[La risposta al discorso della Corona]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 114 del 10 maggio 1848

Un uso antico in Inghilterra, imitato quindi in tutti i paesi retti con foggie rappresentative, impone al potere esecutivo l’obbligo di pronunziare all’apertura delle Camere un discorso, nel quale vengono proclamati i principi generali che informano il sistema politico del Governo, ed indicate sommariamente le principali questioni da sottoporsi alle deliberazioni del Parlamento.

A questo discorso le Camere sono solite rispondere con un indirizzo, il quale racchiude in certo modo un giudizio sulla politica ministeriale.

Per ciò che riflette i discorsi della Corona, l’esempio inglese è stato quasi ovunque fedelmente imitato, restringendosi essi ad enunziare generalità, senza scendere nei particolari, sia rispetto agli atti del Governo, sia rispetto alle proposizioni legislative.

I messaggi del Presidente degli Stati Uniti, noti per la loro sterminata lunghezza, contrastano bensì con l’indicata massima, serbata nei paesi costituzionali; ma è da osservarsi che i detti messaggi, presentati alle Camere americane da un potere sino ad un certo punto da esse indipendente, non hanno per iscopo di provocare un giudizio sulla condotta del Ministero, ma mirano unicamente a somministrare al Parlamento esatti ragguagli sull’andamento degli affari durante l’intervallo delle sessioni: quindi non possono venire citati come eccezioni al fatto generale da noi indicato.

Pari uniformità non esiste relativamente agli indirizzi delle Camere. Quelle del continente, le antiche Camere francesi in ispecie, si sono singolarmente scostate da quanto si pratica dal Parlamento inglese. In Inghilterra, appena il discorso della Corona è pronunziato, sia nella Camera dei comuni, sia in quella dei lordi, un membro della fazione ministeriale si alza a proporre l’indirizzo che deve servigli di risposta.

Onde quest’indirizzo possa essere così prontamente presentato, il Ministero comunica il discorso del Trono ai suoi principali aderenti, uno o due giorni prima ch’esso venga fatto pubblico.

In favore della proposizione del membro ministeriale parla un altro membro dello stesso partito, in conformità del gran principio che nessuna mozione possa essere discussa, se non trova chi sia disposto ad appoggiarla. Quindi la proposizione vien combattuta dai membri dell’opposizione, a cui rispondono i ministri. La discussione, più o meno animata secondo lo stato in cui trovansi i partiti, si protrae raramente oltre la prima seduta delle Camere, e vien terminata dall’adozione della risposta al discorso, senza che nessuno insista onde sia messa a partito. E ciò perché un rispetto tradizionale per la Corona fa sì che gl’indirizzi delle Camere debbano sempre essere presentati come l’espressione dell’unanime loro opinione.

Se l’opposizione si crede forte abbastanza per rovesciare il Ministero sin dal principio della sessione, od almeno indebolirlo col far constare le forze del partito che lo combatte, essa propone per mezzo, di uno de’ suoi membri un’emendazione qualunque; la quale, di poco valore in sé, non ha altro scopo che di provocare un voto di disapprovazione contro il Governo. Se l’emendazione è rigettata, l’indirizzo è immediatamente adottato, ed il Ministero, rimane al potere. Se invece essa riunisce la pluralità dei suffragi, il Ministero si ritira, ed un altro indirizzo viene senza indugio nello stesso modo approvato. Ma nell’un caso, come nell’altro, le Camere, senza sprecare un tempo cotanto prezioso in discutere frasi e parole, danno principio ai molteplici loro lavori legislativi sin dal giorno dopo di quello in cui la sessione è aperta.

All’opposto, sul continente, ed in ispecie in Francia, prevaleva un tutt’altro sistema. Le Camere nominavano una commissione incaricata di preparare un progetto d’indirizzo.

Questa commissione lavorava indefessamente, per otto o dieci giorni almeno, onde giungere a comporre una specie di lavoro accademico, il più delle volte notevole per una grande eleganza di frasi ed un vero merito rettorico, anziché pei concetti politici in esso espressi.

Sottoposto il progetto alle Camere, si accordavano ancora ai membri di esse due o tre giorni per pensarci sopra; e quindi si dava principio ai solenni dibattimenti dell’indirizzo. Si cominciava dalla così detta discussione generale, cioè da quella, che, abbracciando l’intero sistema ministeriale, non poteva avere altro risultato che di somministrare i mezzi ad alcuni oratori poco graditi della Camera, di venir a spacciare pro e contro la politica del Governo smisurati discorsi, poco letti e meno ascoltati.

La vera battaglia fra il Ministero e l’opposizione non s’impegnava che dopo incominciata la discussione degli articoli. Si combatteva quivi accanitamente: l’opposizione contrastando ad ogni frase, diremo quasi ad ogni parola, ed il Ministero facendo di ogni aggettivo che si cercasse di modificare, e di una virgola che si volesse togliere, una questione di Gabinetto. Ed in questa giostra parlamentare si sciupavano un gran numero di tornate, senz’altro risultato che di somministrare ai membri i più eloquenti dei vari partiti, il mezzo di conseguire grandi trionfi oratori.

Negli ultimi anni del regno di Luigi Filippo i dibattimenti dell’indirizzo andavano sempre più prolungandosi; onde, se si fosse ancora per alcun poco progredito in quel funesto sistema, la metà e più del tempo assegnato d’ordinario alle sessioni parlamentarie, sarebbe stato impiegato in discussioni in certo modo estranee ai lavori legislativi delle Camere.

Gl’inconvenienti di questo modo di procedere sono così evidenti, che è forza il credere ch’esso non avrebbe potuto prevalere in Francia, se il capo dell’ultimo Ministero, il signor Guizot, non si fosse dilettato delle discussioni generali che gli aprivano un largo campo per isfoggiare quell’inarrivabile talento di parole, di cui fece sì pessimo uso, e se il Ministero tutto non avesse favorito un sistema che, col far perdere inutilmente una sì gran parte della sessione, lasciava meno opportunità alle Camere di costringerlo ad uscire nelle questioni pratiche da quell’inerzia e da quell’immobilità fatale, basi funeste del sistema che, trasse Luigi Filippo alla sua perdizione.

Noi speriamo che le nostre Camere sfuggiranno il poco razionale sistema francese. Non osiamo consigliarle ad adottare il sistema inglese, sia perché il nostro consiglio giungerebbe troppo tardi per l’attuale sistema [sic], sia anche per non suscitar nuovamente lo sdegno di quell’ottimo professore di diritto costituzionale, il Subalpino, al quale le pretese nostre tendenze inglesi spiacciono al sommo.

Ci restringeremo adunque ad esortare le Camere, quella dei deputati in ispecie, poiché ad essa debbono essere affidati i più urgenti lavori, quelli relativi all’amministrazione delle finanze, a procedere alla discussione dell’indirizzo con ogni maggior sollecitudine.

Il discorso della Corona ci pare che meriti un’intera approvazione. Esprimendosi esso nel modo il più sincero sui paragrafi relativi all’esercito, alla sperata unione, alle annunziate leggi, non possono questi produrre seri dispareri. Si rimandino le discussioni secondarie, le proposizioni di non immediato ed urgente interesse ad un’epoca più opportuna nel corso della sessione.

Le Camere sono, la Dio mercé, investite del diritto d’iniziativa; i ministri certamente non negheranno ad esse quello d’interpellazione, e le medesime sapranno (lo speriamo almeno) acquistare quello, d’inchiesta: nessun deputato ha quindi alcun giusto motivo di temere che, terminata la discussione sull’indirizzo, gli venga chiusa la via di richiamare l’attenzione della Camera e del Ministero su qualunque argomento ch’egli ravvisi utile al paese.

La condotta del Ministero non può essere severamente impugnata da nessuna persona di buona fede. Avendo egli assunto il potere in circostanze d’impareggiabile difficoltà, si dimostrò mai sempre ardente promotore dell’indipendenza italiana, schietto e deciso amico della causa della libertà. Se egli cadde in errori, la moltitudine degli affari a cui dovette provvedere, l’urgenza dei casi e la quasi universale inesperienza del meccanismo costituzionale, sono ragioni bastevoli ad allontanare per ora ogni pensiero di severa censura.

Su d’un punto solo la condotta del Ministero deve essere scrupolosamente esaminata: ed è quello relativo ai casi di Savoia. Egli è stato pubblicamente accusato di soverchia indulgenza pei suoi rappresentanti a Ciamberí. Se quest’accusa non è fondata, se l’opinione pubblica è stata tratta in errore da fallaci apparenze, è suo dovere di somministrare al Parlamento non dubbie prove. Lo faccia, e nessuno più di noi si dimostrerà contento nel proclamare l’innocenza dell’ex-governatore e dell’ex-intendente generale di Ciamberí, nell’applaudire al voto unanime d’approvazione che le Camere gli concederanno senza fallo. Ma s’egli fallisce in questo assunto; se, dopo le discussioni che i deputati della Savoia provocheranno certamente, la condotta di questi due alti personaggi non è del tutto chiarita, non disapproveremo le Camere, se l’indirizzo racchiuderà una disapprovazione del contegno del Ministero rispetto agli ultimi casi di Savoia.

C. Cavour


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