[La rivoluzione di febbraio 2. Produzione e distribuzione della ricchezza]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 64 del 11 marzo 1848

Abbiamo accennato già quali fossero i gravi problemi sociali che il nuovo Governo francese ha significato voler risolvere. Cercheremo ora di determinare quali sono gli elementi di questi problemi, e quali sono quindi le difficoltà che si parano loro contro.

Le due grandi quistioni, che riassumono tutti i fatti economici di una società, sono la produzione delle ricchezze, degli oggetti cioè che possono tornare utili o piacevoli agli uomini, e la loro distribuzione fra le varie classi della società.

Le mire quindi dei socialisti possono essere dirette, sia a cambiare il modo col quale questa distribuzione viene operata, il che trae seco una modificazione al principio della proprietà, sia a render più efficaci i mezzi di produzione, mercé di un nuovo ordinamento del lavoro.

Queste due questioni, quantunque strettamente collegate, vogliono essere trattate successivamente; saremo però costretti più di una volta ad abbracciarle nel loro complesso.

Le ricchezze, come le abbiamo definite, vengono create dal concorso: 1) del lavoro fisico ed intellettuale degli uomini; 2) delle forze della natura, siano esse nella terra o negli altri elementi, appropriate e adattate all’ufficio della produzione; 3) delle macchine o delle altre ricchezze prima create affine di concorrere pur esse al medesimo uffizio.

Quantunque questi due ultimi elementi della produzione debbano essere accuratamente distinti dal lato scientifico, tuttavia nelle ricerche, che abbiamo intrapreso, possiamo considerarli come se ve ne fosse un solo da designarsi colla parola capitali; giacché nella grande questione della distribuzione delle ricchezze, considerata dal punto di vista socialista, i proprietari delle ricchezze accumulate e delle forze della natura appropriate, sono rispetto alla condizione degli operai o salariati in condizioni identiche.

La condizione economica di un popolo dipende dalla quantità assoluta di ricchezze che ogni anno si crea, e dal modo col quale esse vengono ripartite fra le varie classi della società.

Se la produzione è poco abbondante relativamente alla popolazione totale, qualunque sia il modo di ripartizione, la parte di ciascun individuo sarà minima, la società sarà povera.

Prima condizione adunque del benessere di un popolo si è l’abbondanza della produzione. Ma ad ottener ciò si richiede che questo popolo sia provvisto di molti capitali, e che il lavoro sia bene distribuito, bene ordinato.

In una nazione che difetti di capitali, qualunque sistema di ripartizione delle ricchezze non giungerà mai a procurare alle classi più numerose un vivere comodo ed agiato. Siamo certi che se nello stato in cui l’industria e l’agricoltura trovansi in Ungheria, si potesse mercé un miracolo provvidenziale operare il riparto delle annue ricchezze egualmente per capi, in modo che la parte che ne toccherebbe al principe Esterahzi non fosse menomamente maggiore di quella del più umile pastore dei suoi numerosi armenti, ciò nullameno la condizione economica di ciascun ungarese non sarebbe gran fatto migliorata, rimarrebbe certamente di gran lunga inferiore a quella di un buon operaio inglese.

Ma a far prospere le condizioni di un popolo non basta che le ricchezze prodotte sieno abbondanti; bisogna altresì che la somma di esse si aumenti di anno in anno; e ciò non tanto per adempiere quella gran legge di progresso che spinge l’umanità incontro a sorti migliori; ma ancora perché la popolazione avendo una tendenza continua ad accrescersi, è forza provvedere ai crescenti bisogni della nazione con nuovi prodotti, con nuove ricchezze.

Se la produzione rimanesse stazionaria, mentre col crescere della popolazione aumentano i consumatori, la parte che toccherebbe a ciascuno di essi sarebbe menomata. Queste sono verità che non hanno bisogno di dimostrazione.

Consegue da ciò che l’aumento continuo dei capitali è una condizione assoluta della prosperità dei popoli.

Fra le nazioni civili moderne quest’accumulazione dei capitali si opera in modo rapidissimo: come ne fan fede le numerose strade ferrate, le opere pubbliche d’ogni maniera, le nuove case, diremo quasi le nuove città state innalzate, finalmente le immense imprese industriali ed agricole condotte a compimento in America, in Inghilterra, in Francia, da noi, negli ultimi vent’anni.

Questi nuovi capitali rappresentano un’immensa quantità di ricchezze state create, non già in vista di un’immediata consumazione, ma nello scopo di cooperare alla successiva produzione di maggiori ricchezze.

Però ad effettuare una tal creazione di capitali fu necessario che gran numero di persone si astenesse dal consumare gli annui prodotti di cui potevano disporre; cioè che risparmiassero una parte delle rendite loro coll’imporsi un sacrifizio immediato in vista di un futuro benefizio. I fabbricanti che hanno impiegato parte dei loro benefizi all’acquisto di nuove macchine, i proprietari che consacrarono parte delle loro rendite ad operare prosciugamenti, spianamenti ed altri perfezionamenti agricoli, i capitalisti che hanno contribuito cogl’interessi ricavati dai loro capitali, alla formazione di gran società commerciali, di vaste imprese industriali, hanno tutti in modi vari, ma analoghi, contribuito all’aumento del capitale sociale, col sacrificare il presente all’avvenire.

I capitali adunque sono creati dal risparmio, ed il risparmio implica un sacrifizio. Questa gran verità economica, che non può essere contrastata quando è esposta in modo chiaro e preciso, ci somministra un criterio certo per giudicare i sistemi socialisti intorno alla distribuzione delle ricchezze.

Ad ottenere questi sacrifizi dall’universale si richiede, che sia assicurato nell’avvenire un compenso a chi gli compie. Il proprietario ed il fabbricante non s’imporranno certamente alcuna privazione per migliorare i loro beni, aumentare le loro fabbriche, se non avessero negli ordini sociali e nel principio della proprietà tanta fede da renderli certi di poter godere, o far godere alla loro famiglia nell’avvenire, dei frutti dei loro risparmi.

Sintantoché questa fede è inconcussa, la tendenza a risparmiare è una forza immensa, come lo provano le opere colossali compiute dal pubblico e dai privati negli ultimi trent’anni in Europa ed in America, e l’aumento straordinario della popolazione e delle ricchezze di tutti i popoli civili senz’eccezione.

Ma se questa fede venisse affievolita da alcuni atti attentatori ai diritti di proprietà, l’azione di questa forza cesserebbe immediatamente, ed i più funesti effetti ne risulterebbero per la società.

Ciò posto, si può, senza tema d’errare, asserire, che, quand’anche fosse possibile, fosse facile di cambiare il modo presente di operare la distribuzione delle ricchezze senza sconvolgimenti o rivoluzioni, sostituendogliene un altro più perfetto, se questa mutazione è contraria al principio della proprietà, e perciò infirmante l’impulso della forza che spinge tutte le classi della società a risparmiare; questa mutazione dico, sarebbe in ultimo dannosa non solo ai ricchi, ma ben anche ai poveri. Si giungerà forse a stabilire un sistema d’eguaglianza, ma sarà l’eguaglianza della miseria!

Si dirà forse, che il nuovo ordinamento sociale sarà tale da rendere impossibili le spese eccessive di lusso, onde il risparmio diventerà quasi una necessità.

Quand’anche si potesse raggiungere questo scopo, con mezzi ancora ignoti, e si costringessero coloro che guadagnano o posseggono molto a spender poco, non si eviterebbero i funesti risultati da noi indicati.

Il cercare di godere colle loro famiglie nell’avvenire dei risultati dei loro risparmi, i produttori, fabbricanti, od agricoltori, se impediti a spendere, cesseranno di produrre oltre quanto è richiesto dai loro immediati bisogni. La produzione sarà pareggiata alla consumazione; non si effettueranno risparmi; non avrà più luogo la creazione di nuovi capitali per mezzo dei privati.

Giacché a fare che la produzione sia copiosa non bastano i lavori ed i capitali materiali, ma si richiede pure essenzialmente il concorso dell’intelligenza, di una mente direttrice, intraprendente, energica, la quale cesserà certamente di adoperarsi con ardore se gli viene tolta la speranza di acquistare un diritto di proprietà inviolabile sui prodotti della sua industria.

I socialisti, quelli almeno che hanno tentato di ridurre le loro declamazioni a sistema regolare, si propongono di sostituire l’azione della società a quella degl’individui per operare il risparmio. Così vogliono che il Governo, ossia il potere che rappresenta la società, percepisca la massima parte di quanto viene ora attribuito ai proprietari, ai capitalisti, agl’impresari dell’industria; ed impieghi quanto non è richiesto dai bisogni dello Stato, ad aumentare i capitali, ossia i mezzi di produzione.

Questo principio è applicato fino ad un certo punto in tutte le società moderne. Quando il Governo fa costruire col prodotto delle gravezze, una nuova strada, od un pubblico edifizio, egli percepisce una parte dei redditi dei cittadini, per creare un capitale; se l’impresa è buona, l’inconveniente della gravezza è più che compensato dall’utilità che tutte le classi della società ritraggono da quella.

Fintantoché si tratta solo di opere pubbliche di non difficile esecuzione, o che eccedono le forze dell’industria privata, noi crediamo utile l’intervento diretto del potere sociale; ma se questa teoria volesse estendersi oltre quei limiti e confidare a questo potere la direzione delle operazioni ordinarie dell’industria dell’agricoltura e del commercio, essa cadrebbe in difficoltà infinite, insormontabili; sarebbe trascinata nell’assurdo e nel ridicolo. Come lo furono e lo sono tuttora i discepoli di San Simon e di Fourier, uomini che spesero un ingegno elevato e potente a dare una forma precisa ed applicabile alle idee oscure ed annebbiate dei comunisti tedeschi.

Questi strani sistemi implicano la violazione dei principi di libertà individuale, investono la società di un potere senza limiti, e riducono gl’individui a far la parte di automi. Noi non crediamo questi sistemi suscettibili di essere seriamente praticati. E quand’anche ciò fosse, quand’anche si potesse attivare una società sansimonista o forierista con buoni risultati economici, noi crediamo che il sacrificio del libero arbitrio e d’ogni specie di libertà individuale ch’essa richiederebbe, osterebbe talmente agli istinti indomiti dei popoli moderni, che questa società non potrebbe sussistere in modo stabile ad onta di qualunque vantaggio materiale che fosse per risultare ne’ singoli suoi membri.

Se lo Stato non può essere sostituito utilmente ai privati nella direzione delle imprese industriali, a che cosa si restringeranno le applicazioni delle dottrine socialiste? A modificare forse nell’interesse della classe più numerosa, l’impiego delle pubbliche entrate, ed a migliorare il modo di percezione delle gravezze.

Se ciò si eseguisce, senza che la tendenza al risparmio venga menomata, vi faremo plauso di buon cuore. Applaudiremo alle tasse prelevate sulle classi agiate, per istruire, per educare le classi povere. Vedremo in ciò un atto di giustizia, che produce inoltre un’utilità economica nelle società, col rendere il lavoro più intelligente e quindi più efficace. Applaudiremo a tutte le spese pubbliche, che ridondano in vantaggio dei più. Fintantoché queste spese non necessiteranno gravezze tali da diminuire l’incentivo a creare nuovi capitali, noi le approveremo pienamente, senza restrizione.

Ma qualunque atto, quantunque inteso a lodevole scopo, se menomamente lesivo del diritto di proprietà, produrrà le più funeste conseguenze.

Queste verità sono, a parer nostro, talmente evidenti, talmente incontrastabili da potere essere facilmente concepite da qualunque mente un poco dirozzata. Egli è quindi perciò che consideriamo un buon sistema d’educazione popolare come il solo efficace rimedio alle dottrine estreme del comunismo.

Ma i pericoli di questa setta non consistono tutti nel funesto proposito di modificare radicalmente le leggi che regolano la distribuzione del lavoro. Alcuni meno esagerati si contenterebbero per ora di migliorare repentinamente il modo col quale si compie la grand’opera della produzione. A questo scopo intenti, essi vanno ripetendo le magiche parole d’ordinamento del lavoro, di garanzia dei salari, ecc., suscitando nei popoli vaghe speranze e mal definiti desideri. Quali sieno le fondamenta, sulle quali poggiano le dottrine di questi comunisti moderati, sarà argomento di un altro articolo.

C. Cavour


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