di Ginevra c’ispira qualche fiducia nell’esito finale degli esperimenti che si tentano in Francia: e questa fiducia sarebbe intera, se la popolazione francese avesse raggiunto quell’alto grado d’incivilimento e d’istruzione che i ginevrini hanno acquistato mercé tre secoli di libertà religiosa e civile.

Se, come già abbiamo osservato, il Governo provvisorio ha rispettate le leggi sociali, che regolano la distribuzione della ricchezza, e serbato illeso il diritto di proprietà dai maggiori insulti del comunismo, esso ha inconsideratamente accolto la parte meno assurda, la più speciosa dei principi socialisti, quella cioè relativa all’organizzazione del lavoro.

Col proclamare temerariamente che lo Stato deve provvedere il lavoro ad ogni operaio; coll’incaricare una commissione di studiare, non solo, i mezzi di migliorare le condizioni economiche delle classi povere, ma i principi stessi delle relazioni dell’operaio con chi le impiega, della mano d’opera col capitale; col regolare arbitrariamente vari punti relativi alla durata del lavoro ed alle mercedi che si corrispondono in certe industrie, il Governo, diciamo, con questi atti, e più ancora con iscritti e parole imprudenti, ha manifestato altamente il proposito suo di riordinare su nuove basi, dietro norme non ancora definite, le relazioni in cui stanno ora coloro che concorrono alla produzione delle ricchezze coi capitali, e coloro che vi partecipano solo per mezzo della loro opera personale. In una parola, il Governo provvisorio cerca una nuova soluzione al grande e tremendo problema dell’organizzazione del lavoro.

Noi non ci avventureremo nel campo delle ipotesi in traccia delle idee socialiste, che potranno essere proposte all’approvazione del Governo francese. Stimiamo di utilità maggiore l’analizzare gli elementi dell’indicato problema, per ricercare quali sieno i soli e veri mezzi da promuovere in modo efficace e stabile il miglioramento delle sorti delle classi le più numerose della società.

Noi crediamo che la questione dell’organizzazione del lavoro, considerata nel suo complesso, racchiuda tre questioni distinte, che conviene separatamente esaminare:

  1. Se sia possibile, e quindi se sia lodevole, l’assicurare a tutti i cittadini il lavoro, ossia i mezzi di conseguire una giusta mercede, in compenso di un lavoro ragionevole.
  2. Se il Governo possa giustamente ed utilmente intromettersi nelle questioni relative alla durata del lavoro, all’ammontare della mercede od al modo di stabilirla; cioè se i rapporti di chi lavora e di chi lo impiega come impresario industriale debbano essere legislativamente ed amministrativamente regolati.
  3. Se sia fattibile lo stabilire su basi più eque, e dietro nuovi principi, il riparto dei frutti del lavoro tra il capitalista e l’operaio, col far partecipare quest’ultimo ai benefizi dell’impresa alla quale ei concorre coll’opera sua personale.

Col rispondere a queste tre gravissime questioni avremo sciolte, in gran parte almeno, le difficoltà che circondano il tremendo problema, che più d’ogni altro merita di fissar l’attenzione dei filosofi e degli statisti, quello dell’organizzazione del lavoro.

È egli possibile l’assicurare il lavoro a tutti gli operai? Se questa frase si volesse interpretare nel senso più ampio e letterale, cioè col dire che ogni operaio ha diritto di essere impiegato nella professione da esso abbracciata, si andrebbe incontro ad una impossibilità assoluta, si cadrebbe tosto nell’assurdo. Giacché, fatta astrazione dalle difficoltà insuperabili che osterebbero all’applicazione di questo principio, ne conseguirebbe che la produzione dei vari oggetti che costituiscono la ricchezza sociale, non sarebbe più regolata dalla ricerca o dalla consumazione probabile di essi, ma bensì dal numero degli individui impiegati nei vari rami dell’industria. Così il numero e la vastità delle case e degli edifizi da costruirsi non sarebbe più in ragione dei crescenti bisogni della società, ma del numero degli operai che avrebbero abbracciato l’arte del muratore. Lo stesso per le manifatture. Dietro l’enunziato principio, la produzione delle varie stoffe di seta, di lana o di cotone non si ragguaglierebbe, come ora, alle ricerche dell’interno e dell’estero commercio, ma sarebbe determinata dal maggiore o minor numero di operai dediti a ciascun ramo di queste particolari industrie.

Basta indicare in modo chiaro queste necessarie conseguenze del sistema, che pretenderebbe guarentire il lavoro nel modo summentovato, per dimostrarne l’assurdità. D’altronde, ove fosse possibile l’applicarlo entro certo limite, il Governo sarebbe, di necessità, costretto a regolare preventivamente con norme restrittive il numero degli individui ascritti a ciascuna arte o professione, come pure le condizioni d’ammissione in esse. Ciò sarebbe con altri nomi e con altre forme retrocedere verso l’antico sistema delle corporazioni privilegiate, cotanto contrario ai progressi dell’industria, cotanto opposto a quello spirito d’indipendenza, a quelle massime di libertà individuale, che dominano irresistibilmente nelle società moderne.

I discepoli di Fourier, persuasi di poter sradicare ogni istinto egoistico dal cuore umano, reputano potersi facilmente conciliare la distribuzione amministrativa degli operai nelle varie industrie necessarie al vivere sociale, con quel grado di libertà d’azione richiesto dai tempi. Questa loro opinione si fonda sopra una tal modificazione, sopra un sì grande miglioramento degli impulsi che determinano le azioni umane; suppone un cambiamento così radicale nelle attuali relazioni sociali, che, in verità, finché non saremo illuminati dai risultati di incontrastabili esperimenti, non potremo per nulla dividere quell’intera fede che i fourieristi ripongono nella virtù miracolosa degli istinti individuali, svolti armonicamente mercé dell’educazione falansterica.

Ma alcuni socialisti più moderati potrebbero, senza andare al segno del Fourier, sostenere doversi stabilire fabbriche nazionali, non già per far concorrenza alle fabbriche private ne’ tempi ordinari, ma solo per somministrar lavoro, nei casi di crisi industriale, agli operai che rimanessero disoccupati.

Ognuno può facilmente immaginare quali immensi sacrifici sarebbero necessari per metter su queste fabbriche di riserva, destinate a rimaner quasi sempre inoperose. Quando poi venisse il caso di metterle all’opera, si dovrebbero impiegar in esse operai collettizi, affidandone la direzione a capi improvvisati; e ne risulterebbero per lo Stato conseguenze economiche assai più funeste, che s’egli avesse corrisposto agli operai impiegati nelle fabbriche nazionali una mercede affatto gratuita.

Vediamo quai tristi risultati offrono quasi tutte le manifatture amministrate economicamente dal Governo, quand’anche siano dirette da uomini capacissimi, e s’impieghino in esse operai distinti. Si giudichi da ciò, che cosa succederebbe in una fabbrica nazionale provvisoria, alla quale accorressero i peggiori operai, siccome quelli a cui manca prima degli altri il lavoro!!

Anche questa modificazione del sistema di garanzia del lavoro, non regge ad un’analisi anche superficiale. Abbandonato perciò l’assunto di provvedere a ciascun individuo che fa parte della società i mezzi di lavorare nella professione da esso esercitata, vediamo se entro più ristretti limiti quest’idea della garanzia del lavoro non sia capace di una pratica applicazione. Già prima che i socialisti mettessero in campo gli strani loro sistemi, fu da molti pubblicisti e filosofi sostenuto il seguente principio: dovere la società sovvenire agli stretti bisogni di qualunque individuo che, essendo atto al lavoro, chiede i mezzi di campar la vita, quali che siano, in cambio della sua opera manuale.

La questione della garanzia del lavoro, così ristretta e definita, si confonde con quella della carità-legale, stata oggetto di tante e sì varie discussioni in questi ultimi tempi. L’Inghilterra l’ha da tre secoli risolta in modo affermativo, mercé lo stabilimento della tassa pei poveri. Quindi è possibile studiare i pratici risultati di questo gran principio economico, e tutte le conseguenze che ne derivano, in un paese ove la pubblicità è massima, ed ove i fatti economici sono con massima cura ricercati ed avverati.

Per trattare degnamente un argomento cotanto difficile, quanto importante, si richiederebbe una opera apposita, forse di soverchio peso alle nostre forze. Tuttavia, siccome reputiamo urgente il richiamare su di esso l’attenzione del Governo e del pubblico, tenteremo di svolgerne rapidamente le parti più essenziali, indicando i veri principi che debbono, a parer nostro, regolare i doveri della società verso i singoli individui che la compongono.

Quasi tutti gli scrittori e gli uomini di Stato del continente si sono apertamente dichiarati contro qualunque sistema di carità legale. I filantropi e gli economisti, gli uomini di pratica e gli uomini di scienza biasimano del pari la tassa dei poveri, quale è stabilita in Inghilterra. A fronte tuttavia di questa unanime riprovazione, noi crediamo dover manifestare un’opinione affatto contraria a quella che regna fra noi, e costituirci difensori di un sistema che, saviamente applicato, può salvar solo la società dai pericoli che le sovrastano.

Crediamo dover proclamare l’assoluta necessità di stabilire in tutti i paesi che hanno raggiunto un alto grado di prosperità e di ricchezza, sovra solide e prudenti basi, il principio della carità legale, affinché sia riconosciuto quale uno stretto dovere sociale, il non lasciare nessun individuo esposto a cadere vittima delle estreme miserie.

Non ignoriamo quante e quali funeste conseguenze possono da questo principio scaturire, s’ora nell’applicarlo si viene a trascorrere oltre i limiti fissati dalla fredda ragione. Abbiamo attentamente studiati i mali di cui fu causa in Inghilterra prima che le leggi sui poveri fossero radicalmente riformate nell’anno 1834. Ma appunto questi lunghi studi ci fecero acquistare la intima convinzione, essere possibile il regolare la carità legale in modo da raffermare l’edifizio sociale, senza far cadere sullo Stato gravi ed insopportabili pesi.

I rimproveri fatti alla carità legale come era esercitata in Inghilterra prima dell’accennate riforme, erano, meritati e giusti. Ma dopo quelle divengono esagerati ed ingiusti. Nel 1834 si è sottoposta la carità legale ad una norma salutare, indispensabile, senza la quale si poteva con ragione dire che la carità creava assai più miseria di quello che potesse sovvenirne.

Questa norma, dalla quale la menoma deviazione è fatale, si è: di stabilire i pubblici soccorsi in modo che la persona sovvenuta si trovi in una condizione peggiore dell’operaio indipendente: in modo tale che la condizione del povero non sia mai un oggetto di desiderio o d’invidia per chiunque è in grado di campare onestamente la vita col frutto delle proprie fatiche.

Se ci vien fatto di dimostrare che la carità legale, applicata secondo questo principio, può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’ordine sociale.

Ma questa dimostrazione richiede l’esame preventivo del gran problema della popolazione, la quale ci somministrerà irresistibili argomenti sia contro il socialismo, sia in favore del sistema di carità da noi preconizzato.

C. Cavour


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