[La rivoluzione di febbraio 1. Esperimenti politici e riforme sociali]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 59 del 6 marzo 1848

La rivoluzione testé compita in Francia, in modo cotanto mirabile deve trar seco l’intera, la assoluta applicazione dei principi democratici negli ordini politici di quel grande paese. Non si può ancora prevedere quali saranno le forme precise che vestiranno nella loro applicazione questi principi. Il dire che saranno forme repubblicane non basta a definirle esattamente, giacché queste sono suscettibili d’infinite modificazioni. Fra la repubblica francese del 1793 e la repubblica degli Stati Uniti corre maggior differenza che fra questa e le monarchie costituzionali.

Comunque sia, la Francia ha dato principio ad una serie di grandi esperimenti. Il pronunziare sin d’ora un giudizio sui risultati a cui giungerà, il cercare dagli esempi del passato a determinare le sorti dell’avvenire, il dichiarare che l’essere sin d’ora tornati vani tutti i tentativi per costituire in Europa una gran nazione in repubblica, sia una ragione bastevole per condannare anticipatamente l’impresa della Francia a sicura rovina, sarebbero giudizi avventati, errori gravissimi e funesti.

Gli elementi sociali e politici chiamati a concorrere allo stabilimento del nuovo governo, sono ben diversi da quelli che esistevano pel passato, quando in ispecie la Francia promulgò per la prima volta i gran principi di libertà.

Le sorti future della Francia sono avvolte da un velo, che la debole nostra intelligenza non può squarciare. Noi possiamo però prevedere in modo certo che gli ordini che stanno per stabilirsi, simili di nome a quelli già provati nel passato od esistenti in altre parti del mondo, saranno in realtà fondati sopra basi essenzialmente diverse.

La democrazia tirannica del ’93 non può riprodursi, dacché non esistono più ordini laicali, le di cui rovine servir possano d’incentivo e d’alimento alle passioni popolari scatenate per ogni verso, e spinte all’eccesso.

Parimenti le forme americane non sono suscettibili di esatta applicazione in Francia, sia a cagione dell’indole diversa dei due popoli, sia, più ancora, perché il principio della centralizzazione sbandito di là dall’Atlantico, è destinato a ricevere maggiore e nuovo svolgimento nella repubblica francese, ad esercitare in essa un immenso impero.

Incerti nell’avvenire, noi condanniamo qualunque predizione, qualunque giudizio anticipato intorno agli ordini che stanno per istituirsi. La storia fu sempre una grande improvvisatrice; il periodo portentoso in cui entriamo, proverà più che mai la verità di questa solenne sentenza.

In cospetto di tanta incertezza gli animi più risoluti rimangono sbigottiti e sfiduciati; stato morale, questo, funesto, pessimo, atto a rendere certi i pericoli, i quali forse sono ancora lontani da noi. L’epoca fortunosa che dobbiamo attraversare, è epoca che richiede risoluzioni forti, determinazioni pronte, volontà energiche. Guai a noi se, intimoriti dai casi di Francia, vacilliamo un solo istante nella santa impresa della rigenerazione italiana. Guai a noi se, spaventati dai precipizi che circondano la via che percorriamo, volgiamo incerti lo sguardo indietro verso un passato, da cui siam separati da un abisso insuperabile.

Il modo mirabile col quale si è portato il popolo a Parigi dopo la sua vittoria, ed i primi atti del Governo provvisorio, sono potenti motivi di fiducia nell’avvenire. E per certo questo sentimento si ridesterebbe prontamente in tutti gli spiriti, se non fosse generale il pensiero che la rivoluzione attuale di Francia non è diretta soltanto allo stabilimento di nuovi ordini politici, ma si prefigge per iscopo di operare sostanziali cambiamenti negli ordini sociali. Non sono l’idea di repubblica e di democrazia che spaventino; è lo spettro del comunismo che tiene tanti animi dubbiosi e sospesi.

Ognuno si domanda se le dottrine socialiste e comuniste, nate nei cupi cervelli di alcuni filosofi della Germania, stanno per essere tradotte in pratica da quegli ardimentosi francesi, capaci di spingere un sistema quantunque assurdo, ma abbracciato da essi con passione, sino nelle sue conseguenze le più estreme e le più tremende.

Alcuni decreti del Governo provvisorio, e più ancora le parole da esso pronunciate, possono dare fondamento a questi timori. Convien dunque avvezzarsi all’idea che la Francia sia per tentare non solo un grande esperimento politico, ma ancora una serie d’esperimenti sociali. Il determinare a priori ed in modo preciso quale ne sarà lo scopo e l’esito, è cosa non che difficile, impossibile. Dobbiamo quindi restringerci a ricercare quali sieno gli elementi dei grandi problemi sociali che i novatori si propongono di risolvere con metodi non provati, e giungeremo forse a tracciare un circolo che non potranno superare senza cadere in tante assurdità, o commettere tali errori che supporli capaci di tentarlo nello stato attuale della nazione francese, è un’ipotesi priva d’ogni fondamento.

C. Cavour


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